Diana Bracco: “Arte e scienza sono due facce dello stesso amore per il sapere e il bello”

diana bracco

Per Diana Bracco l’impresa è un ponte, non un campo di battaglia. La leader del Gruppo Bracco parla di arte, filantropia e del ruolo sociale delle aziende in un’Italia che deve saper innovare.

“La cultura unisce, non deve essere trascinata in dispute politiche o ideologiche”. Non cade nei tranelli Diana Bracco, non raccoglie provocazioni, non cavalca polemiche. La presidente e Ad del Gruppo Bracco e della Fondazione omonima preferisce fare, prendere iniziative, impegnarsi attivamente. È un pragmatismo, il suo, figlio di una storia familiare che affonda le radici in Istria, sull’isola di Lussino, e si sviluppa – non senza grandi difficoltà – a Milano, dove nasce l’attuale Gruppo Bracco, leader mondiale nella diagnostica per immagini.

Diana Bracco è tante cose – chimica, filantropa, imprenditrice – ma una su tutte la distingue dalle altre donne al vertice – sempre poche, purtoppo – che in Italia fanno la differenza: è un’eccellenza italiana. Con una carriera costellata di successi imprenditoriali, riconoscimenti accademici e un profondo impegno culturale e sociale, da anni guida l’azienda sotto i riflettori internazionali e, forte della sua storia personale, sa come affrontare un tempo segnato da importanti sfide globali.

“Senza innovazione e ricerca le imprese non hanno un futuro, e senza responsabilità non si può fare impresa. Responsabilità verso i consumatori, i collaboratori, l’ambiente e le comunità in cui si opera. Di quest’ultimo aspetto fa parte l’investimento in cultura. Le aziende devono sostenere il patrimonio artistico e culturale per il suo forte valore etico-sociale. Come imprenditori è necessario restituire ai territori parte di ciò che si è ricevuto. Sostenere la cultura è un investimento valoriale, ma ha anche un impatto positivo perché offre un importante ritorno reputazionale. Un aspetto a cui cittadini e consumatori sono molto attenti. L’impresa oggi è sempre più lontana dall’essere chiusa in sé stessa, mero luogo di produzione, ed è diventata un soggetto sociale attivo e integrato; un membro dinamico di una comunità. Il Gruppo Bracco lo è in tutti i luoghi e Paesi dove ha fabbriche, laboratori e uffici”.

Lei ha spesso detto che “fare impresa significa anche produrre bellezza”. In che modo questo principio guida le scelte del Gruppo Bracco?

Henry Miller sosteneva che: “L’arte non ci insegna nulla, salvo il significato della vita”. Condivido profondamente questo pensiero: la cultura è uno straordinario strumento di promozione della tolleranza e della pace, e contro il riemergere di divisioni ed egoismi. Del sostegno alla cultura la mia famiglia ha da sempre fatto un credo.

Nel 1942, a dispetto delle difficoltà del momento, Elio Bracco, fondatore nel 1927 dell’azienda e appassionato d’arte, decise di salvare l’intera opera pittorica di Angiolo D’Andrea, artista friulano maestro del Simbolismo attivo anche a Milano tra le due Guerre.

La Fondazione Bracco promuove tre grandi mostre a Milano e Pavia (“Art from Inside”, “Andrea Appiani”, “Pavia 1525”). Qual è il filo che lega queste iniziative al percorso di oltre 90 anni di sostegno a mostre e restauri internazionali?

I progetti culturali, realizzati in oltre 90 anni di storia prima come azienda e poi anche come Fondazione Bracco, sono molto vari, ma hanno un unico fil rouge: diffondere la cultura del bello, e sostenere l’arte e la musica che sono linguaggi universali. In Italia abbiamo realizzato restauri, mostre, concerti in partnership con grandi istituzioni, dal Palazzo del Quirinale al Teatro alla Scala, dalla Triennale di Milano al Museo Poldi Pezzoli.

Ci sono il restauro di preziose fontane a Genova, Napoli, Roma, Palermo, Milano e Varese; l’attenzione all’ambiente, al verde e all’habitat urbano che si rispecchia nel ripristino di giardini e parchi come la Guastalla a Milano e nel recupero di siti industriali di grande valore storico come Torviscosa in Friuli; grandi mostre dedicate a Caravaggio, a Piero della Francesca, al Pollaiolo; concerti con la partecipazione di maestri quali Claudio Abbado, Riccardo Muti, Riccardo Chailly, Anne Sophie Mutter, Uto Ughi, Lorin Maazel, Lang-Lang, senza dimenticare i molti giovani talenti dell’Accademia Teatro alla Scala, musicisti, ballerini e tecnici dello spettacolo che Bracco aiuta a crescere come socio fondatore. Questo autunno sosteniamo i tre importanti progetti a Pavia e a Palazzo Reale di Milano che lei ha citato.

Negli anni avete anche portato l’arte italiana al Metropolitan di New York, alla National Gallery di Washington. Quale valore ha questa diplomazia culturale per il Paese? E che valore ha il Made in Italy?

Negli Stati Uniti abbiamo organizzato tre iniziative memorabili che porto nel cuore. Nel 2005 al Metropolitan Museum of Art di New York abbiamo sostenuto la Mostra “Fra Carnevale: un artista rinascimentale da Filippo Lippi a Piero della Francesca”; che ha portato nuova luce su una pagina del Rinascimento italiano e ha consacrato negli Usa la figura del grande pittore marchigiano Fra Carnevale.

Nel 2006 alla National Gallery of Art di Washington promuovemmo la Mostra “Bellini, Giorgione, Tiziano e il Rinascimento della pittura veneziana” in cui si sono potuti ammirare alcuni dei capolavori della pittura veneta dei primi trent’anni del Cinquecento. Dal 20 febbraio al 20 maggio 2011 sempre alla National Gallery of Art di Washington portammo “Venezia. Canaletto e i suoi rivali”.

Era l’anno in cui si celebrava il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e la mostra su Canaletto e il vedutismo veneziano, è stato uno dei grandi eventi della stagione culturale di Washington e ha contribuito a rinsaldare la lunga amicizia tra i due Paesi. All’estero però abbiamo anche sostenuto straordinarie tournée della Filarmonica del Teatro alla Scala e dell’Accademia in Giappone, Corea, Cina a Dubai.

Per un’azienda globale come la nostra è importante contribuire a far conoscere il talento artistico e musicale italiano nel mondo.

Da quando la Destra di Giorgia Meloni è al governo si è aperto un dibattito sulla cosiddetta egemonia culturale. È vero che la cultura è il tallone d’Achille della Destra italiana? Che è vissuta come un mondo distante nei confronti del quale ha elaborato, nel tempo, un radicato complesso d’inferiorità?

Come ho già detto la cultura unisce gli uomini e non deve mai essere trascinata in dispute politiche o ideologiche. Penalizzare grandi artisti per ciò che fanno i governi dei loro Paesi è una follia. Venendo alla sua domanda, non credo che Destra e Sinistra siano categorie con cui possono essere giudicati i talenti artistici.

I loggionisti della Scala, teatro di cui mi onoro di far parte del Consiglio d’amministrazione, guardano solo al merito e alle doti artistiche di attori, cantanti, direttori d’orchestra e ballerini.

Molti progetti della Fondazione Bracco hanno unito indagine scientifica e arte, dalle Tac ai raggi X applicati alle tele dei maestri. Come nasce l’idea di fondere questi due mondi e che cosa aggiunge allo sguardo sull’arte?

Per noi l’arte e la scienza sono due facce dello stesso amore per il sapere e il bello, che da sempre, accende il desiderio degli uomini. Tutte le grandi mostre sostenute da Bracco, sono state accompagnate da analisi scientifiche e campagne diagnostiche eseguite sulle opere d’arte esposte.

Queste tecniche aiutano infatti il lavoro dei restauratori e hanno svelato molti segreti sulle tecniche pittoriche di maestri come Caravaggio e il Pollaiolo.

La nostra mostra Art From Inside, visitabile gratuitamente fino al 6 gennaio a Palazzo Reale di Milano, è interamente dedicata a far comprendere il valore delle tecniche di imaging diagnostico, di cui siamo leader nel mondo, nella conservazione delle opere d’arte. Ai visitatori spieghiamo cosa si cela dietro – e dentro – un’opera d’arte. Aspetti fondamentali su cui raramente il pubblico è invitato a riflettere.

Qual è il ruolo dell’intelligenza artificiale nei beni culturali?

Molte delle analisi che conduciamo sulle opere d’arte già utilizzano l’intelligenza artificiale, preziosissima in tanti campi della medicina e della sanità. In futuro certamente le tecnologie per la cura del corpo umano saranno sempre di più preziose anche per prendersi cura delle opere d’arte, del loro restauro e della loro conservazione.

Lei afferma che la filantropia non è più beneficenza ma “buona cittadinanza d’impresa”. Cosa significa, concretamente, per un Gruppo come Bracco?

Il concetto di filantropia si è via via allontanato dal mero concetto di “beneficenza” individuale, fine a sé stessa, e si è esteso all’idea di “buona cittadinanza” dell’impresa, un soggetto che sempre più si fa carico delle comunità in cui opera. Per me fare impresa e fare filantropia sono due facce della stessa medaglia.

In Italia si parla spesso di Art Bonus, lo strumento introdotto per incentivare la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale italiano. Lei sostiene che andrebbe esteso anche a beni privati e a nuove forme di welfare culturale: quali misure potrebbero incentivare le corporate foundation a investire di più?

Le agevolazioni fiscali, come l’Art Bonus, sono importantissime come è importante la legge sull’Iva delle opere d’arte appena approvata dal Parlamento italiano. Le fondazioni e in generale i privati sono partner essenziali per lo stato, soprattutto in Italia dove le risorse scarseggiano e il patrimonio artistico è sconfinato. Tutti devono capire che la cultura è un asset di crescita economica.

Soprattutto in Italia l’intreccio tra bellezza, arte, paesaggio, creatività e innovazione è addirittura un tratto essenziale della nostra identità nazionale, oltre che un punto di forza a livello mondiale. L’italian lifestyle svolge un ruolo essenziale nel successo globale del Made in Italy.

Expo 2015 è stato un momento straordinario per il Paese. Quale potrebbe essere oggi un nuovo “grande progetto Italia” capace di unire pubblico e privato?

L’Expo del 2015 ha rilanciato l’immagine dell’Italia nel mondo. È stata un volano di crescita straordinario per Milano e ha dimostrato che noi italiani, quando facciamo squadra, sappiamo fare le cose per bene. Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina possono essere un altro importante volano di crescita per i territori.

 È stata la prima donna alla guida di Assolombarda e di Federchimica. Quali ostacoli ha incontrato nel suo percorso in quanto donna?

Personalmente non ho trovato ostacoli, ma ho dovuto fare molte battaglie per sconfiggere pregiudizi e ironie in ambienti che erano profondamente maschilisti. Pensi che quando mi sono laureata in Chimica a Pavia eravamo solo cinque ragazze. Oggi tanta strada è stata fatta, ma molta ne resta da fare. Nessuno oggi può fare a meno del contributo delle donne, nelle aziende, nella società e soprattutto nella politica.

Il nostro Paese, nonostante timidi passi avanti, continua a occupare le ultime posizioni in Europa per quanto riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Nel 2024, solo il 53% delle donne italiane tra i 15 e i 64 anni risulta occupato, contro una media Ue del 66%. Peggio di noi, nessuno tra gli Stati membri. Anche Paesi candidati all’ingresso nell’Unione, come la Serbia, fanno meglio. Di chi è la colpa? E come si supera il gap occupazionale?

Sono dati disarmanti. Occorrono politiche attive incisive di sostegno alle donne che lavorano e bisogna cambiare la cultura già nelle scuole, ad esempio, per incoraggiare la scelta degli studi scientifici alle ragazze.

La Fondazione Bracco sostiene molti progetti per i giovani talenti, dalla musica alla ricerca. Quanto è centrale la trasmissione di valori e opportunità alle nuove generazioni?

Gran parte delle risorse che la nostra fondazione dedica ai temi sociali le abbiamo concentrate nel ‘Progetto Diventerò’ per i giovani, che eroga premi di laurea, borse di studio e grant di ricerca. I giovani sono il nostro futuro.

Oggi cosa consiglierebbe a un giovane che si affaccia al mercato del lavoro: andare all’estero o restare in Italia?

Il problema non è fare esperienze all’estero, che sono preziose, ma che i giovani italiani possano tornare nel proprio paese a lavorare. Bisogna cioè creare opportunità concorrenziali con quelle che trovano negli altri Paesi. Consiglierei a un giovane di partire, conoscere, esplorare, imparare, per poi tornare a casa.

La storia della famiglia Bracco affonda le radici in Istria, in particolare sull’isola di Lussino, dove Elio e Fulvio Bracco, patrioti irredentisti, subirono persecuzioni e carcerazione da parte dell’Austria. A causa dei loro ideali, la sua famiglia fu costretta a lasciare l’Istria dopo la Prima Guerra Mondiale, rifugiandosi a Milano, dove nacque l’attuale Gruppo Bracco. Oggi si evocano continuamente gli anni più bui della nostra storia, si alzano muri, si espellono persone, in alcuni casi si uccide chi la pensa diversamente, si parla di odio dilagante. Le chiedo: chi alimenta l’odio? I paragoni con il passato più e meno recente sono corretti? E che valore ha oggi il diverso?

Stiamo vivendo momenti tremendi con guerre che speravamo di non dover più vedere e invece sono scoppiate persino nel cuore dell’Europa. Rabbia, rancore e odio stanno poi pervadendo la società e intolleranza e paura dei diversi rendono difficili i processi d’integrazione nelle nostre città.

Di fronte a tutto questo, fenomeni che i social media amplificano a dismisura, bisogna reagire con determinazione: fornendo ai giovani valori forti, esempi positivi, ma anche concrete opportunità nello studio, nel lavoro, nello sport, nella socialità. Io resto comunque ottimista perché ho molta fiducia nelle nuove generazioni.

Quando incontro le giovanissime campionesse di Bracco Atletica o i calciatori in erba di Enotria, altra società sportiva che il Gruppo Bracco sostiene da anni, mi rassereno. Sono meravigliosi e sono certa che riusciranno a costruire un futuro migliore.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

 

Poste Italiane Dic 25

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