Intelligenza artificiale, streaming, blockchain, archiviazione dati, modelli generativi: la rivoluzione digitale viene ancora spesso raccontata come invisibile, leggera, quasi senza impatto fisico. Ma dietro ogni prompt, ogni file salvato nel cloud o video generato dall’AI, esiste una infrastruttura enorme fatta di server, miniere, acqua, elettricità e data center. E soprattutto: emissioni.
Per anni abbiamo pensato alla sostenibilità quasi esclusivamente in termini industriali o manifatturieri. Oggi però anche il digitale è diventato un tema climatico, energetico, sociale e persino geopolitico. E c’è un paradosso che racconta perfettamente il nostro tempo: più il mondo diventa ‘immateriale’, più cresce la sua impronta materiale.
La fame energetica dell’intelligenza artificiale
Secondo l’International Energy Agency (Iea), il consumo globale di elettricità dei data center potrebbe quasi raddoppiare entro il 2030, arrivando a circa 945 TWh annui: una quantità vicina all’intero consumo elettrico del Giappone. La crescita sarà trainata soprattutto dalla diffusione dell’intelligenza artificiale e dall’aumento della capacità computazionale richiesta dalle nuove tecnologie digitali.
Allenare modelli generativi richiede enormi capacità computazionali e sistemi di raffreddamento altamente energivori. E non si tratta soltanto della fase di training: anche l’utilizzo quotidiano dell’AI, moltiplicato per miliardi di richieste, sta producendo una crescita esponenziale della domanda energetica globale.
Secondo alcune analisi di settore, entro la fine del 2025 l’AI potrebbe rappresentare quasi la metà dei consumi energetici dei data center globali. Parallelamente, la stessa Iea ha evidenziato come i data center stiano diventando uno dei principali driver dell’aumento della domanda elettrica mondiale.
Ma ridurre il tema al solo carbon footprint sarebbe un errore.
Il Digital Economy Report 2024 dell’UNCTAD sottolinea infatti come l’impatto ambientale delle nuove tecnologie non riguardi soltanto le emissioni climalteranti, ma anche il consumo idrico necessario per il raffreddamento dei server, l’estrazione di materie prime critiche, la gestione dei rifiuti elettronici e la crescente pressione sulle risorse naturali.
Esiste poi il tema delle cosiddette ‘digital emissions’: l’insieme degli impatti ambientali indiretti generati dal nostro ecosistema digitale quotidiano. Streaming continuo, archiviazione crescente di dati, criptovalute, utilizzo massivo dell’intelligenza artificiale e sostituzione accelerata dei device tecnologici stanno aumentando il consumo di energia e risorse fisiche lungo tutta la filiera digitale.
Climate risk e diritti umani
Quando un data center consuma enormi quantità d’acqua in territori già colpiti da siccità, il problema non è solo ambientale: riguarda accesso alle risorse, diritto alla salute, sicurezza alimentare e giustizia sociale. In alcune aree del mondo, le infrastrutture digitali stanno già entrando in competizione con comunità locali, agricoltura e servizi essenziali per l’utilizzo di acqua ed energia.
Quando intere reti elettriche vengono stressate dalla domanda energetica dell’AI, le conseguenze ricadono sui territori, sui costi dell’energia e sulla capacità delle comunità di affrontare eventi climatici sempre più estremi.
E poi c’è il lato meno visibile della transizione digitale: quello delle filiere. L’estrazione di minerali critici necessari per batterie, semiconduttori e infrastrutture tecnologiche accelera spesso in contesti caratterizzati da fragilità istituzionale, scarse tutele ambientali e violazioni dei diritti umani. Aumentano i rischi di sfruttamento del lavoro, di quello minorile, contaminazione ambientale e conflitti sociali lungo la supply chain globale.
Non è un caso che oggi, anche nei grandi summit internazionali sulla transizione energetica, il tema delle infrastrutture e delle risorse stia diventando centrale. Durante la Conferenza di Santa Marta sulla fuoriuscita dai combustibili fossili è emerso con forza il rischio di costruire nuove dipendenze e nuove disuguaglianze nel nome della transizione. Cambiano le tecnologie, ma la domanda resta la stessa: chi controlla le risorse e chi sostiene i costi ambientali e sociali del cambiamento?
La crisi climatica e la transizione digitale stanno convergendo molto più rapidamente di quanto politica e mercato siano pronti ad ammettere. Una tecnologia non è sostenibile solo perché avanzata o efficiente: dipende anche da chi controlla le risorse, da come vengono distribuiti costi e benefici e da quali comunità vengono protette – o sacrificate – lungo il processo.
Dietro la corsa globale all’intelligenza artificiale non c’è infatti solo innovazione: c’è una questione di potere, accesso alle infrastrutture e distribuzione dei costi della transizione. Gli impatti ambientali e sociali della tecnologia non si distribuiscono in maniera neutrale. Colpiscono soprattutto territori vulnerabili, comunità marginalizzate e Paesi già esposti a crisi climatiche, disuguaglianze economiche e instabilità politica.
Il rischio è replicare anche nella transizione digitale lo stesso schema già visto nella crisi climatica: innovazione e benefici concentrati in poche aree del mondo, mentre i costi ambientali, sociali ed estrattivi vengono esternalizzati altrove.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di giugno 2026 (numero 5, anno 9)
