Mosca tra boom petrolifero e incognita iraniana

Mosca, Cremlino russia

Il Cremlino trasforma l’instabilità in Medio Oriente in ossigeno per l’economia e la diplomazia russa.

Quanto perde e quanto guadagna la Russia di Putin dall’attuale guerra in Medio Oriente? Nel breve termine, con il prezzo del petrolio schizzato alle stelle e lo stretto di Hormuz (al momento in cui scriviamo, ndr) fuori uso, i profitti economici sono immediati e molto concreti. Nell’ultimo anno la crescita del Pil russo è scesa dal 4% all’1% e la spesa pubblica – anche per gli indennizzi a centinaia di migliaia di famiglie di soldati morti e veterani – è cresciuta esponenzialmente.

Le ultime sanzioni Usa avevano poi colpito duramente l’export di materie prime, costringendo di recente Lukoil a vendere i suoi asset internazionali al fondo americano Carlyle Group. Con Hormuz sotto attacco, l’Iran fuori dai giochi e una deroga di trenta giorni concessa da Trump sul petrolio russo già caricato in mare, Mosca può vendere di più e a prezzi molto più alti – soprattutto alla Cina, di cui copre il 17% del fabbisogno di greggio, e all’India, che al momento è stato il maggior beneficiario della sospensione temporanea.

La guerra sta poi rapidamente riaprendo in Europa un dibattito a lungo rimasto tabù: la possibilità di importare nuovamente materie prime a basso costo dalla Russia. La semplicità con cui Trump ha sospeso le sanzioni sulla base di considerazioni strategiche ha mostrato in maniera impietosa i limiti della politica sanzionatoria europea, mai pensata come strumento diplomatico flessibile ma come serie di misure permanenti per cristallizzare una posizione ufficiale a Bruxelles e ingabbiare le opinioni divergenti dei membri. Limiti a maggior ragione dannosi quando i partner promotori di quella stessa politica, gli Stati Uniti, non la applicano nella stessa maniera e l’Europa ha urgente bisogno di rilanciare l’industria sul continente.

Riguardo ai rapporti bilaterali Russia-Iran, la quantificazione dei costi, più che dei benefici, potrà essere fatta solo quando il governo a Teheran si sarà stabilizzato. Mosca aveva con Teheran un accordo strategico firmato a gennaio 2025, ma non un’alleanza di mutua difesa – sostanziale quindi, ma non esistenziale. Il che spiega, almeno in parte, il silenzio di questi giorni.

La diplomazia russa ha già mostrato in passato capacità di adattamento: dopo la caduta dello storico alleato Assad, l’influenza russa in Siria si è ridimensionata, ma Mosca ha tenuto la base di Khmeimim e l’accesso limitato al porto di Tartus. A meno che a Teheran non si insedi una leadership imposta da Washington e Tel Aviv e ostile a relazioni diplomatiche con Mosca, la Russia farà di tutto per riposizionarsi, puntando sul ruolo di (interessati) mediatori che i russi preferiscono tradizionalmente giocare in Medio Oriente e su una conoscenza profonda delle élite politiche e militari del mondo arabo e musulmano.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di aprile 2026 (numero 3, anno 9)

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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