Si può essere un mago della finanza multimiliardario e continuare a fare colazione al solito bar di un rinomato fast food. È la storia di Warren Buffett, il fondatore dell’impero targato Berkshire Hathaway che, giunto all’età di novantaquattro anni e con un patrimonio personale di 168,2 miliardi di dollari, ha annunciato il ritiro entro la fine dell’anno. Il testimone passerà al suo numero due, Greg Abel. Di Buffett si dice che continui a vivere nella città natale di Omaha, nel Nebraska, nella stessa casa acquistata nel 1958 per appena trentamila dollari e che in tutti questi anni non abbia mai rinunciato alle sue abitudini da “average man”: adora il McDonald’s, dove si fa vedere anche per una fugace colazione, ed è un appassionato bevitore di Coca-cola. Buffett è americano fin nel midollo, uno straordinario self-made man che è diventato anche guru della finanza, capace di entusiasmare migliaia di persone che ogni anno accorrono a Omaha in una specie di “Woodstock dei capitalisti”, tutti determinati ad abbeverarsi alla fonte di saggezza finanziaria di questo signore curioso e instancabile. Capace di comprendere e prevedere i movimenti sui mercati finanziari realizzando enormi guadagni, da qui il soprannome di “oracolo di Omaha”. Della Coca-cola, per esempio, possiede una quota del 6,3 percento che acquistò a fine anni Ottanta per un miliardo di dollari. Oggi, da sola, quella partecipazione vale 25 miliardi. Proprio in occasione del festival di Omaha, pochi giorni fa, Buffett ha annunciato il passo indietro senza rinunciare a esternare il proprio punto di vista sui temi più disparati: dal no ai dazi (“non è così che si costruisce un mondo più prospero”) alla politica economica di Donald Trump (“è sbagliato usare il commercio come se fosse un’arma”).
Tra gli insegnamenti che il “fenomeno Buffett” ha dispensato in questi anni, e che circolano virali anche sui social network con diversi account ispirati al “Buffett pensiero”, c’è sicuramente l’elogio della pazienza. Per Buffett la fretta è nemica della razionalità, bisogna invece studiare, approfondire, non lasciarsi condizionare dalle oscillazioni di breve periodo del mercato. “Non serve essere geni per investire bene, basta avere disciplina, pazienza eu n pizzico di lungimiranza”, sono le sue parole. Né bisogna avere paura di sbagliare: gli errori sono inevitabili ma a volte ciò che appare come un vicolo cieco può essere il trampolino verso un successo ancora più grande. Si avverte l’eco degli insegnamenti del suo mentore, Benjamin Graham, autore di The intelligent investor: individuare i titoli sottovalutati, comprarli e tenerli a lungo, con una calma quasi disarmante. All’inizio diffidente verso l’hi-tech e piuttosto refrattario all’uso del computer, Buffett ha poi fatto i miliardi (150 per la precisione, il 40 percento del portafoglio di BH) puntando sulle azioni di Apple. Mentre ha ammesso di aver sbagliato a non interessarsi per tempo ad aziende poi diventate colossi come Google e Amazon.
La Berkshire Hathaway, negli anni Sessanta, era una vecchia industria tessile in declino, un dinosauro nel panorama americano che sembrava destinato all’estinzione. Buffett decise di acquistarla a buon mercato, per un prezzo stracciato, perché era convinto che quella piccola azienda avesse un potenziale nascosto. Aveva ragione. Mentre il settore tessile andava da altre parti e i vecchi telai continuavano a macinare tessuti logori, Buffett seppe mantenere la calma. Così si domandò: perché non trasformare quel rottame tessile in qualcos’altro? Quello che, prima facie, poteva apparire una scelta non ponderata (l’acquisto di un’azienda decotta), si rivelò una decisione azzeccata perché, pezzo dopo pezzo, Buffett trasformò BH in una holding che muove miliardi di investimenti finanziari in ogni settore. Assicurazioni, banche, energia, trasporti, oggi BH è un conglomerato di oltre duecento aziende che macinano profitti. Da qui un altro insegnamento di Buffett: la regola è diversificare, per restare sempre a galla, compensando le eventuali perdite da una parte con i guadagni da un’altra. Diversificazione, trasparenza nei bilanci, pazienza e fiducia nel lungo periodo sono certamente tra i princìpi fondanti della lezione di Buffett al mondo intero.
Un mondo che in questi anni non ha mai smesso di manifestare simpatia e curiosità per la vivacità di pensiero e per le imprese di successo realizzate da un quasi centenario che, pur corteggiato dalla politica americana, ha sempre preferito restare un passo indietro per non entrare mai a far parte davvero dell’establishment. Di idee democratico centrista, Buffett non ha fatto mancare l’appoggio a candidati come Barak Obama e Hillary Clinton ma non ha mai accettato incarichi formali, anzi ha sempre cercato di mantenere distanti i suoi interessi e la sfera pubblica. Si dice che Obama gli propose di diventare Segretario del Tesoro ricevendo un garbato: no, grazie. E da Obama Buffett fu insignito della prestigiosa “Medal of Freedom” nel 2011. Non ha mai smesso invece di aiutare chi ha meno: nel 2006 annunciò una delle più grandi donazioni della storia, oltre trenta miliardi di dollari in azioni di BH, alla Bill & Melinda Gates Foundation, la stessa fondazione con cui ha avviato, insieme all’amico Bill Gates, “The Giving Pledge”, l’impegno formale a devolvere la maggior parte della propria ricchezza in beneficenza. Per lui, però, la filantropia non è è mai stato semplicemente distribuire capitale ma investire nel futuro delle persone, creando occasioni di crescita e di riscatto. Senza mai esporsi troppo, prediligendo un modo riservato e schivo di stare nelle cose. L’attitudine di Buffett è sempre stata quella del middle man, e forse in questa capacità di non rinunciare alla quintessenza del suo essere americano c’è anche la grandezza di una personalità fuori dal comune, che però non ha mai smesso di vivere come un uomo comune, di restare connesso con la vita reale, ché in fondo l’economia, anche l’alta finanza, non possono prescindere dalle scelte del singolo consumatore. Questione di numeri.
