A Wall Street, tra investitori e accademici, domina un’unica preoccupazione: il peso crescente del debito pubblico statunitense. Tutti guardano con timore al giorno in cui la fiducia nel mercato dei titoli di Stato vacillerà e i creditori inizieranno a dubitare della capacità degli Stati Uniti di ripagare i propri debiti. Anche David Solomon, CEO di Goldman Sachs, condivide queste ansie. Si aggiunge a voci di peso come Jamie Dimon di JPMorgan, Jerome Powell della Federal Reserve e Ray Dalio di Bridgewater Associates.
Solomon non teme tanto la cifra complessiva – oggi 38.000 miliardi di dollari – quanto il suo rapporto con il PIL. È il vero termometro della sostenibilità del debito. Secondo il Tesoro, oggi si attesta intorno al 125%. Il Congressional Budget Office prevede che possa arrivare al 156% entro il 2055.
Per riequilibrare questo rapporto, restano due strade: tagliare la spesa pubblica o far crescere l’economia. La seconda opzione è la più auspicata, ma anche la più ambiziosa.
Solomon però vede spiragli positivi. L’avanzata dell’intelligenza artificiale e l’effetto che sta producendo su Wall Street rendono più credibile la prospettiva di una crescita robusta. “La via d’uscita passa dalla crescita”, ha detto al Economic Club of Washington. “La differenza tra un tasso del 3% e uno del 2% è enorme per affrontare il problema. Dobbiamo puntare su una crescita reale.”
Il CEO di Goldman Sachs crede che la diffusione dell’IA nelle imprese possa generare un salto di produttività. “La tecnologia e l’intelligenza artificiale integrata nei processi aziendali possono darci un percorso di crescita più alto. Ma se restiamo sul ritmo attuale, ci troveremo di fronte a un momento di verità.”
I dati incoraggiano un cauto ottimismo. Secondo il Bureau of Economic Analysis, nel secondo trimestre il PIL è salito del 3,8%.
Un’abitudine difficile da cambiare
Solomon, alla guida di Goldman Sachs dal 2018, non considera inevitabile una crisi del debito. Tuttavia, osserva che nel mondo economico cresce il disagio per il livello raggiunto e per un modello di politica fiscale ormai radicato.
“Molti temono che siamo arrivati a un punto in cui la spesa pubblica aggressiva e gli stimoli fiscali permanenti siano diventati parte integrante del modo in cui operano le economie democratiche”, ha spiegato. “E questa tendenza si è accelerata molto negli ultimi cinque anni.”
Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, gli economisti osservano con attenzione le mosse della nuova amministrazione. Oltre a puntare sulle tariffe doganali per aumentare le entrate, il presidente ha proposto un “gold card visa program”: un visto da 5 milioni di dollari per i ricchi stranieri che vogliono ottenere la green card e un percorso verso la cittadinanza.
A febbraio, Trump ha dichiarato che il piano potrebbe azzerare il debito pubblico: “Un milione di carte varrebbe 5.000 miliardi di dollari. Dieci milioni arriverebbero a 50.000 miliardi. Abbiamo 35.000 miliardi di debito, quindi non sarebbe male.”
Ha aggiunto che, in questo scenario, resterebbero 15.000 miliardi “di avanzo”, che potrebbero ridurre ulteriormente il deficit.
L’articolo originale è stato pubblicato su Fortune.com
