Pennelli Cinghiale, storia di quel grande pennello italiano

Eleonora Calavalle, CEO di Pennelli Cinghiale.

Nel 1982, grazie a un’iconica pubblicità, Pennelli Cinghiale è entrato nelle case degli italiani. Premiato come marchio storico e poi come eccellenza del Made in Italy, si fregia di un francobollo celebrativo.

Milano, piazza Castello, 1982. C’è traffico, i clacson esasperati da un imbianchino in bicicletta che pedala a fatica con un pennello enorme sulle spalle. Un vigile fischia e gli chiede ragioni. Poi, sentito il problema, gli dà la soluzione: “Per dipingere una parete grande, non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello”. Quando ancora le pubblicità raccontavano storie e a firmarle erano autori così geniali che a cambiar canale neppure si pensava, nella tv italiana spopolava questa scenetta della Pennelli Cinghiale.

Tanto iconica e ‘acchiappante’ da essere riproposta per oltre quarant’anni, simbolo di un’azienda fondata nel 1945 da Alfredo Boldrini a Cicognara, in provincia di Mantova, con quel nome scelto perché, spiegavano, dava l’idea di robustezza. Esempio del saper fare italiano e del distretto ‘della scopa e del pennello’ che la ospita, marchio storico di interesse nazionale dal 2021 e lo scorso anno celebrata con un francobollo dal ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Una storia di eccellenza a gestione famigliare, come ci racconta Eleonora Calavalle, ceo della Pennelli Cinghiale e nipote del fondatore, scomparso nel 2014.

Con quella pubblicità siete entrati nel cuore degli italiani.

Esatto. Io ero appena nata ma mi hanno raccontato che subito dopo gli ordini fioccarono. Una pubblicità iconica non solo per la battuta del grande pennello ma anche perché fu tra le prime a essere girata su una strada aperta al traffico, in mezzo ad automobili vere e in una reale ambientazione quotidiana. Da allora siamo un’azienda famosa e anche pop.

Com’è nata?

Per merito di mio nonno e di Ignazio Colnaghi, il più grande pubblicitario dell’epoca. Insieme selezionarono i due attori, il caratterista Enzo De Toma per l’imbianchino e il modello Francesco Papi per il vigile, e si ritrovarono per girare il 22 marzo 1982 in piazza Castello a Milano, con bici e pennellone di 2 metri e 40, oggi esposto nel nostro museo.

Colnaghi aveva già in mente quella battuta che poneva l’accento sulla qualità piuttosto che sulla quantità, ma persero quasi l’intera giornata a cercare ruotine da applicare alla bicicletta perché all’ultimo venne fuori che De Toma non sapeva guidarla…

Che persona era suo nonno?

Silenziosa, dolce e mite ma anche molto all’avanguardia. Era nato nel 1920 e già a dieci anni viaggiava sul calesse insieme al padre per vendere scope, pennelli e spazzole di Cicognara in giro per l’Italia.

Ha poi fondato l’azienda nel 1945, l’ha ampliata, strutturata, fatta crescere ma credo che dentro sia rimasto sempre un venditore, senza mai identificarsi davvero con la figura dell’industriale.

Anche per questo, oltre che per il suo essere avanti coi tempi, già nel 1955 decise di managerializzare l’azienda affidando la governance a un direttore esterno alla famiglia.

La vostra storia racconta anche di un forte legame col territorio.

Viviamo l’identità del distretto produttivo in cui lavoriamo. Cicognara si trova nel distretto della scopa e del pennello e già nell’800 era un paese di scopai perché vicina al Po, dove nasce un’erba palustre particolarmente adatta alla realizzazione delle scope.

Mio nonno, prendendo spunto da quella tradizione, è stato tra i primi a realizzare e commercializzare i pennelli, con una tecnica simile a quella delle scope ma innovativa.

Per cosa invece vi sentite tipicamente italiani?

Per l’amore verso le cose ben fatte, per la dedizione e la tecnicità che si nascondono dietro a tanti dettagli apparentemente soltanto estetici. Le faccio un esempio: la linea sottile evidenziata sulla parte metallica del pennello sopra e sotto il nostro brand, sembra un decoro ma in realtà serve a bloccare la vernice impedendole di gocciolare.

Lo scorso anno siete diventati ufficialmente società benefit. Però lei ha spiegato che in realtà lo siete sempre stati…

Sì, e sempre per merito di mio nonno, che era anche molto generoso. Negli anni 60 fece mettere in filo diffusione la musica nella fabbrica per consentire alle operaie di ascoltarla e soprattutto è stato tra i primi a pagare la tredicesima, anticipando di quasi dieci anni l’entrata in vigore della legge.

Diventare società benefit perciò per noi ha significato soltanto ufficializzare qualcosa che era già e che riguarda anche altre imprese come la nostra. Perché io credo davvero che in tante aziende famigliari italiane ci siano molto più welfare, sostegno e cura verso i collaboratori di quanto si dichiari o si racconti in giro.

Perché avete voluto raccontarvi attraverso il Museo del Tempo, inaugurato nel 2022?

Per raccontare storie, persone e scelte che stanno dietro un prodotto soltanto apparentemente semplice. Inoltre avevamo, oltre ai premi vinti, così tanti cimeli di architettura industriale, fotografici e di come un tempo si realizzavano i cataloghi o si scrivevano le lettere commerciali che sarebbe stato un peccato non mostrarli.

Per realizzarlo, sempre qui a Cicognara, mi sono affidata all’artista Duty Gorn perché volevo un museo moderno, colorato, che non sapesse di muffa.

Il 2022 è stato importante per voi anche dal punto di vista dell’export.

Sì, molto positivo. Abbiamo aperto diversi mercati, soprattutto nel bacino del Mediterraneo perché il mare erode le facciate degli edifici e quindi è necessario ritinteggiare con maggiore frequenza rispetto alle zone interne.

Siamo molto presenti alle Canarie, per esempio, in Spagna, a Malta e in Grecia. Inoltre stiamo analizzando il mercato americano, dove abbiamo intenzione di concentrare i nostri prossimi investimenti.

I dazi non vi preoccupano?

No, al momento no. Il prodotto italiano dal punto di vista dei costi è competitivo e dalle nostre analisi resta appetibile nonostante i dazi.

È difficile continuare a essere un’azienda che fa Made in Italy?

Molto, perché il costo del lavoro in Italia è davvero elevato. Fare un pennello di qualità richiede grandi studi tecnici, estrema cura nella scelta delle setole giuste. E investire in ricerca e sviluppo mantenendo il livello del vero Made in Italy è estremamente difficile.

Siamo però contenti, anche perché negli anni abbiamo sviluppato pure le pitture, un asset che cresce rapidamente e ci permette di offrire una soluzione completa per tinteggiare.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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