Ondate di calore, alluvioni ed eventi estremi. Come il cambiamento climatico mette a rischio il nostro patrimonio culturale
Ha alterato confini e paesaggi e continuerà a farlo con l’innalzamento dei mari e la desertificazione. Ha compromesso la conservazione di pezzi preziosi – nonché iconici – della nostra storia. La crisi del cambiamento climatico sta mettendo in pericolo non solo i siti naturali, ma anche il patrimonio culturale materiale e immateriale che definisce chi siamo.
Reperti archeologici, centri storici, architetture vernacolari e paesaggi culturali sono a rischio estinzione. Le pratiche agricole tradizionali, le feste popolari, la cultura del cibo e le arti locali subiscono fratture a causa di migrazioni forzate, desertificazione e perdita di biodiversità. Il risultato? Le comunità cambiano il proprio modo di vivere, perdendo radici e identità. Il filo invisibile che lega passato e presente si fa sempre più labile.
È come se il nostro vissuto culturale stesse lentamente scomparendo sotto i colpi di un nemico invisibile, ma implacabile. Il cambiamento climatico rappresenta oggi la più grande sfida per l’umanità e, mentre il pianeta affronta eventi estremi sempre più frequenti, il dibattito pubblico si concentra su soluzioni tecnologiche e politiche talvolta limitanti. Per affrontare la crisi climatica dobbiamo invertire il paradigma: dobbiamo cambiare mentalità.
Venezia, Firenze, Napoli e Siracusa
Il rapporto pioneristico ‘Climate Change Impacts on Mediterranean World Heritage Cities’ dell’Unesco fotografa gli effetti del cambiamento climatico sul patrimonio culturale del Mediterraneo. Con 58 siti Unesco, l’Italia è il Paese più rappresentato al mondo. Venezia, Firenze, Napoli e Siracusa sono le città con maggiore criticità.
Non a caso, la Serenissima è da anni sotto osservazione per il rischio di innalzamento del livello del mare e subsidenza, ma anche città come Matera e Verona mostrano segnali di stress climatico, in particolare rispetto alla gestione dell’acqua e alla conservazione degli edifici storici nei centri urbani.
Il documento sottolinea che il 63% delle città esaminate sta già utilizzando strumenti di valutazione dell’impatto climatico significativo, mentre il 17% è contemporaneamente soggetto ad altri rischi. Ondate di calore, rischio idrogeologico, siccità e tempeste costiere sono i tra i fenomeni più frequenti.
Un quadro che i numeri sostanziano: in Italia sono circa 14mila i beni culturali archeologici e architettonici esposti a rischio frana e oltre 28mila quelli a rischio alluvioni con tempi di ritorno fino a 200 anni.
Solo nella città di Roma più di 2.200 beni culturali immobili, inclusi capolavori come il Pantheon e piazza Navona, sono a rischio di inondazioni.
Firenze conta oltre 1.100 beni a rischio idraulico, tra cui la Basilica di Santa Croce e la Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Numerosi borghi storici come Volterra, Civita di Bagnoregio e Certaldo, hanno subito danni da fenomeni franosi, con crolli di mura medievali e altri elementi storici. Inoltre, il degrado dei materiali lapidei e metallici, esacerbato dall’inquinamento atmosferico e dai cambiamenti climatici, provoca un’erosione stimata di 3-4 micron all’anno su monumenti storici in diverse città italiane.
Per non perdere memoria, radici e futuro
La tutela del patrimonio culturale è parte essenziale della lotta al cambiamento climatico. Proteggere e trasmettere questa eredità alle future generazioni aiuta la società ad affrontare la crisi.
È un impegno etico: non agire significherebbe perdere memoria e radici. Per un futuro sostenibile che valorizzi il mosaico di identità culturali, il patrimonio materiale deve guidare il cambiamento. Serve la collaborazione di tutti i settori, non solo quelli scientifici o politici, per ridurre gli impatti più gravi del clima che cambia.
L’Unesco ha già enunciato gli obiettivi principali, tra cui: la conservazione del patrimonio culturale e naturale in tutto il mondo, perseguita attraverso l’impegno costante degli Stati parte.
Questi includono l’integrazione dell’adattamento climatico nei Piani di Gestione dei siti, la promozione di Nature-based Solutions (NbS) per mitigare gli effetti urbani del clima senza compromettere il valore storico dei luoghi (come tetti verdi o gestione naturale delle acque piovane) e il monitoraggio climatico urbano attraverso la collaborazione tra istituzioni culturali e ambientali, con dati aggiornati e accessibili.
L’appello dell’Unesco
La vera sfida è l’evoluzione culturale e sociale profonda, che ponga al centro la sostenibilità, il rispetto per l’ambiente e per le identità culturali, non solo interventi tecnici o di adattamento al cambiamento climatico già in atto. Come sottolinea l’Unesco: “Changing minds, not the climate!”.
Cambiare mentalità significa sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori politici sull’importanza di proteggere il patrimonio culturale in modo sostenibile, adottando comportamenti e politiche che prevengano ulteriori danni climatici. Significa anche rispettare e valorizzare questo legame, promuovendo modelli di sviluppo che tutelino sia l’ambiente sia le culture. Significa inoltre accrescere la consapevolezza del valore del patrimonio culturale e naturale, promuovere l’educazione ambientale e favorire la partecipazione attiva delle comunità.
Il patrimonio culturale può e deve diventare una risorsa di resilienza e un motore d’azione climatica, a patto che si cambi la mentalità. Si tratta dunque di una sfida culturale e sociale profonda: per proteggere il clima è necessario proteggere la cultura e l’identità. Serve un atteggiamento mentale più che solo tecnico o ambientale. Solo così potremo essere protagonisti nella protezione del cambiamento climatico e non solo vittime.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2025 (numero 8, anno 8)

