Prosegue la rubrica ‘Dialoghi per la Competitività’ dove, con Giovanni Cagnoli, raccontiamo come la creatività sia un fattore di vantaggio competitivo sostenibile.
Nell’era in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo modelli operativi e di business, emerge sempre più la creatività umana come fattore differenziale per un vantaggio competitivo sostenibile. Se gli algoritmi sono particolarmente efficaci nel processare il passato per ottimizzare il presente, è l’intuizione a generare l’inedito, trasformando la potenza di calcolo in una nuova forma di umanesimo industriale.
Prosegue con questo obiettivo ‘Dialoghi per la Competitività’, la rubrica di Fortune Italia nata per esplorare come i grand trend globali stiano ridisegnando il gioco competitivo e le leve di creazione del valore. In questo secondo appuntamento, analizziamo come l’integrazione tra tecnologia e intuizione possa tracciare rotte inesplorate e consolidare una visione in cui l’uomo resta il regista consapevole dello sviluppo di nuovi modelli e di nuove opportunità.
Non vince (solo) chi corre più veloce, ma chi riesce a dare forma a qualcosa che gli altri non sanno imitare. È in questo spazio – dove immaginazione, manifattura e visione strategica si intrecciano – che il Made in Italy, inteso come sistema di saperi e filiere, può ancora esprimere un vantaggio distintivo.
Siamo nel cuore della Imagination Economy: un paradigma in cui l’automazione eleva il fattore umano verso ciò che è intrinsecamente immune alla standardizzazione. Un concetto radicato nel dibattito accademico degli anni ‘90, riemerso a inizio millennio e oggi tornato alla ribalta nell’era dell’AI come il vero motore della competitività futura. Per esplorare questa trasformazione dialoghiamo con Giovanni Cagnoli, presidente di Carisma Spa, holding che investe in imprese dove identità di prodotto, qualità industriale e capacità creativa sono leve centrali di competitività.

Il tema, allora, non è l’impatto dell’intelligenza artificiale in sé, ma la diversa esposizione delle filiere a questa trasformazione. In che modo questo ridisegno del valore sta modificando le regole della competizione per economie manifatturiere mature come quella italiana?
Le aziende italiane potranno beneficiare della diffusione dell’AI soprattutto nei processi. Il vero punto è un altro: le attività ad alto contenuto di creatività, saper fare e attenzione al dettaglio sono quelle meno aggredibili dalla tecnologia. Moda, lusso, ospitalità e manifattura di qualità possiedono una capacità intrinseca di difesa competitiva, ma sarebbe un errore pensare che questo basti.
Chi crede di poter continuare come nei ‘bei tempi antichi’ sotto l’egida immutabile del Made in Italy sottovaluta la necessità di innovare. Il bello va reinventato, anche – e soprattutto – attraverso le nuove tecnologie. Non si tratta quindi di scegliere tra creatività e AI, ma di usarle in modo complementare.
Il discrimine competitivo non è pertanto la disponibilità degli strumenti, quanto la capacità di integrarli in una visione industriale di lungo periodo. Come si riflette questa trasformazione nelle scelte di investimento di Carisma?
Le filiere in cui investiamo hanno al centro creatività e contenuto di prodotto. Su entrambi questi assi, il capitale umano acquista una centralità decisiva: attrarre, premiare e trattenere talento creativo è un imperativo. Questa attenzione alla dimensione organizzativa è inseparabile da una cultura della qualità che non ammette compromessi (second to none).
Gestire migliaia di varianti di prodotto non è un’anomalia, ma la normale conseguenza di un posizionamento fondato sull’eccellenza. Ad esempio, Isa Seta ha gestito oltre 15 mila Sku (Stock keeping unit) in un solo anno. Il consumatore paga un premio solo se il prodotto è unico, eccellente, perfetto. La complessità è enorme, ma è lì che si gioca la sopravvivenza.
La creatività, in questa prospettiva, non è un talento spontaneo, ma un capitale da coltivare: va messa in condizione di diventare prodotto, e poi fatturato.
Questa capacità di trasformare creatività e complessità in valore competitivo richiama però il contesto più ampio in cui le imprese operano. Quali sono, a suo avviso, le condizioni perché il sistema Italia riesca a sostenere questa competitività in uno scenario globale sempre più selettivo?
La sfida principale è riconoscere che la competizione si gioca ormai su scala globale, non più solo europea. La capacità di restare rilevanti dipende dalla lucidità con cui si accetta questa realtà e si costruiscono strategie coerenti con un mercato realmente internazionale. In questo quadro, il manifatturiero di qualità resta una delle poche industrie realmente ‘difendibili’ per il Paese, ma la corsa richiede anche un cambio di passo del contesto istituzionale che dovrà accompagnare questo sforzo, facilitando l’innovazione.
In filigrana emerge una considerazione di fondo: la competitività non è una condizione acquisita, né una rendita simbolica legata all’identità. Nell’imagination economy, la competitività si gioca sulla costruzione di una imagination capability: la capacità sistemica di trasformare creatività, qualità e complessità in valore industriale.
Solo unendo visione creativa e potenza computazionale in organizzazioni meritocratiche e aperte al talento potremo convertire l’immaginazione in valore industriale e consolidare un vantaggio competitivo realmente difendibile nel tempo. Per generare valore in un mercato sempre più selettivo occorre sostituire la competizione tra ingegno e macchina con una cooperazione oggi sempre più necessaria.
Il Made in Italy non deve scegliere tra passato e futuro, ma abitarli entrambi: riconquistando il proprio primato attraverso modelli di business che mettono l’innovazione al servizio della bellezza e il talento al centro della visione industriale.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

