Massimo Tonini (Valdo Spumanti Srl)

Massimo Tonini illustra il modello Valdo tra sostenibilità di filiera e la sfida dei prodotti a zero alcol.

Il settore del prosecco rappresenta uno dei pilastri del Made in Italy. Apprezzato in tutto il mondo è uno dei prodotti vitivinicoli italiani più riconosciuti all’estero. Una crescita importante, trainata dall’export, che ad oggi è chiamata ad affrontare nuove sfide legate alla sostenibilità, al cambiamento dei consumi da parte delle nuove generazioni e all’innovazione crescente e sempre più rapida per rimanere al passo con i tempi.
Al contempo aumentano i competitor internazionali che guardano al modello italiano. Di questi temi ne abbiamo parlato con Massimo Tonini, direttore generale di Valdo Spumanti Srl, azienda storica del comparto.

Il vostro brand è un marchio storico, che compie 100 anni. Quali sono le principali sfide per un produttore come Valdo?

L’azienda nasce nel 1926 in provincia di Treviso, precisamente a Valdobbiadene, da un gruppo di imprenditori locali con il nome di S.A.VI.S., acronimo di Società Anonima Vini Superiori.

Acquisita dalla famiglia Bolla nel 1938, nel 1951 diventa ufficialmente “Valdo”; un omaggio alle proprie origini, che esprime la volontà di radicare l’identità aziendale nel territorio. Da quel momento in poi, l’azienda cresce, passando da una distribuzione nazionale a una presenza internazionale.

In un settore come quello del vino, molto più competitivo rispetto a un secolo fa, la sfida principale per un marchio come il nostro è quella di far riconoscere il valore del brand, che non è solo il nome dell’azienda, ma anche l’esperienza e la ricerca sviluppate negli anni, elementi che ci hanno permesso di conquistare la fiducia dei consumatori nei principali mercati.

Quanto è importante oggi difendere l’autenticità del Made in Italy nel settore vinicolo?

È fondamentale. Il settore vinicolo è infatti fortemente legato alle denominazioni e alla territorialità, aspetti strategici per l’export agroalimentare. Difendere il Made in Italy significa tutelare valore economico, cultura enogastronomica e turismo.

Il riconoscimento come Patrimonio Mondiale Unesco ricevuto dalle colline del Conegliano Valdobbiadene nel 2019 ha sicuramente rafforzato l’attrattività della zona, garantendo un flusso crescente di visitatori. Non si tratta quindi solo di esportare un prodotto, ma anche di valorizzare il territorio, creando un circolo virtuoso tra turismo ed export.

Che strategie state adottando per parlare alle nuove generazioni?

Tra gli strumenti di comunicazione utilizzati quotidianamente rientrano senza dubbio i canali social, che ad oggi restano i mezzi più vicini ai giovani. Rappresentare una categoria come il Prosecco, generalmente associata alla convivialità e alla leggerezza, ci permette inoltre di comunicare uno stile di vita più che un prodotto, con un approccio meno intellettuale rispetto ad altri vini, superando quel tecnicismo che spesso rappresenta una barriera per i nuovi consumatori.

La sostenibilità è centrale nel settore vinicolo. Quali iniziative avete intrapreso?

Dai primi anni 2000 l’azienda ha deciso di adottare un approccio di filiera, collaborando con conferitori e partner locali, inizialmente a Valdobbiadene e poi anche in Friuli. Un passaggio importante per l’azienda, che ha portato al coinvolgimento di tutta la filiera in pratiche virtuose, dal vigneto alla cantina.

Da un punto di vista agricolo, nel corso del tempo sono state adottate tecniche di agricoltura di precisione, riducendo progressivamente sprechi, consumo di acqua e interventi chimici, al fine di garantire un prodotto sempre più sano.

Per noi la sostenibilità ambientale si regge su quella economica, e Valdo è un’azienda solida, con un indebitamento contenuto, capace quindi di generare valore per sé e per il territorio.

Cosa significa per Valdo innovare oggi?

Da sempre per Valdo l’innovazione sta nell’interpretare i nuovi bisogni dei consumatori restando coerenti con la propria identità. La tradizione non deve pertanto essere percepita come limite, ma piuttosto come un punto di partenza per creare qualcosa di nuovo.

Negli ultimi anni abbiamo sviluppato progetti che prevedevano la riduzione del contenuto alcolico, fino alla realizzazione di uno spumante alcohol free, ottenuto da vino vero dealcolato e non da bevande alternative; un chiaro esempio di risposta concreta a nuove esigenze di consumo.

Se doveste immaginare la vostra azienda tra altri 100 anni, come la vedreste?

Oggi è difficile fare previsioni così a lungo termine. Ci stiamo però preparando a un cambio generazionale interno, con l’obiettivo di continuare a crescere mantenendo la guida familiare.

La nostra volontà è quella di rafforzare il posizionamento di Valdo, attraverso l’ampliamento del gruppo vinicolo, e sicuramente continuando a investire in innovazione e a creare valore non solo per l’azienda, ma anche per dipendenti e territorio.

Cosa rappresenta per voi il progetto Casa Valdo?

Si tratta di una country house restaurata con grande attenzione. Nasce prima di tutto come dimora della famiglia Bolla, per poi essere messa a disposizione ad una clientela selezionata.

Da un punto di vista corporate rappresenta un’estensione del nostro brand; da una prospettiva enoturistica, un’esperienza di ospitalità coerente con i valori di qualità, ricerca e legame con il territorio che caratterizzano Valdo.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di aprile 2026 (numero 3, anno 9)

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