I calciatori trascorrono ogni anno in infermeria un giorno su cinque, lamentando l’esponenziale aumento degli infortuni. Ne abbiamo parlato col professor Andrea Ferretti, per oltre trent’anni medico della Nazionale italiana.
A margine delle formazioni delle squadre di calcio pubblicate sui quotidiani e i siti internet specializzati alla vigilia di un turno di campionato, sotto gli schieramenti dei titolari e delle riserve campeggia sempre più lunga la lista degli indisponibili, con tra parentesi giorni d’assenza che si moltiplicano di turno in turno. Il calendario dei calciatori professionisti è ormai fittissimo e se anche i tifosi cominciano a soffrire di overdose pallonara, le associazioni di categoria reclamano pause più lunghe per gli atleti, sottoposti a tour de force per esigenze di spettacolo, incassi e sponsorizzazioni. Preoccupazioni che toccano anche altri sport, nel tennis ad esempio recentemente il fuoriclasse serbo Novak Djokovic s’è lamentato della stagione troppo lunga e il nostro Jannik Sinner ha rinunciato alla Coppa Davis per meglio amministrare le forze. Nel calcio, però, coi suoi estremi e le sue pressioni, i numeri sono allarmanti. Il report ‘Injury time’ dell’Associazione Italiana Calciatori (Aic), analizzando i dati del 2022/2023 e del 2023/2024 di Serie A, Liga spagnola e Premier inglese, parla di una media stagionale di 2,2 infortuni significativi per giocatore, ognuno in infermeria per il 20% dei giorni dell’anno. Si è stimato che, stando al trend, al raggiungimento con il club delle 75 partite annue ogni calciatore sarebbe prossimo statisticamente a toccare il 100% di rischio infortuni. “Bisogna però evitare di trarre conclusioni troppo frettolose, perché se è vero che sono aumentati gli infortuni nel loro complesso, non lo è la gravità degli stessi, che è figlia come in passato di casualità momentanee”, ci spiega il professor Andrea Ferretti, esperto in Ortopedia e Traumatologia e Medicina dello Sport e per oltre trent’anni medico della Nazionale di calcio (dal 1990 al 2023).
Professore, sul banco degli imputati sono finiti anche i metodi di preparazione e allenamento.
I metodi di allenamento sono cambiati perché è cambiata la tipologia del gioco del calcio. Sono aumentate la velocità e l’intensità e anche i contatti fisici. Inoltre le aspettative sono sempre più elevate. È il gioco del calcio che è diventato più stressante e pericoloso per l’apparato locomotore e anche la preparazione s’è dovuta adeguare.
Quanto allora è centrale oggi la prevenzione?
Molto. Una parte dell’allenamento è sistematicamente dedicata alla prevenzione, fatta sia su base collettiva, con il lavoro preventivo che coinvolge la squadra intera, sia su base individuale, dove ogni singolo calciatore cura una parte particolare del suo corpo precedentemente sede di infortuni.
Eppure i dati parlano chiaro: per ogni calciatore in media 71 giorni di infortuni a stagione. E in proiezione, secondo l’Aic, potrebbero presto diventare 107…
E questo è un fatto sconvolgente dal punto di vista tecnico. Perché effettivamente nonostante tutta quest’opera di prevenzione non abbiamo avuto una riduzione degli infortuni. D’altro canto, però, è anche vero che non sappiamo se le infermerie sarebbero state ancora più affollate senza queste misure preventive.
È aumentata anche la frequenza delle ricadute?
Qui bisogna fare delle distinzioni. Le lesioni muscolari sono al contrario diminuite per merito degli staff sanitari e di cicatrici migliori del passato, e questo è un aspetto molto importante perché in questi casi le ricadute rappresentano di solito un aggravamento significativo del primo episodio.
Per quanto riguarda invece le lesioni muscolari, soprattutto quelle operate, entriamo in un campo un po’ più delicato, perché la chirurgia è cambiata, oggi è più conservativa rispetto al passato. Il chirurgo alcune volte preferisce salvaguardare la salute dell’atleta provando, ad esempio, a salvare un menisco piuttosto che asportarlo come si faceva sistematicamente prima. A rischio di fallire e di doverci rimettere poi le mani, si prova prima a salvare la funzionalità articolare e questa è naturalmente una buona cosa.
A proposito di terapie conservative: da un po’ di anni si dibatte sulla loro effettiva efficacia. In alcuni casi si sono rivelate soltanto un rinvio di un’operazione inevitabile.
È una questione di scelta terapeutica, perché bisogna essere bravi a capire quando la terapia conservativa è destinata al fallimento e quindi è necessario procedere direttamente con l’intervento. A volte, come fu il caso qualche anno fa dell’allora juventino Paul Pogba, è il calciatore a scegliere, sbagliando. Ma nessuno può imporre un intervento senza un adeguato consenso del paziente.
Negli ultimi anni si sono verificati anche ‘nuovi infortuni’ in passato sconosciuti?
No, almeno non nel gioco del calcio. In altri sport sì.
Ad esempio?
Nella ginnastica artistica. Lì osserviamo delle patologie che una volta erano del tutto sconosciute. Penso ad esempio alle fratture da stress degli arti superiori, comparse a seguito dell’esasperazione di alcuni gesti tecnici in passato non compresi nel bagaglio di un ginnasta.
Nel calcio invece gli infortuni sono qualitativamente gli stessi, anche se si cercano comunque nuove strade terapeutiche che restano in attesa di una validazione scientifica.
C’è più fretta di guarire nel calcio?
Diciamo che ci sono dinamiche diverse da altri sport, che portano a operare gli atleti per lesioni che invece in altre discipline non verrebbero trattate chirurgicamente. E questo forse dipende dall’eccessiva pressione che c’è nel mondo del pallone e dalla volontà di riportare presto in campo i calciatori.
Il fatto che oggi gli atleti siano più pesanti, con una muscolatura più possente rispetto al passato, li rende maggiormente soggetti a infortuni?
Un fisico più possente, come richiede il gioco moderno, non è più sottoposto a traumi a patto che l’irrobustimento vada di pari passo con il mantenimento di una buona flessibilità articolare. Perché altrimenti si correrebbe il rischio di creare squilibri potenzialmente pericolosi.
Nonostante l’aumento degli infortuni, la carriera dei calciatori s’allunga sempre più. Apparentemente sembra una contraddizione…
È un’apparente contraddizione, sì. Però l’allungamento delle carriere è un merito della medicina dello sport, perché gli atleti oggi sono davvero molto, molto seguiti dal punto di vista sanitario.
Sono migliorate le metodiche di cura come quelle di preservazione del fisico, si sta molto attenti ad esempio all’alimentazione e allo stile di vita. Oggi, nonostante i dati sugli infortuni, i medici dello sport curano meglio.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di dicembre 2025 – gennaio 2026 (numero 10, anno 8)

