La missione della content creator Laposh è trasformare il bon ton in competenza sociale e professionale e restituire attualità a un codice percepito come antiquato.
La gentilezza è una forma di potere silenzioso. Non impone, non sovrasta, non cerca consenso immediato. E proprio per questo, oggi, risulta destabilizzante. Abitare questo tempo dominato dalla reazione rapida, dalla visibilità come moneta di scambio e da leadership sempre più performative, scegliere la misura è un atto rivoluzionario di disciplina. Non è questione di galateo inteso come ornamento decorativo, bensì di qualità della convivenza, quello che sembra un vezzo ornamentale diventa invece un’infrastruttura relazionale: ciò che rende possibile lo scambio senza sopraffazione, il confronto senza degenerazione. Sono questi i concetti che Camilla Da Rocha ha scelto di rimettere al centro, cambiandone il linguaggio. Con oltre 216mila follower, la creator conosciuta come Laposh lavora ogni giorno per svecchiare il galateo, liberarlo dalla rigidità del passato e restituirgli una nuova vitalità: giovane, accessibile, persino divertente.
Perché, secondo lei, la gentilezza è diventata una competenza strategica e non solo un valore personale?
Per come intendo io il galateo, si tratta di un principio ontologico che è alla base di tutto. Senza quello, il resto – come si tengono le posate, l’arte di conversare o di ricevere – perde significato.
Ma c’è qualcosa che precede persino la gentilezza: un’igiene interiore, mentale e spirituale. Se la gentilezza è imposta, rischia di diventare artificiale, quasi performativa. Se invece nasce da una reale cura di sé, diventa spontanea e coerente.
È in questo senso che diventa strategica: perché incide sulla qualità delle relazioni, sulla gestione dei conflitti, sulla capacità di abitare contesti complessi senza generare attrito inutile. In un’epoca di polarizzazioni, la misura è una competenza evoluta.
La sua formazione è psicologica. Quanto sono legate psicologia e buone maniere?
Sono profondamente intrecciate. Ho studiato psicologia e, anche se non esercito come terapeuta, quella formazione rimane la matrice di tutto ciò che faccio. Non mi è mai capitato di incontrare un principio di galateo che non fosse legato a un principio psicologico volto a favorire una convivenza armoniosa.
Il galateo è una grammatica della relazione: stabilisce regole non per irrigidire, ma per rendere possibile l’incontro. E la psicologia ci insegna che il confine è vitale. L’uso del ‘Lei’, una certa distanza, la misura nei gesti non sono freddezza: sono tutela reciproca.
Anche norme apparentemente minime – come non appoggiare le posate sulla tovaglia una volta impugnate – hanno una radice nobile: rispetto per lo spazio condiviso, attenzione alla pulizia simbolica e concreta dell’ambiente comune. Dietro la forma c’è sempre un principio relazionale.
Il galateo è spesso percepito come rigido o elitario. Come si può renderlo inclusivo e contemporaneo?
Fanno bene a percepirlo così, perché storicamente è stato anche questo. Ma oggi possiamo ripensarlo. Io provo a restituirlo come strumento democratico e accessibile, a tutti. Naturalmente nulla è davvero democratico in senso assoluto, perché il contesto in cui cresciamo incide profondamente su ciò che impariamo.
L’ignoranza di certe regole non è quasi mai una colpa individuale, ma il riflesso di un ambiente che non ha potuto trasmetterle. Per questo insegno senza giudizio. Non penso mai che una persona sia ‘maleducata’ perché non conosce una norma. Offro strumenti, con benevolenza.
Sarà sempre più elegante una persona magari imprecisa nelle forme ma genuinamente gentile, rispetto a chi è impeccabile ma fredda. La forma senza umanità resta vuota, e il galateo non è nato per umiliare, ma per armonizzare.
Quali sono le soft skill decisive nei contesti professionali e di leadership?
Le competenze tecniche si possono acquisire. Si può imparare a scrivere una mail, a usare un software, a padroneggiare procedure. Ciò che fa davvero la differenza è la competenza umana. Se una persona ha un’igiene interiore, il conflitto resta sul piano professionale: si chiarisce, si ripara, si cresce. Quando invece non si conoscono i propri trigger, le proprie ferite, si tende a proiettare sull’altro.
E allora un confronto diventa un attacco personale, le dimissioni di un collaboratore vengono vissute come un abbandono affettivo, un feedback si trasforma in punizione. Da lì nascono ambienti invadenti, confini poco chiari, relazioni troppo intrecciate. L’etichetta, in questo senso, è struttura relazionale: rispetto dei ruoli, gestione sana del conflitto, capacità di dare e ricevere critiche senza personalizzare.
È un tema profondamente organizzativo prima ancora che formale.
Quanto conta il linguaggio nel veicolare questi messaggi?
Conta quanto il contenuto, se non addirittura di più. Avere interiorizzato un concetto è diverso dal saperlo tradurre in forma comunicativa. Si può tenere l’attenzione per quaranta minuti in un video senza effetti speciali solo se c’è una reale competenza espressiva. Nei contenuti brevi la sfida è ancora maggiore: sintesi senza impoverimento.
È un esercizio continuo di equilibrio tra profondità e accessibilità. Comunicare bene significa assumersi la responsabilità di non banalizzare, ma nemmeno escludere.
Se dovesse sintetizzare l’eleganza in un’unica idea valida per ogni cultura e contesto quale sarebbe?
‘Essere’, al posto di ‘fare’ o ‘apparire’. Essere una persona gentile e pulita interiormente, non semplicemente comportarsi come tale. C’è una differenza radicale tra fare ed essere. Come tra fare il terapeuta ed esserlo davvero.
L’eleganza autentica nasce dall’essere, da una coerenza interna costruita nel tempo. Non è imitazione di uno stile, non è adesione a un modello estetico dominante.
È misura, consapevolezza di sé, rispetto dell’altro. È la capacità di stare al mondo senza occupare più spazio del necessario, ma senza nemmeno sottrarsi.
Lei chiede spesso alle sue follower qual è il ‘sale della vita’. Qual è il suo?
La riparazione. La possibilità di rimediare agli errori, di cambiare idea anche dopo anni, di scegliere di diventare una versione migliore di sé. In una vita che può essere complessa, grigia, talvolta spigolosa, sapere che esiste la possibilità di riparare – verso gli altri e verso se stessi – è un dono straordinario.
Non siamo condannati ai nostri sbagli. Possiamo rigenerarci, verso gli altri e verso noi stessi. In una vita che può essere difficile e spigolosa, sapere che esiste la possibilità di riparare è forse il dono più grande.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

