Con l’inizio del suo secondo mandato, il presidente Donald Trump ha rilanciato la promessa formulata nel 2019 di portare la Groenlandia sotto il controllo degli Stati Uniti. Quella che allora appariva come una proposta bizzarra – l’acquisto di una vasta isola artica – si è trasformata oggi in una minaccia senza precedenti nei confronti di un alleato della NATO. Secondo gli esperti interpellati da Fortune, si tratterebbe di un’operazione dal costo potenziale di centinaia di miliardi di dollari, capace di compromettere l’alleanza occidentale e di produrre benefici economici minimi per molti decenni.
Pochi giorni dopo l’invasione del Venezuela che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro, Trump ha ribadito con forza i suoi propositi sulla Groenlandia, affermando che “abbiamo bisogno della Groenlandia per ragioni di sicurezza nazionale”. La Casa Bianca ha chiarito che, per raggiungere questo obiettivo, non si esclude nemmeno il ricorso all’esercito statunitense. Fortune ha contattato la Casa Bianca per un commento.
Trump fa sul serio
“È importante capire che Trump fa sul serio. Vuole che la Groenlandia diventi parte degli Stati Uniti”, ha dichiarato Alexander Gray, già funzionario della prima amministrazione Trump e testimone al Senato sui possibili meccanismi di acquisizione dell’isola. “Le modalità sono ancora oggetto di discussione, ma l’obiettivo finale non è cambiato”.
Secondo Gray, l’operazione in Venezuela ha rafforzato l’attenzione dell’amministrazione sull’emisfero occidentale. “Ha dato nuovo slancio ai vertici del governo, che ora dicono: il presidente ha ribadito che l’emisfero è la nostra priorità numero uno. La Groenlandia è fondamentale per lui. È il momento di elaborare un piano realistico per renderlo possibile”.
Tuttavia, analizzando le motivazioni di Trump e la reale fattibilità di questa ambizione territoriale, emerge un quadro problematico: le basi economiche sono fragili, le giustificazioni di sicurezza appaiono discutibili e i costi geopolitici rischiano di essere devastanti.
Un fondamento economico debole
I funzionari dell’amministrazione Trump indicano da tempo le risorse minerarie della Groenlandia come principale giustificazione per il controllo statunitense. Si stima che l’isola contenga tra i 36 e i 42 milioni di tonnellate metriche di ossidi di terre rare, potenzialmente la seconda riserva mondiale dopo la Cina. Con il mercato globale delle terre rare previsto in crescita fino a 7,6 miliardi di dollari entro il 2026 e con Pechino che controlla il 69% della produzione, l’idea di assicurarsi fonti alternative può sembrare strategicamente sensata.
A maggio, funzionari statunitensi hanno dichiarato a Reuters che Washington stava aiutando la Groenlandia a diversificare la propria economia per ridurre la dipendenza economica dalla Danimarca. Tra i progetti citati figura il Tanbreez Project, che mira a estrarre terre rare sull’isola per poi lavorarle negli Stati Uniti. Ma Anthony Marchese, presidente della Texas Mineral Resources Corporation e testimone al Congresso, offre una valutazione molto più prudente della realtà mineraria groenlandese: “Se si va in Groenlandia per sfruttarne i minerali, si parla di miliardi e miliardi di dollari e di tempi estremamente lunghi prima di ottenere risultati concreti”.
Gli ostacoli sono numerosi
Gli ostacoli sono numerosi. La parte settentrionale dell’isola è sfruttabile solo per circa sei mesi l’anno, a causa delle condizioni climatiche estreme. Le attrezzature e il carburante dovrebbero rimanere esposti per mesi alle rigide temperature invernali.
A questo si aggiungono gravi carenze infrastrutturali. La Groenlandia non dispone quasi di strade che colleghino i suoi insediamenti, spesso situati su isole o in aree costiere remote. I porti sono pochi e l’energia prodotta localmente è insufficiente. Manca inoltre l’infrastruttura energetica necessaria per sostenere un’industria mineraria su scala industriale.
Nonostante le stime sulle abbondanti risorse, la Groenlandia non possiede un settore minerario industriale sviluppato. Il Paese conta circa 56.000 abitanti, concentrati principalmente lungo la costa meridionale, inclusa la capitale Nuuk. Attualmente solo una miniera è pienamente operativa e l’attività mineraria è largamente impopolare tra la popolazione locale e i gruppi ambientalisti. Il settore genera entrate prossime allo zero e la maggior parte dei progetti è ancora in fase esplorativa.
Le preoccupazioni ambientali rendono inoltre particolarmente difficile ottenere autorizzazioni. E anche nel caso in cui un progetto venisse approvato, non vi è alcuna garanzia di redditività. “Servono centinaia di milioni di dollari solo per le perforazioni preliminari, per stabilire se un giacimento sia davvero sfruttabile”, osserva Marchese. “Anche disponendo di capitali illimitati, non è realistico pensare di iniziare a trivellare in Groenlandia nel giro di pochi mesi”.
Un problema ancora più profondo riguarda la scarsa caratterizzazione dei giacimenti individuati. Le mappe di campionamento sono molto incomplete. “Il campionamento indica la presenza di minerali in un’area ristretta, ma non dice nulla sulla dimensione del giacimento o sulla qualità del minerale”. Secondo Marchese, i tempi sono inevitabilmente lunghi: “Direi almeno 10–15 anni, considerando le infrastrutture da costruire e la situazione politica locale”.
La questione dei “centinaia di miliardi”
Gray non nega l’enormità dei costi, ma li considera secondari. Nella sua testimonianza al Senato ha citato stime pari a “centinaia di miliardi di dollari” per acquisire e sostenere la Groenlandia, includendo la sostituzione del sussidio annuo danese da circa 600 milioni di dollari, investimenti infrastrutturali massicci e la replicazione del sistema di welfare di cui oggi godono i groenlandesi.
“Il costo non è l’aspetto centrale”, insiste Gray. “Non è una questione economica per gli Stati Uniti. Non riguarda dollari e centesimi né le risorse minerarie. È una questione strategica, di sicurezza nazionale, con una continuità che attraversa i secoli”.
Gray cita come modello i rapporti degli Stati Uniti con gli Stati liberamente associati del Pacifico — Isole Marshall, Micronesia e Palau. “Forniamo praticamente l’intera difesa e abbiamo accesso illimitato a terra, aria e mare. Dal punto di vista contabile, queste relazioni sono sempre state in perdita. Ma dal punto di vista strategico hanno un valore incalcolabile”.
Il paragone presenta però un problema significativo. Secondo l’Istituto Danese per gli Studi Internazionali, gli Stati Uniti versano agli Stati COFA circa 2.025 dollari pro capite, mentre la Danimarca trasferisce alla Groenlandia circa 12.500 dollari pro capite, oltre sei volte tanto.
La proposta di Gray prevede soluzioni di finanziamento innovative: un fondo fiduciario su minerali e petrolio sul modello dell’Alaska Permanent Fund e l’introduzione di un reddito di base universale per ogni cittadino groenlandese. Ma questa strategia presuppone un’estrazione mineraria redditizia , un’ipotesi che molti esperti considerano eccessivamente ottimistica.
Per trump è questione di sicurezza nazionale
Trump sostiene che “la Groenlandia è piena di navi russe e cinesi”, presentando l’annessione come una necessità per la sicurezza nazionale. Tuttavia, esperti come Pincus mettono in dubbio questa narrativa.
Gli Stati Uniti gestiscono già la base spaziale di Pituffik, nel nord-ovest dell’isola, che ospita sistemi radar fondamentali per la difesa missilistica. “Gli Stati Uniti sono presenti lì dalla Guerra Fredda. È una base cruciale per la difesa nazionale”, spiega Pincus. “Sia i groenlandesi sia i danesi hanno chiarito di essere disponibili a una maggiore presenza americana”.
Pincus si mostra scettica anche riguardo a un’eventuale minaccia russa e ridimensiona l’influenza cinese. Pechino ha tentato investimenti infrastrutturali, come la costruzione di aeroporti, ma quando ciò è avvenuto “Copenaghen è intervenuta coprendo i costi”. Gray, al contrario, avverte che una Groenlandia indipendente sarebbe vulnerabile alle pressioni di Russia e Cina.
L’incubo NATO
La preoccupazione più grave sollevata dagli esperti riguarda il rischio di una frattura irreversibile all’interno della NATO. “È del tutto senza precedenti che il membro più potente dell’alleanza minacci l’annessione del territorio di un altro alleato”, afferma Mortensgaard. “Un simile scenario segnerebbe la fine della NATO”.
Il 6 gennaio, sette importanti Paesi europei hanno diffuso una rara dichiarazione congiunta, ribadendo che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e che la sicurezza nell’Artico deve essere garantita collettivamente, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale. Anche la premier danese Mette Frederiksen è stata esplicita: “Se gli Stati Uniti dovessero attaccare militarmente un altro Paese NATO, allora tutto si fermerebbe, compresa la NATO stessa”.
L’articolo originale è disponibile su Fortune.com

