La Cina punta alla Luna e intanto investe nei chip

xi jinping cina

È noto che Donald Trump tiene al Premio Nobel per la pace quasi quanto all’obiettivo di riportare gli americani sulla Luna. Vorrebbe che la missione avesse luogo entro la fine del suo secondo mandato. Ma i cinesi sono a un passo dal sorpasso, e a dichiararlo, tra lo stupore generale, è nientemeno che l’amministratore capo della Nasa Jared Isaacman. Durante un convegno a Washington, Isaacman ha candidamente affermato quanto segue: “La prossima volta che il mondo si sintonizzerà per guardare gli astronauti volare intorno alla Luna, probabilmente nel 2027, saranno taikonauti e l’America non sarà più la potenza esclusiva in grado di inviare esseri umani nell’ambiente lunare”. 

Dallo spazio passa soltanto un aspetto della competizione strategica tra Cina e Usa, ma fa certo impressione che il numero uno della Nasa riconosca un potenziale fallimento – il superamento da parte di Pechino – prima ancora che si realizzi. La dichiarazione, che suona come una resa e non avrà fatto piacere all’inquilino della Casa Bianca, arriva dopo che la Nasa ha rivisto drasticamente la tabella di marcia del programma Artemis, con la missione Artemis III, che si è spostata dal suolo lunare all’orbita terrestre, e la sospensione della stazione spaziale Gateway nell’orbita lunare. “Ora ci troviamo di fronte a un vero rivale geopolitico che sfida la leadership americana nel settore spaziale – ha proseguito Isaacman riferendosi sempre alla Cina – La Nasa ha dichiarato che riporteremo gli americani sulla Luna prima della fine del mandato del presidente Trump. Il nostro grande concorrente ha detto prima del 2030. La differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Loro potrebbero essere in anticipo e la storia recente suggerisce che noi potremmo essere in ritardo”.

Il ritardo degli Stati Uniti e, in generale, dell’Occidente al cospetto dell’avanzata inarrestabile della Cina è ormai un dato ineludibile della contemporaneità. Come dicono gli inglesi, it’s a matter of fact. Nel campo dell’intelligenza artificiale e della robotica, la Cina corre e il mondo insegue. In questi giorni, doppia visita prima di Trump e poi di Vladimir Putin alla corte di Xi Jinping ha offerto una dimostrazione plastica del nuovo ordine globale. Pechino dà le carte, Xi presenta la Cina come un’isola di stabilità di fronte all’imprevedibilità di Trump, l’amico/nemico che si spertica nelle lodi dell’omologo cinese. Se un tempo si diceva che gli americani innovano e i cinesi copiano, oggi la formula appare non più valida perché non risponde alla realtà. Oltre che straordinari innovatori, i cinesi puntano a guadagnare la piena autonomia strategica nel campo dei semiconduttori, per esempio. Come ha rivelato il Financial times, negli scorsi giorni Pechino ha vietato un chip per videogiochi del colosso americano Nvidia proprio mentre il ceo dell’azienda, Jensen Huang, era in visita in Cina al seguito di Trump. Il chip è stato aggiunto all’elenco dei prodotti vietati ai posti di controllo doganali cinesi. La mossa di Pechino può essere letta come una conferma della volontà del Dragone di rafforzare l’industria nazionale di chip attraverso produttori come Huawei e Cambricon. Del resto, Pechino aveva già bloccato le vendite di altri chip Nvidia, tra cui l’H200 e l’H20. Non c’è da stupirsi che quella che è ormai a tutti gli effetti una superpotenza globale, punto di riferimento del cosiddetto Sud globale, miri a conquistare una posizione di assoluta primazia, anche a costo di azioni marcatamente invasive rispetto alle logiche del libero mercato, di quelle azioni che un qualunque giudice a New York o a Bruxelles sanzionerebbe e che invece il regime del monarca a vita Xi può permettersi, mostrando il volto duro del regime.

Poste Italiane Dic 25

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