Poteva essere l’occasione per ricordare all’Europa che gli strumenti per competere con gli altri giganti mondiali ci sono, si è trasformata nell’ennesima strigliata di Mario Draghi all’Unione europea. A un anno dalla presentazione del suo rapporto sulla competitività Ue, in un appuntamento apposito a Bruxelles alla presenza di Ursula von der Leyen (“Grazie Mario”, ha detto in italiano) l’ex premier e presidente Bce ha ricordato che la sua agenda è ben lungi dall’essere realizzata. Solo l’11% degli obiettivi è stato raggiunto e sul 20% è stato fatto qualche progresso più modesto, secondo l’European policy innovation council.
“A un anno di distanza, l’Europa si trova in una situazione più difficile”, dice Draghi. “Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando. E non c’è un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. E ci è stato ricordato, dolorosamente, che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività ma la nostra stessa sovranità”.
I nodi Difesa e debito
Tra i punti fondamentali del discorso dell’ex premier c’è sicuramente la Difesa, e la sua sostenibilità economica. Draghi dice che gli impegni per la difesa presi dall’Ue nel corso dello scorso anno “si aggiungono a fabbisogni di finanziamento già enormi. La Bce ora stima i requisiti di investimento annuali per il 2025-31 a quasi 1.200 miliardi di euro, in aumento dagli 800 miliardi di un anno fa. La quota pubblica è quasi raddoppiata, dal 24% al 43%: 510 miliardi di euro extra all’anno, poiché la difesa è principalmente finanziata pubblicamente”. Inoltre, prosegue, “lo spazio fiscale è scarso: anche senza questa nuova spesa, il debito pubblico dell’Ue è destinato ad aumentare di 10 punti percentuali nel prossimo decennio, raggiungendo il 93% del pil”. Il tutto basato “su ipotesi di crescita più ottimistiche della realtà odierna”, sottolinea.
L’inerzia europea
“Troppo spesso, vengono trovate scuse per la nostra lentezza. Diciamo che è semplicemente così che è costruita l’Ue, che un processo complesso con molti attori deve essere rispettato. A volte, l’inazione viene persino presentata come rispetto per lo stato di diritto. Penso che sia inerzia”, afferma Mario Draghi ricordando che i concorrenti negli Stati Uniti e in Cina sono molto meno vincolati, “anche quando agiscono nel rispetto della legge”. Draghi avverte che “continuare come al solito significa rassegnarsi a restare indietro”.
Il settore auto
“In alcuni settori, come quello automobilistico, gli obiettivi [di decarbonizzazione] si basano su ipotesi che non sono più valide”, secondo Draghi. “La scadenza del 2035 per le emissioni zero allo scarico era pensata per innescare un circolo virtuoso: obiettivi chiari avrebbero stimolato gli investimenti nelle infrastrutture di ricarica, ampliato il mercato interno, spronato l’innovazione in Europa e reso i modelli elettrici più economici. Si prevedeva che le industrie adiacenti (batterie, semiconduttori) si sarebbero sviluppate in parallelo, sostenute da politiche industriali mirate. Ma ciò non è avvenuto”, rileva l’ex Bce.
“L’installazione dei punti di ricarica deve accelerare di 3-4 volte nei prossimi cinque anni per raggiungere una copertura adeguata. Il mercato dei veicoli elettrici è cresciuto più lentamente del previsto. L’innovazione europea è rimasta indietro, i modelli restano costosi e la politica delle catene di fornitura è frammentata. Di fatto, il parco auto europeo di 250 milioni di veicoli sta invecchiando e le emissioni di CO2 sono calate appena negli ultimi anni”, prosegue Draghi. “In questo contesto, attenersi rigidamente all’obiettivo del 2035 potrebbe rivelarsi irrealizzabile e rischia di consegnare quote di mercato ad altri, soprattutto alla Cina”.
“Come suggerito nel rapporto, la prossima revisione del regolamento sulle emissioni di CO2 dovrebbe seguire un approccio tecnologicamente neutrale e fare il punto sugli sviluppi di mercato e tecnologici. Serve anche un approccio integrato per il potenziamento dei veicoli elettrici, che copra le catene di fornitura, le esigenze infrastrutturali e le potenzialità dei carburanti a zero emissioni”, continua Draghi. “Nei prossimi mesi, il settore automobilistico metterà alla prova la capacità dell’Europa di allineare regolamentazione, infrastrutture e sviluppo delle catene di fornitura in una strategia coerente per un’industria che, non dimentichiamolo, impiega oltre 13 milioni di persone lungo l’intera catena del valore”, conclude.
Il programma di von der Leyen
L’ex Bce accoglie “con favore” la decisione della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di porre la competitività al centro del suo secondo mandato, e riconosce che il suo programma “è ambizioso. I cittadini e le aziende europee apprezzano la diagnosi, le priorità chiare e i piani d’azione” dell’esecutivo Ue, “ma esprimono anche una crescente frustrazione. Sono delusi dalla lentezza con cui si muove l’Ue. Ci vedono fallire nel tenere il passo con la velocità del cambiamento altrove. Sono pronti ad agire, ma temono che i governi non abbiano compreso la gravità del momento”. Draghi sottolinea come un percorso diverso “richiede nuova velocità, scala e intensità. Significa agire insieme, non frammentando i nostri sforzi. Significa concentrare le risorse dove l’impatto è maggiore. E significa ottenere risultati in mesi, non anni”.
Bene l’accordo su Mercosur
“Poiché gli Stati Uniti assorbono circa tre quarti del deficit delle partite correnti globali, diversificare dal loro mercato è irrealistico nel breve termine. Ma, per esempio, l’accordo Mercosur con l’America Latina può offrire sollievo agli esportatori”, dice l’ex premier italiano a Bruxelles.
Un accordo commerciale a condizioni americane
Draghi sottolinea come sia diventato evidente che la capacità dell’Ue di rispondere alle sfide globali “sia limitata dalle sue dipendenze, nonostante il nostro peso economico sia e rimanga considerevole. La dipendenza dagli Stati Uniti per la difesa è stata citata come una delle ragioni per cui abbiamo dovuto accettare un accordo commerciale in gran parte a condizioni americane. La dipendenza dalle materie prime critiche cinesi ha limitato la nostra capacità di impedire alla sovraccapacità cinese di inondare l’Europa o di contrastare il suo sostegno alla Russia”. Tuttavia, aggiunge, l’Europa ha iniziato a rispondere con misure come la diversificazione dei propri mercati di riferimento, come nel caso della chiusura dell’accordo Ue-Mercosur.
