Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, ha pubblicato un severo avvertimento: il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran rappresenterà uno scontro decisivo sul controllo dello Stretto di Hormuz e il suo esito determinerà molto più del prezzo del petrolio. Determinerà se l’ordine globale guidato dagli Stati Uniti sopravvivrà.
“Tutto si riduce a chi controlla lo Stretto di Hormuz”, ha scritto Dalio in un lungo post su X. Se l’Iran manterrà la capacità di controllare, o anche solo di negoziare, chi può transitare attraverso lo Stretto — attraverso il quale passa quotidianamente circa un quinto della fornitura mondiale di petrolio — Dalio sostiene che gli Stati Uniti saranno percepiti come sconfitti nella guerra, indipendentemente da come il conflitto verrà risolto.
Dalio ha paragonato un possibile fallimento statunitense a Hormuz all’umiliazione subita dalla Gran Bretagna durante la crisi del Canale di Suez del 1956, un momento che molti storici considerano la fine dell’imperialismo globale britannico. Ha inoltre richiamato un modello che, a suo dire, si è ripetuto nel corso di 500 anni di storia: una potenza emergente sfida l’impero dominante su una rotta commerciale cruciale mentre il mondo osserva, e capitali e alleanze si spostano rapidamente verso chi vince.
Quando quella potenza dominante — detentrice della valuta di riserva globale — è “finanziariamente sovraestesa”, come Dalio ha spesso sostenuto, e poi “rivela la propria debolezza” perdendo il controllo del conflitto, allora le conseguenze possono essere profonde. “Bisogna aspettarsi che alleati e creditori perdano fiducia, che venga meno lo status di valuta di riserva, che si vendano titoli del debito di quel Paese e che la sua valuta si indebolisca, soprattutto rispetto all’oro”, ha scritto.
Il post arriva in un momento di grande incertezza su chi abbia il controllo dello Stretto di Hormuz. Lo stretto è di fatto chiuso da tre settimane, anche se vi sono segnali che un piccolo numero di navi stia riuscendo a transitare. Il presidente Donald Trump ha criticato gli alleati degli Stati Uniti accusandoli di non aver fornito supporto militare per contribuire a mettere in sicurezza la rotta marittima. Successivamente ha cambiato posizione, dichiarando che gli Stati Uniti non “hanno bisogno di nessuno” e che restano il Paese più forte del mondo.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha affermato che lo Stretto di Hormuz “è aperto ed è chiuso soltanto ai nemici”. Restano tuttavia irrisolte le domande su un possibile minamento dello stretto da parte dell’Iran, che rappresenterebbe un’escalation irreversibile se confermato.
Dalio descrive entrambe le parti come intrappolate in un conflitto senza una reale via diplomatica d’uscita. “Si parla di porre fine a questa guerra con un accordo, ma tutti sanno che nessun accordo la risolverà, perché gli accordi non hanno valore”, ha scritto, aggiungendo che qualunque cosa accada — sia che gli Stati Uniti prendano il controllo dello stretto o lo lascino all’Iran — “probabilmente rappresenterà la fase peggiore del conflitto”.
Il problema centrale, secondo Dalio, è una asimmetria motivazionale. Per la leadership iraniana la guerra è ‘esistenziale’, una questione di sopravvivenza del regime, orgoglio nazionale e impegno religioso. Per gli americani riguarda soprattutto il prezzo della benzina, e per i politici statunitensi le elezioni di metà mandato. Dalio è stato esplicito su quale lato favorisca questo calcolo in un conflitto prolungato: “In guerra, la capacità di sopportare il dolore è persino più importante della capacità di infliggerlo”.
Secondo Dalio, la strategia dell’Iran consiste proprio nell’infliggere il dolore il più a lungo possibile, aspettando che gli Stati Uniti rinuncino, come è accaduto in Vietnam, Afghanistan e Iraq.
Trump sta ora chiedendo ai Paesi alleati di partecipare a un’operazione multinazionale di scorta alle navi nello stretto, anche se finora la maggior parte di essi non si è mostrata particolarmente disponibile. Dalio sostiene che resta da vedere se questo sforzo potrà rappresentare una possibile “soluzione” per riaprire la rotta marittima.
“Se il presidente Trump dimostrerà la propria forza — e quella degli Stati Uniti — facendo ciò che ha detto di voler fare, cioè vincere questa guerra garantendo il libero passaggio nello Stretto di Hormuz ed eliminando l’Iran come minaccia per i suoi vicini e per il mondo, questo rafforzerà notevolmente la fiducia nel suo potere e in quello degli Stati Uniti”.
Ma se ciò non dovesse accadere, gli effetti a catena — sui flussi commerciali, sui mercati dei capitali e sul ruolo del dollaro come valuta di riserva — potrebbero danneggiare irreparabilmente l’egemonia americana. Teheran ha inoltre minacciato il predominio del petrodollaro, accettando — secondo alcune notizie — di consentire il passaggio nello Stretto di Hormuz a un numero limitato di petroliere che commerciano in yuan invece che in dollari.
“Entrambe le parti sanno che la battaglia finale, quella che chiarirà quale parte ha vinto e quale ha perso, deve ancora arrivare”, ha scritto Dalio.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Fortune.com.

