La posta in gioco in Iran e la lobby araba

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Gli Usa negoziano, Israele accelera i bombardamenti e uccide il comandante della marina dei pasdaran. Le due strategie si differenziano solo all’apparenza: nessuno vuole una guerra lunga, per Trump la guerra deve concludersi presto e con una vittoria. Mentre due unità da 2.200 marines arriveranno nell’area iraniana venerdì, allo scadere dell’ultimatum lanciato dal presidente Usa per i negoziati, la Casa bianca batte la strada dei colloqui, invia il vice JD Vance in Pakistan (il “poliziotto buono” contrapposto al segretario della Guerra Pete Hegseth, il “poliziotto cattivo”) e non svela il nome dei negoziatori di parte iraniana, in modo da aprire una frattura tra le diverse fazioni che compongono il puzzle iraniano.

Trump vuole portare a casa la vittoria: la decapitazione della leadership iraniana e il notevole ridimensionamento delle capacità nucleari e missilistiche iraniane sono già un risultato tangibile. Trump dice che il “regime change” è già avvenuto, parole da cui trapela un eccesso di ottimismo e sopratutto la necessità di chiudere in fretta tenendo a bada l’ala Maga sempre più insofferente per il conflitto.

Il prezzo della benzina, in un Paese dalle lunghe distanze come gli Stati Uniti, è un fattore altamente sensibile per l’elettorato, a novembre si terranno le elezioni di midterm, in salita per l’attuale inquilino della Casa bianca. Il negoziato. Com’è noto, ai quindici punti proposti dagli americani gli iraniani hanno risposto elencando cinque condizioni. La vera arma nelle mani di un regime ormai decapitato è la chiusura dello stretto di Hormuz, dal quale passa circa il venti percento dell’approvvigionamento globale di petrolio. Lo Stretto è il tormento e la soluzione, il ricatto e la punizione. Per adesso, passano soltanto alcune navi, e a patto che paghino. Intanto l’Iran possiede ancora 400 chilogrammi di uranio arricchito al 60 percento e, come spiegato dal numero uno dell’Aiea Rafael Grossi, “nessun Paese al mondo, che non possiede armi nucleari, arricchisce l’uranio a quel livello”.

Per l’Occidente il regime degli ayatollah, già grande burattinaio del terrorismo internazionale, per giunta dotato dell’arma nucleare, è o no un pericolo? Il dato nuovo in questa guerra, iniziata lo scorso 28 febbraio con l’eliminazione della Guida suprema Ali Khamenei, è che l’Iran ha dimostrato di poter colpire il territorio europeo (con l’attacco, via Hezbollah, a Cipro) e di disporre di missili a lunga gittata (quasi 4mila chilometri, come quello che ha raggiunto la base militare americana nell’Oceano indiano).

L’Iran, che sta usando bombe a grappolo contro le città israeliane (pratica illegale, vietata dalle convenzioni internazionali in quanto crimine di guerra), non rappresenta più una minaccia esistenziale soltanto per Israele. Esiste una lobby araba che preme sull’amministrazione Usa affinché il conflitto assesti un colpo letale a Teheran. Gli arabi del Golfo si sono convinti che la minaccia dell’Iran è esistenziale, li ha convinti l’attacco indiscriminato da parte dell’Iran che li ha colpiti in modo durissimo, militarmente, con delle rappresaglie del tutto inattese.

Secondo alcune fonti, Arabia Saudita ed Emirati arabi uniti starebbero valutando di entrare in guerra, a fianco degli americani (e degli israeliani). In questo senso, dal conflitto iraniano potrebbe uscire un Medio Oriente dal volto nuovo, con equilibri inediti e un rinnovato slancio per gli accordi di Abramo e per quel processo di normalizzazione dei rapporti con Israele che è la vera chiave di volta per un futuro di pace, stabilità e benessere in tutta la regione.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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