In Europa spirano venti di guerra. Non in senso letterale, la guerra in Ucraina del resto non ha visto soldati europei boots on the ground, e da tempo si è preso atto di una sostanziale riluttanza, nella società contemporanea, ad abbracciare il concetto stesso di “conflitto” come parte della vita sociale.
Da qui sono seguite le campagne antimilitariste e pacifiste, come se la sicurezza e la difesa di una nazione non fossero princìpi irrinunciabili.
Vale la pena sapere che non avviene così dappertutto, in Israele per esempio esiste il servizio di leva obbligatorio all’età di diciotto anni (della durata di tre anni per gli uomini e di due anni per le donne), negli Usa servire nell’esercito è un dovere e un onore, non a caso il vicepresidente JD Vance ha combattuto in Iraq (i nostri parlamentari, con ogni probabilità, non sanno neanche imbracciare un’arma).
Siamo una società che ha rimosso la guerra dal suo orizzonte esistenziale.
È bellissimo sostenere gli ucraini inviando carrarmati e munizioni purché siano i loro uomini a morire sul campo di battaglia, non i nostri.
L’attivismo europeo, testimoniato dalle parole della presidente della Commissione Ue von der Leyen che il 6 marzo presenterà un “piano” per il “riarmo europeo”, è uno degli effetti non intenzionali della nuova postura di Washington.
Donald Trump ha chiarito urbi et orbi che i soldi dei contribuenti americani non verranno più impiegati per combattere guerre lontane, in posti esotici e sconosciuti ai cittadini americani.
America first. L’avversario strategico degli Usa è la Cina, non la Russia, perciò l’attuale amministrazione ha un interesse concreto a separare i russi dai cinesi.
In questo quadro, il presidente Putin non è (più) un nemico ma un valido interlocutore per raggiungere rapidamente un accordo di pace.
L’Europa è spiazzata dallo U-turn americano ma, per una volta, sembra agire.
Come emerso dal vertice dei Leader a Londra, le posizioni sono diverse, non si registra al momento unanimità, e il “piano” presentato da Starmer insieme a Macron sarebbe stato derubricato ad “appunti” da Giorgia Meloni.
Si parla, nello specifico, di una “coalizione dei volenterosi” che dovrebbe raggruppare circa 40mila soldati europei dopo il raggiungimento di un accordo di pace.
Ma una forza di peacekeeping di queste dimensioni, circondata da eserciti di oltre un milione di uomini, rischierebbe di non avere margine di manovra, e di correre rischi concreti come accaduto alla missione Unifil, sotto egida Onu, in Libano, tra il fuoco di Hezbollah e le operazioni delle forze di difesa israeliane.
La partecipazione di Roma alla futuribile “Coalizione” europea sarebbe indispensabile dal momento che l’Italia, con Germania, Francia e Regno unito, è l’unico Paese dotato delle capacità militari più sviluppate a livello europeo.
Al momento la proposta più realistica sembra quella avanzata dal presidente Meloni che insiste sulla necessità di coinvolgere la Nato anche escludendo l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica.
L’appoggio logistico degli Usa o della Nato resta un elemento irrinunciabile per la buona riuscita dell’operazione.
E tuttavia, per un singolare paradosso, la “Coalizione dei volenterosi”, concepita da un Paese uscito dall’Ue, potrebbe rappresentare il nucleo di un’Europa a due velocità, vale a dire il superamento del progetto a 27 che, tra veti e paletti, non ha mai spiccato il volo.
Mentre si fa strada l’idea di nominare un inviato speciale dell’Ue in Ucraina (il nome più gettonato è quello dell’ex presidente della Bce Mario Draghi), l’Europa per la prima volta apre alla possibilità di scorporare le spese militari dal Patto di stabilità nonché di convogliare nel comparto difesa ulteriori investimenti raccogliendo risorse aggiuntive dai fondi del Recovery inutilizzati (94 miliardi), dal Mes (il Meccanismo di stabilità ideato originariamente per “salvare” le banche ma mai attivato per il veto italiano), dai finanziamenti della Bei.
Un salto copernicano che potrebbe ridisegnare una nuova Europa: meno ideologica e più pragmatica, non più prigioniera dell’unanimismo ma orientata a “decidere” anche a costo di lasciare indietro qualcuno.
L’Europa dei Paesi fondatori, allargati a pochi altri, potrebbe rappresentare un futuro tutto da esplorare. Per merito di Trump, e a sua insaputa.
