Finalmente l’Italia ha il suo ambasciatore americanissimo. Tilman Fertitta, dopo alcuni anni un po’ soporiferi e incerti, segna un “restart” per la presenza dell’ambasciata Usa a Roma. Fertitta non è un diplomatico ma un imprenditore miliardario, trumpiano fino al midollo, abilissimo nell’interpretare il suo ruolo con la giusta carica politica e ideale.
Nato e cresciuto in Texas (Houston è la sua città), Fertitta è l’unico proprietario della Fertitta Entertainment, a capo del gigante della ristorazione Landry’s, possiede il Golden Nugget Hotel and Casinos e ha pure la sua squadra dell’Nba, gli Houston Rockets. È il maggiore azionista, con una quota del 12,5 percento, di Wynn Resorts (a Las Vegas, oggi, l’hotel più cool) ed è il principale azionista individuale del gigante mondiale del gioco online DraftKings.
Forbes ha stimato il suo patrimonio netto in oltre 11 miliardi di dollari, classificandolo tra i cento americani più ricchi. Si comprende allora l’intesa anzitutto ideale con Donald Trump, il “palazzinaro” newyorkese capace di superare le gesta paterne, spostandosi da Brooklyn al cuore pulsante di Manhattan.
Due self-made billionaire, abituati a sfidare le avversità per fare affari rischiando in proprio, vincendo spesso ma non sempre. Uomini capaci di cadere e rialzarsi, di passare per le maglie del fantomatico “Russiagate” per risalire la china e tornare più ruggenti di prima sulla tolda di comando.
Sono gli “animal spirits” d’oltreoceano, qualcosa che noi europei comprendiamo fino a un certo punto, sempre più avversi al rischio come siamo, accoccolati nelle nostre dogmatiche certezze. Gli animal spirits accomunano invece questi due uomini americanissimi, l’uno presidente degli Stati Uniti d’America per il secondo mandato, l’altro star del pensiero “controcorrente”, allergico al mainstream, tough quanto basta per farsi ascoltare.
Non a caso, per il suo ultimo libro best-seller, anno 2019, ha scelto un titolo prescrittivo: “Shut up and Listen!”, stai zitto e ascolta, un compendio di aneddoti e precetti di vita da trasmettere a chi vuole avere successo, come lui, nella vita.
Perché a Fertitta piace raccontare come ce l’ha fatta e come gli altri possono farcela nel Paese che, forse oggi meno di ieri, resta pur sempre il luogo delle opportunità infinite e delle rinascite imprevedibili. Non disdegna, il neoambasciatore degli Usa, il ruolo di mentore e mecenate, è stato il volto popolare del programma CNBC “Billion dollar buyer” (come “The apprentice” per Trump), ha ricoperto per oltre undici anni, fino alla nomina ad ambasciatore, la carica di presidente del cda dell’Università di Houston, la sua Mar-à-lago, dove il Fertitta Center (palazzetto dello sport) e la Tilman J. Fertitta Medical School sono intitolati in suo onore.
In occasione del 249imo anniversario dell’Indipendenza americana, Fertitta ha ricordato le proprie origini sicule, il bisnonno che nel 1887 lasciò l’Italia in cerca di fortuna oltreoceano, ha detto che la nomina di ambasciatore l’avrebbe accettata in un solo Paese, l’Italia, e da nessuna altra parte.
Ha voluto ricordare che ci sono 17 milioni di americani orgogliosi delle proprie radici italiane, che oltre 40mila studenti americani scelgono l’Italia come meta per i loro studi all’estero, rendendola la destinazione più ambita dagli studenti statunitensi.
Se pensate che per quasi tre anni, tra il 2021 e il 2023, a Villa Taverna c’è stato un “chargée d’affaires”, non un ambasciatore, per la riluttanza di Nancy Pelosi a partire per l’Italia, comprendete che la passione di Fertitta per il nostro Paese segna un rilancio anzitutto “sentimentale” tra Roma e Washington, una connessione più solida fondata sulla condivisione dei valori comuni dell’Occidente e di una visione del mondo.
Fertitta ama l’Italia, letteralmente. Sul palco allestito per le celebrazioni dell’Indipendence day, il neoambasciatore, con il suo inconfondibile accento texano, si è sperticato in lodi per il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per la sua capacità di leadership e il suo pragmatismo; ha elogiato il presidente del Senato Ignazio La Russa, “un vero amico degli Stati uniti”, si è complimentato con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha affermato che il talento di Matteo Salvini, così determinato a realizzare il ponte sullo Stretto (e gli americani adorano i ponti), lo vorrebbe pure in America (“ma per il momento suppongo sia limitato all’Italia”, ha aggiunto, ironico).
Padre di cinque figli, con la sua seconda moglie, maestra di eleganza, soggiorna su uno yatch al largo di Civitavecchia, si sposta in elicottero nel centro caotico dell’Urbe e si gode il bello del “vivere italiano”, nell’attesa che i lavori di ristrutturazione di Villa Taverna, dove da visitatore si recò per la prima volta nel 2011, si completino.
Così, tra un incontro diplomatico, un briefing con il team e una visita al ristorante Turcotto di Anzio, Fertitta prende dimestichezza con gli strumenti del mestiere, per un incarico che potrebbe durare più a lungo del previsto. Buon lavoro, Mister Ambassador!

