Le capacità dell’AI diventano ogni giorno più sofisticate e i leader aziendali accelerano l’adozione per restare competitivi.
Ma un ostacolo sta emergendo all’interno delle aziende: i dipendenti stessi. Un report di Writer e Workplace Intelligence rileva che una quota significativa di lavoratori tenta attivamente di sabotare l’introduzione dell’AI. L’indagine coinvolge 2.400 knowledge worker tra Stati Uniti, Regno Unito ed Europa, inclusi 1.200 dirigenti.
Il 29% ammette comportamenti di sabotaggio. Tra i lavoratori della Gen Z la percentuale sale al 44%.
Il sabotaggio assume diverse forme. Alcuni inseriscono informazioni aziendali in strumenti pubblici. Altri utilizzano tool non autorizzati. C’è chi rifiuta completamente l’AI. Alcuni alterano le valutazioni o producono risultati di bassa qualità per far sembrare la tecnologia meno efficace.
Paura e sfiducia verso l’AI
Con la diffusione dell’AI cresce anche il rifiuto. Un sondaggio NBC News indica che solo il 26% degli elettori statunitensi ha un’opinione positiva, mentre il 46% ne ha una negativa.
Dirigenti ed esperti segnalano i rischi occupazionali. Dario Amodei, CEO di Anthropic, afferma che l’AI potrebbe eliminare metà dei lavori entry-level qualificati. Mustafa Suleyman, responsabile AI di Microsoft, indica una possibile automazione diffusa del lavoro d’ufficio in tempi brevi.
Uno studio di Anthropic mostra che l’intelligenza artificiale può già svolgere gran parte delle attività in informatica, diritto, business e finanza. Con il rischio che l’automazione diventi concreta, molti lavoratori reagiscono.
Perché i dipendenti sabotano l’AI
Tra chi ammette il sabotaggio, il 30% indica la paura di perdere il lavoro. La “FOBO”, fear of becoming obsolete, è diffusa. KPMG rileva che quattro lavoratori su dieci temono la sostituzione.
Altri motivi riguardano la sicurezza (28%), la percezione di perdita di valore o creatività (26%) e strategie aziendali mal implementate (26%).
Il rifiuto dell’AI espone di più ai licenziamenti. Il 60% dei dirigenti valuta tagli tra chi non adotta questi strumenti. Il 77% esclude questi lavoratori da promozioni o ruoli di leadership. Il 69% prevede licenziamenti legati all’intelligenza artificiale.
Il nodo delle competenze
Un report del MIT evidenzia che il 95% dei progetti pilota di AI generativa fallisce. Il problema non riguarda la tecnologia. Riguarda il divario tra strumenti e organizzazioni.
Chi integra l’AI nei processi ottiene vantaggi concreti. I “super-user” hanno probabilità circa tre volte superiori di ricevere promozioni e aumenti. Risparmiano quasi nove ore a settimana, contro le circa due ore di chi usa poco questi strumenti.
La strategia che funziona
Secondo May Habib, CEO di Writer, le aziende più efficaci non puntano sui licenziamenti. Puntano sull’integrazione tra intelligenza artificiale e lavoro umano.
Le organizzazioni che riprogettano i processi mettendo al centro questa collaborazione costruiscono un vantaggio competitivo difficile da replicare.
