Non vincerà il Premio Nobel per la pace ma il successo del “Gaza peace deal” porta la firma di un uomo, Donald Trump. Lo aveva detto e lo ha fatto: riporterò la pace in Medioriente. Il percorso resta irto di pericoli e incognite ma dopo oltre 730 giorni di guerra si è giunti a un cessate il fuoco con un piano concreto e dettagliato per il rilascio degli ostaggi israeliani (almeno 20 dei 48 ancora nelle mani di Hamas sarebbero vivi e torneranno alle loro famiglie “entro martedì”, ha detto Trump) e per il graduale ritiro delle truppe dell’IDF dalla Striscia. Seguirà poi una fase due con un’amministrazione transitoria, supervisionata da un Board of Peace, che successivamente trasferirà il potere a un’Autorità nazionale palestinese rivitalizzata e riformata. I palestinesi dunque si amministreranno da soli a una condizione: l’espulsione di Hamas.
Il dealmaking trumpiano ha segnato una svolta in grado di ridisegnare un Medioriente del tutto nuovo. Nulla sarebbe stato possibile senza i risultati ottenuti sul campo, boots on the ground, dall’esercito e dall’intelligence israeliani che hanno decapitato i vertici di Hamas, disarcionato Hezbollah in Libano, indebolito gli Houthi in Yemen e rallentato il programma nucleare iraniano. Israele ha fatto il lavoro sporco mentre la Casa bianca giocava un ruolo fondamentale al tavolo delle trattative. Qatar, Egitto e Turchia sono stati i mediatori essenziali a Sharm el Sheikh, mentre Arabia saudita e Emirati arabi uniti si candidano ad essere i big player nella fase di ricostruzione.
Se sull’ipotesi dei due stati, Trump non si sbilancia (“Non ho un’opinione definita, mi atterrò a ciò che concordano”, ha scandito), il presidente Usa è netto invece su un punto: “Gaza diventerà un posto dove poter vivere”. Una questione che non sembra stare a cuore a quanti cianciano di frettolosi riconoscimenti di stati inesistenti quando davanti agli occhi si staglia un deserto di macerie, privo dei servizi essenziali, un posto dove nessuno vorrebbe vivere. I palestinesi hanno diritto di poter scegliere di restare nella loro terra in condizioni dignitose per un futuro di prosperità e benessere.
Per Trump il conflitto a Gaza è l’“ottava guerra” a cui si vanta di aver posto fine in soli nove mesi di permanenza alla Casa bianca. Tanto basterebbe per conferirgli il Premio Nobel per la Pace che sarà assegnato oggi dal comitato di Oslo. Per il Washington Post sarebbe un riconoscimento meritato, anche l’Economist, non certo simpatizzante con l’attuale inquilino della Casa bianca, parla di un “trionfo dello stile transazionale e da bullo della diplomazia di Trump”. Viene tuttavia da domandarsi quale credibilità abbia, oggigiorno, un premio che nel 2009 andò al primo presidente nero della storia americana, Barack Obama, a soli nove mesi dall’insediamento, mentre le truppe americane combattevano in Afghanistan (Obama, lo stesso che poi avrebbe ordinato le campagne militari in Libia e in Siria). Insomma, un premio alle buone intenzioni. Due anni prima, nel 2007, era stato premiato l’ex vicepresidente di Bill Clinton, Al Gore, per il suo impegno ambientalista, mentre i detrattori ne evidenziavano le contraddizioni (gli interessi finanziari nei fondi “green” e l’uso disinvolto del jet privato). Insomma, Trump pare rassegnato a non piacere a tutti, neanche ai democratici Usa che, di fronte al successo diplomatico a Gaza, stentano a rendergli merito. Non va meglio alle opposizioni italiane che, tra cortei Pro Pal e flotilleros, non riescono ad ammettere la svolta positiva, a firma trumpiana e sostenuta dal principio dalla premier Giorgia Meloni, dopo che persino i terroristi di Hamas hanno siglato l’accordo. Sono i paradossi dei tempi che viviamo. Ma intanto a Gaza e a Tel aviv, per la prima volta, palestinesi e israeliani festeggiano. Per motivi diversi ma festeggiano.

