Il prezzo ambientale e sociale della guerra

Il conto in sospeso dei conflitti globali: miliardi di dollari in danni ambientali, milioni di sfollati e la distruzione di suolo e acqua dimostrano che la sicurezza non può prescindere dalla protezione delle persone e delle risorse naturali.

Quando esplode una guerra, l’attenzione pubblica si concentra su confini e potere, raramente su ciò che resta sotto le macerie: aria irrespirabile, suolo contaminato, comunità spezzate. Eppure i conflitti armati sono oggi tra i principali acceleratori di degrado ambientale e regressione sociale.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, gli effetti ecologici delle guerre “durano più a lungo dei conflitti stessi”. Oggi la sicurezza non può più essere concepita solo come una questione di confini, ma anche come la capacità di proteggere persone e risorse naturali.

I dieci conflitti che feriscono il pianeta

Tra i contesti più impattanti sul piano ambientale e umano figurano Ucraina, Yemen, Siria, Iraq, Afghanistan, Libia, Gaza, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar e Sahel. Dieci crisi diverse, accomunate dallo stesso effetto collaterale: ogni guerra rallenta la transizione ecologica e allontana il mondo dagli obiettivi di sviluppo sostenibile.

In Ucraina, la guerra ha generato oltre 230 milioni di tonnellate di CO₂ in tre anni, secondo il Conflict and Environment Observatory: un impatto pari alle emissioni annuali di Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Il Joint Research Centre della Commissione europea stima che più del 30% delle aree protette sia oggi contaminato da mine o residui bellici, per danni ambientali superiori ai 50 mld di dollari.

In Yemen, dopo nove anni di guerra, l’Undp e la Fao avvertono che il 60% delle terre agricole è degradato e la disponibilità d’acqua è crollata del 70%. Le infrastrutture idriche distrutte e i rifiuti accumulati hanno alimentato epidemie e crisi sanitarie, mentre le inondazioni del 2024 hanno lasciato senza casa oltre 70 mila persone, aggravando una delle peggiori emergenze umanitarie al mondo.

A Gaza, il programma Onu per l’Ambiente ha stimato circa 39 milioni di tonnellate di macerie generate dai bombardamenti del 2024: oggi il 92% dell’acqua non è potabile e tonnellate di acque reflue finiscono in mare ogni giorno.

In Siria e Iraq, ricerche pubblicate su Nature Sustainability e da Human Rights Watch segnalano livelli pericolosi di metalli pesanti e residui di carburanti, mentre in Libia lo sversamento di idrocarburi da impianti danneggiati continua a contaminare il Mediterraneo.

Nel Sahel e nella Repubblica Democratica del Congo, secondo l’Ufficio Africa dell’Unep, i conflitti per risorse idriche e minerarie causano ogni anno la perdita di circa tre milioni di ettari di foresta.

Le persone dietro i numeri

Le guerre non bruciano solo risorse naturali, ma anche diritti.

Le Nazioni Unite stimano che oltre 120 milioni di persone vivano oggi in condizione di sfollamento forzato, il numero più alto mai registrato. In Ucraina, la povertà è passata dal 5,5% al 24,1% in un solo anno, secondo uno studio della United Nations University.

La Lords Library britannica segnala che le vittime civili nei conflitti globali sono aumentate del 72% tra il 2022 e il 2023, e che donne e bambini rappresentano quasi il 70% delle persone colpite.

Il Sustainable Development Goals Report 2025 conferma che solo il 35% dei target dell’Agenda 2030 è in linea con le aspettative.

Un’analisi pubblicata su ScienceDirect calcola che tra il 2000 e il 2021 i conflitti abbiano rallentato il progresso globale verso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 3,43%, equivalenti a 18 anni di sviluppo perduti.

Un circolo vizioso: conflitti, clima e governance

I conflitti non solo peggiorano la crisi climatica, ma ne sono anche un prodotto.

Il World Bank, nel suo Fragility Report 2024, rileva che ogni aumento di un grado nella temperatura media globale accresce del 20% la probabilità di conflitto civile nelle aree fragili. È il caso del Sahel, dove – secondo l’Undp – la desertificazione avanza al ritmo di un chilometro quadrato al giorno, alimentando tensioni tra pastori e agricoltori.

L’Ipcc conferma che la scarsità idrica, i raccolti distrutti e gli eventi climatici estremi agiscono come “moltiplicatori di minaccia”: non creano la guerra, ma amplificano le disuguaglianze che la rendono più probabile.

Quando però la guerra esplode, la governance crolla. Ministeri, laboratori e sistemi di monitoraggio vengono distrutti o abbandonati. In Siria e Yemen oltre l’80% del personale ambientale ha lasciato il paese, mentre in Ucraina il Ministero dell’Ambiente ha perso circa un terzo della propria capacità operativa.

Secondo il Conflict and Environment Observatory, le emissioni e i danni ecologici nei paesi in guerra non vengono contabilizzati nei bilanci climatici internazionali, creando una “zona cieca” che ostacola anche gli impegni dell’Accordo di Parigi. Nel Sahel, l’instabilità riduce la capacità di adattamento climatico: sistemi di irrigazione abbandonati e deforestazione alimentano nuove emissioni. In Yemen, oltre 15 milioni di persone non hanno più accesso sicuro all’acqua, mentre l’uso di generatori diesel ha fatto impennare le emissioni locali di CO₂. Laddove scompare la governance, anche i diritti ambientali — aria pulita, acqua potabile, terra fertile — cessano di esistere. E con essi, la possibilità stessa di un futuro resiliente.

Lo Yemen è uno dei paesi con più scarsità d'acqua al mondo.
Lo Yemen è uno dei paesi con più scarsità d’acqua al mondo.

Ricostruire il futuro

Ogni guerra lascia dietro di sé due possibilità: limitarsi a riparare o ripensare il futuro. Ricominciare in chiave sostenibile non è un lusso, ma una necessità strategica. Perché un conflitto non termina con il cessate il fuoco: continua nei suoli contaminati, nelle acque avvelenate, nelle vite sospese.

La sostenibilità deve entrare nelle politiche di sicurezza, non restare confinata al “dopo”.

Serve rendere visibile l’impronta ambientale della guerra, includendo emissioni e contaminazioni nei bilanci climatici globali; proteggere la governance anche in emergenza, preservando dati e competenze; e orientare la ricostruzione verso modelli rigenerativi basati su rinnovabili, economia circolare e recupero efficiente delle macerie.

Le Nazioni Unite stimano che ogni dollaro investito in ricostruzione ecologica ne risparmi quattro in costi ambientali e sanitari futuri. È un investimento che genera valore economico, ma anche salute, stabilità e fiducia collettiva.

Dall’Ucraina al Sahel, le guerre moderne non si combattono solo tra eserciti: si combattono contro il pianeta. Ogni esplosione aumenta le emissioni, ogni edificio distrutto amplifica le disuguaglianze, ogni giorno di violenza allontana il mondo dagli Sdg.

Eppure proprio dalle macerie può nascere un modello diverso: una ricostruzione che ripara, che mette al centro la vita, le persone e la terra.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di novembre 2025 (numero 9, anno 8)

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