L’UE ha bisogno di chip ma è indietro nella loro produzione

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L’intelligenza artificiale europea, i data center e persino le auto elettriche dipendono da una catena produttiva che passa per Taiwan, Washington e Pechino. Bruxelles, intanto, prova a rincorrere.

C’è un paradosso al cuore della strategia digitale europea. L’Ue discute di intelligenza artificiale, di regolazione degli algoritmi, di cloud sovrano e di transizione digitale. Ma quasi tutto il digitale europeo si regge su una filiera produttiva che l’Europa non controlla: quella dei semiconduttori avanzati. I chip che fanno girare i modelli di intelligenza artificiale, quelli che stanno dentro ogni smartphone, ogni automobile elettrica, ogni sistema d’arma moderno, vengono prodotti in larga parte a Taiwan, in Corea del Sud, in Cina. E la macchina indispensabile per fabbricarli, la più avanzata del mondo, viene sì prodotta in Europa, in Olanda, ma da un’azienda che non può venderla ovunque senza il permesso di governi stranieri.

Un semiconduttore è una minuscola piastrina di silicio sulla quale vengono incisi miliardi di transistor, interruttori elettrici in miniatura che controllano i segnali elettronici. Un chip grande quanto un’unghia può contenere transistor in un numero paragonabile a quello delle stelle che compongono la Via Lattea. Questi oggetti infinitesimali sono il Dna della tecnologia moderna: ogni smartphone ne contiene circa 160, ogni automobile mediamente ne usa 1.400, i data center che alimentano Internet ne richiedono milioni.

Nel 2024 il mercato globale dei semiconduttori ha raggiunto 627 mld di dollari, in crescita del 19% rispetto all’anno precedente. Entro il 2030, si stima che la domanda globale raggiungerà 1.400 mld. Non tutti i chip sono uguali: ci sono quelli logici, che eseguono calcoli complessi, quelli di memoria, quelli analogici per sensori e gestione dell’energia, e infine, i chip ottici. E poi c’è la dimensione dei transistor, che misura il livello di avanzamento tecnologico: più piccoli sono, più potente ed efficiente è il circuito elettronico. Oggi se ne producono con transistor da 3 nanometri, un milionesimo di millimetro, 25mila volte più sottili di un capello umano.

La filiera di produzione di un chip è forse la più complessa in assoluto. Una catena di oltre mille passaggi attraverso 70 Paesi, che coinvolge 300 materiali provenienti da 16mila fornitori. E si divide in tre grandi fasi, ciascuna dominata da attori diversi.

La prima è il design di cui gli Stati Uniti sono leader assoluti. Aziende come Nvidia, Qualcomm, Amd e Apple progettano i chip più avanzati del mondo, controllando quasi il monopolio dei software di progettazione assistita e delle licenze di proprietà intellettuale.

La seconda fase è la produzione, quella che trasforma il progetto in silicio fisico. Stavolta il primato è di Taiwan che produce il 92% dei chip con transistor sotto i 10 nanometri. Nove circuiti avanzati su dieci escono da stabilimenti taiwanesi, principalmente dalla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, Tsmc, l’azienda più strategicamente importante del pianeta.

La terza fase riguarda le macchine che costruiscono le macchine. È qui che l’Europa ha la sua unica posizione di leadership globale. L’azienda olandese Asml è l’unico produttore al mondo di macchine per la litografia a ultravioletti estremi, le cosiddette Euv, senza le quali è impossibile fabbricare chip con nodi sotto i 7 nanometri. Ma questa centralità non si traduce automaticamente in autonomia produttiva europea.

Aziende chimiche come Merck, Basf e Solvay forniscono materiali e prodotti essenziali per la produzione, STMicroelectronics e Infineon sono player rilevanti nel segmento dei chip per l’automotive e l’industria. Ma la quota europea nella produzione globale di semiconduttori è ferma a meno del 10% del mercato mondiale. E per i chip più avanzati, quelli che servono per l’intelligenza artificiale e i sistemi critici, l’Europa non ha praticamente capacità produttiva autonoma. Tradotto: l’Europa sa fare la macchina che stampa i chip. Ma non fa i chip.

E poi c’è Taiwan, il vero nodo geopolitico. Il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che la riunificazione del Paese alla Cina continentale deve avvenire entro il 2049. Se anche solo una parte di questo scenario dovesse materializzarsi, significherebbe che il 92% dei chip avanzati del pianeta verrebbe prodotto in un’isola contesa e nessun Paese, nessuna azienda, sarebbe in grado di sostituire Tsmc nel breve o medio termine.

Così i semiconduttori sono diventati il principale terreno di scontro nella competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina. Nel 2022 l’amministrazione Biden ha bloccato l’export verso la Cina di chip realizzati con tecnologia americana. Nel 2023 il governo olandese, sotto pressione americana, ha imposto restrizioni alle esportazioni di Asml verso Pechino. Il Giappone ha seguito con limitazioni su 23 tipologie di macchinari per la produzione.

Con il boom dell’intelligenza artificiale e il crescente utilizzo di chatbot questa dipendenza è cresciuta. Addestrare un modello linguistico di grandi dimensioni richiede migliaia di Gpu, e le unità di elaborazione grafica H100 e H200 che Nvidia produce sono diventate la risorsa più contesa dai data center di tutto il mondo. E ancora una volta la produzione è targata Tsmc, a Taiwan, con macchine Asml, in Olanda, su progetto californiano.

Senza quella filiera, non esisterebbero ChatGpt, Gemini, Claude. Non esisterebbe l’AI Act in un’Europa che legifera sull’intelligenza artificiale, ma che paradossalmente non controlla nessuno dei passaggi produttivi che la rendono possibile.

Nel luglio 2023, Bruxelles ha varato il Chips Act: 43 mld di euro di investimenti pubblici e privati con l’obiettivo di portare la quota europea nella produzione mondiale di semiconduttori dal 10% attuale al 20% entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, che richiede la costruzione di nuove fabbriche, la formazione di decine di migliaia di tecnici specializzati e la creazione di un ecosistema industriale che oggi non esiste nella sua interezza.

I progressi concreti ci sono. La Commissione europea ha riconosciuto per la prima volta quattro impianti con status speciale nell’ambito del Chips Act. In Germania, Esmc, la joint venture tra Tsmc, Bosch, Infineon e Nxp, punta a produrre 480.000 wafer all’anno entro il 2029. Infineon espande il suo stabilimento di Dresda per chip di potenza. In Austria, Ams-Osram costruisce un impianto per chip automotive. In Italia, STMicroelectronics realizzerà la prima fabbrica europea completamente integrata per chip in carburo di silicio, materiale strategico per i veicoli elettrici e le infrastrutture di ricarica.

A Leuven, in Belgio, ha aperto NanoIC, la più grande pilot line europea nell’ambito del Chips Act, con un investimento totale di 2,5 mld di euro di cui 700 mln dall’Unione europea. È il primo impianto europeo a installare la macchina Euv più avanzata di Asml, capace di lavorare su tecnologie oltre i due nanometri. Un passo necessario per portare l’innovazione europea dal laboratorio alla fabbrica.

Rispetto agli Stati Uniti che hanno puntato 52 mld di dollari con il Chips and Science Act, a Taiwan con i suoi 50 anni di know-how, e agli investimenti messi in campo dalla Corea del Sud, l’Europa parte tardi. Con meno risorse di quanto servirebbe e con una domanda interna di chip avanzati ancora limitata, il che riduce l’attrattività per i produttori stranieri. La low demand interna europea per chip sotto i 20 nanometri è uno dei principali ostacoli a convincere Tsmc o Samsung a fare dell’Europa il loro mercato prioritario.

La buona notizia è che, nel panorama europeo, l’Italia occupa una posizione di secondo piano ma non irrilevante. STMicroelectronics, l’azienda italo-francese, è uno dei maggiori player europei nel settore, attiva sia nell’area di Catania che in quella milanese. Ad Avezzano opera LFoundry, la più importante fonderia di chip del Paese. Complessivamente il settore conta 1.900 imprese e 36mila addetti.

Lo spazio del nostro paese, insomma, è nelle nicchie: materiali, design specializzato, chip per applicazioni industriali e automotive. È un contributo reale alla filiera europea, ma non cambia l’equazione geopolitica.

La vera partita si gioca altrove: nei miliardi investiti in Germania, nelle joint venture con Tsmc, nelle macchine Asml, nei laboratori di Leuven. L’Europa sta cercando di costruire in cinque anni quello che altri hanno costruito in cinquanta. Non è impossibile. Ma richiede una continuità di investimento e di visione politica che i cicli elettorali rendono difficile garantire.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di giugno 2026 (numero 5, anno 9)

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