Giovani pigri e disinteressati: niente di più falso. Sono attenti a ciò che accade nel mondo. Semplicemente cercano informazioni in modo diverso. C’è chi questo cambiamento ha saputo intercettarlo, anziché demonizzarlo, smontando luoghi comuni. È il caso di Factanza, media company che oggi raggiunge quasi due milioni di persone grazie ad un linguaggio accessibile, ma autorevole, con temi che spaziano dall’attualità alla geopolitica, fino alla società, al lavoro e al benessere.
Nasce come progetto amatoriale su Instagram con un’idea chiara: fare da ponte tra i giovani e il mondo che li circonda attraverso contenuti social, podcast e video. Lo spiega con un esempio esaustivo Bianca Arrighini, founder di Factanza insieme a Livia Viganò: “Se si sommano testi in grafica, caption e script, un singolo contenuto arriva facilmente a 1.500-2.000 battute, cioè l’ordine di grandezza di un pezzo breve su un quotidiano: non è ‘meno’ informazione, è solo distribuita in modo diverso”.
Perché, se è vero che “l’informazione è alla base delle nostre democrazie, allora va riportata dove sono le persone, con i linguaggi che usano ogni giorno, sui temi che per loro contano davvero”.
I social sono accusati di semplificare l’informazione. Possono invece informare in modo consapevole?
Sono uno strumento e, come tutti gli strumenti, dipendono da come li usi, da che responsabilità editoriale ti prendi e da che tipo di relazione costruisci con chi ti segue. Oggi una quota molto significativa di giovani si informa soprattutto sui social, che contano più di 5 miliardi di utenti globali, circa il 64% della popolazione mondiale.
Forse, quindi, la domanda non è se i social semplifichino, ma se noi newsmaker siamo in grado di usarli per fare informazione responsabile e di qualità. Per farlo servono almeno tre condizioni. La prima è il rigore: l’algoritmo spinge alla velocità e alla polarizzazione, ma il dovere di fare buona informazione, il fact-checking, le fonti autorevoli, i dati e la trasparenza devono restare al primo posto.
La seconda è il formato: breve non vuol dire superficiale, ma saper selezionare ciò che conta, dare il contesto necessario e indicare sempre come e dove approfondire. La terza è l’educazione allo sguardo critico: non ci interessa che le persone la pensino come noi, ma che imparino a riconoscere fonti affidabili e a distinguere un contenuto informativo da uno puramente emotivo.
Come si spiegano temi complessi in modo semplice ed esaustivo?
Questo è il cuore del nostro lavoro. ‘Semplice’ non è sinonimo di superficiale, ma di accessibile e inclusivo. Per questo non diamo mai per scontato che chi ci segue sappia già tutto: ricostruiamo il contesto, definiamo i concetti chiave, spieghiamo chi sono gli attori in campo. Il secondo passaggio è la selezione: ci concentriamo sulle informazioni davvero rilevanti.
Dire le cose in meno spazio richiede un enorme lavoro a monte, fatto di studio, approfondimento e condensazione. Usiamo un linguaggio semplice e diretto, spiegando i tecnicismi quando servono, in modo che chi legge non si senta mai escluso ma possa arricchire il proprio vocabolario concettuale. Per questo lavoriamo per ‘scomporre’ i temi, affrontandoli per blocchi attraverso caroselli, video o serie di contenuti.
Che rapporto hanno oggi le nuove generazioni con l’informazione?
Ambivalente: da un lato siamo probabilmente i più informati di sempre, dall’altro viviamo immersi in una vera e propria infodemia, fatta di contenuti disordinati e contraddittori. In questo flusso vediamo una forte ricerca di trasparenza e autenticità e un rifiuto crescente dei modelli basati su clickbait, outrage e ragebait.
Rispetto al passato, non ci si accontenta più di sapere cosa è successo: si vuole capire il perché e cosa si può fare nel proprio piccolo. Non si cercano solo notizie, ma chiavi di lettura e, quando possibile, anche piste di azione.
Come si bilanciano velocità e profondità nell’era degli algoritmi?
La risposta non è la velocità, ma il valore aggiunto. Un controllo in più sulle fonti, un dato spiegato, un collegamento con il contesto, una chiave di lettura. Cerchiamo di essere presenti quando una cosa accade, ma con contenuti che non siano solo un flash in più.
La profondità non è morta: cresce il pubblico di podcast, video lunghi e contenuti che richiedono tempo e attenzione. Gli algoritmi vanno conosciuti, ma non possono essere la stella polare.
Se insegui solo ciò che performa, tradisci il patto di fiducia con chi ti segue. Accuratezza, chiarezza e profondità sono l’unico vero antidoto al rumore informativo.
Esiste ancora oggi una definizione univoca di giornalismo?
L’idea che il giornalismo esista solo fuori dai social è molto comoda: evita di porsi il problema di come parlare a chi ha meno di trent’anni. Raccolta, verifica, gerarchizzazione e racconto dei fatti restano invariati; cambiano le forme, i linguaggi, i canali e i modelli di business.
Rifiutare questi cambiamenti significa rinunciare alla responsabilità di portare buona informazione nei luoghi dove le persone vivono davvero. Oggi credo sia importante non aspettare che qualcuno ti ‘dia’ un tesserino per iniziare a fare informazione: serve, ma il mestiere lo impari facendolo.
Come immagina il futuro dell’informazione digitale in Italia?
Nei prossimi anni vivremo una fase di grande caos, ma anche di grandi possibilità. L’intelligenza artificiale generativa sta erodendo traffico ai siti di news, mentre la disinformazione corre sempre più veloce sui social. L’ecosistema è affollato, frammentato e dominato da pochi grandi attori, rendendo fragile il modello economico dell’informazione.
Per questo sarà fondamentale lavorare su due piani: una regolamentazione più chiara delle grandi piattaforme e un investimento serio nell’educazione all’informazione e al pensiero critico, a partire dalle scuole ma anche nella formazione degli adulti.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

