Diabete e impegno sociale: la visione del dottor Vincenzo Cimino

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Il professor Vincenzo Cimino, diabetologo di grande fama, è stato candidato all’Ambrogino d’Oro per il suo impegno professionale e umano nel campo della medicina. Durante la pandemia si è distinto per la vicinanza ai pazienti più fragili, portando assistenza anche nelle aree più difficili della città. Il suo lavoro, che unisce ricerca scientifica e attenzione sociale, lo ha reso un punto di riferimento soprattutto per la comunità dello Sri Lanka. Nell’intervista a Fortune Italia, il professor Cimino riflette sul valore della cura del diabete, sull’esperienza maturata negli anni dell’emergenza e sul ruolo del medico nella società contemporanea.

Professor Cimino, che effetto fa essere candidati per l’Ambrogino d’Oro, la massima onorificenza del Comune di Milano?

Penso sia una delle emozioni più grandi per chi, come me, ha sempre lavorato nell’ombra e nel silenzio, senza cercare notorietà e senza rendersi conto che, per gli altri, ciò che stava facendo aveva un grande valore. L’emozione è ancora più forte perché si tratta di una candidatura civica, proposta direttamente dalla comunità dello Sri Lanka. È motivo di grande orgoglio vedere come il consigliere De Chirico e il capogruppo di Forza Italia, Luca Bernardo, abbiano deciso di sostenere questa candidatura. Ricevere eventualmente l’Ambrogino d’Oro sarebbe un riconoscimento importante, una legittimazione del lavoro svolto ogni giorno. Significherebbe affermare che, anche nel 2025, c’è ancora bisogno di impegno e solidarietà, e che ci sono persone che hanno chiesto aiuto e lo hanno ricevuto. Vivere ai margini è difficile, ma la comunità srilankese è ormai parte integrante del tessuto sociale milanese, e non è giusto continuare a trascurarla.

Un aspetto fondamentale della riuscita della mia opera in questi anni è stato il rapporto col mondo dell’associazione in particolare con “Amici del Diabete. Loro hanno colto questa mia necessità che è stata quella di avere le porte aperte a tutti, ma soprattutto spalancate per quanti vivono al confine con la vita, loro mi hanno permesso di far fruire a questi pazienti di mezzi sociali.

Tra le motivazioni principali c’è il lavoro svolto durante l’emergenza Covid e quanto fatto per la comunità srilankese di Milano. Ci può descrivere le principali difficoltà incontrate e come si è evoluto il suo approccio alla professione?

Ero da poco rientrato in Italia e, a gennaio 2019, ho iniziato a lavorare al Pio Albergo Trivulzio, in una zona storica di Milano abitata da molte persone provenienti da diversi Paesi. Poco dopo è scoppiata l’emergenza Covid e si è capito che i pazienti diabetici erano tra i più vulnerabili. In quel periodo lottavamo contro l’ignoto. Da lì ho cambiato il mio modus operandi e ho iniziato a cercare attivamente queste persone per fare prevenzione, e questo ha cambiato radicalmente il mio modo di intendere la professione. La prevenzione è diventata una parte essenziale del mio lavoro, perché lo stile di vita, l’aria e il movimento rappresentano delle vere e proprie cure per i malati di diabete. È stato un momento di svolta: da allora ho cambiato il motto della mia professione, che è diventato “Vieni e non vai”. Il paziente può solo dire “curami”, e il medico ha il dovere di farsi carico di questo impegno.

Nel suo lavoro unisce ricerca, pratica clinica e attenzione per le persone più fragili. Quanto è importante oggi riportare la medicina a una dimensione più umana?

A mio avviso, questo principio è alla base del rapporto tra medico e paziente. Il paziente è prima di tutto una persona, con una propria individualità. Oggi è fondamentale comprendere che il diabete non è uguale per tutti, ma varia da soggetto a soggetto, anche in base all’origine geografica. Ad esempio, per un paziente proveniente dallo Sri Lanka, il primo problema è spesso l’insufficienza renale.

Il diabete è una delle patologie in crescita più rapida a livello globale. Quali strategie ritiene oggi più efficaci per prevenirlo e gestirlo?

Tecnologia, innovazione, prevenzione ed educazione: sono questi i pilastri su cui si fonda il giusto approccio. È fondamentale trasmettere ai giovani studenti la curiosità, l’abitudine a non fermarsi mai alle apparenze e la volontà di utilizzare le terapie più innovative a disposizione. Soprattutto, credo debba essere applicato il principio del Piccolo Principe: “Il tempo che hai speso per rendere bella la tua rosa è ciò che ha reso bella la tua rosa”. Dedicare tempo agli altri, in particolare a chi è più fragile, alla fine ripaga sempre, in termini di umanità e di qualità del lavoro.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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