In Iran Trump sfida l’immobilismo dell’Occidente

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In Iran le proteste che infiammano le piazze presentano alcune novità assolute. Per la prima volta, le manifestazioni si tengono in tutte e trentuno le province del Paese. Per la prima volta, un ruolo decisivo lo giocano i commercianti dei bazar, categoria assai rilevante, stremata dalla svalutazione record del rial, la moneta nazionale, decisa per contenere gli effetti dell’inflazione oltre i 60 punti percentuali.

Le radici delle proteste, giova ricordarlo, sono economiche e sociali. Per la prima volta, a differenza dei tempi di Obama e Biden, gli Stati uniti di Donald Trump si schierano vigorosamente al fianco degli iraniani, al punto di minacciare l’intervento militare.

Non sappiamo che cosa accadrà nelle prossime ore ma è chiaro che stavolta gli Usa non intendono lasciare da soli gli iraniani, ammazzati nelle strade dalla polizia del regime che spara in fronte a cittadini inermi. Le cifre che arrivano dal Paese, poche e incerte a causa dell’isolamento imposto dal regime, sono impressionanti: c’è chi dice 12mila morti, chi 30mila, ma le vittime potrebbero essere molte di più.

Dall’8 gennaio l’accesso a Internet è bloccato, il ministro degli Esteri iraniano, in un’intervista televisiva, ha spiegato che tale provvedimento è giustificato dalle manifestazioni in strada che sarebbero, in realtà, “operazioni terroristiche manovrate dall’esterno”.

L’unico canale ancora attivo, seppure ostacolato dalla polizia e dalle unità cyber del regime, è Starlink, l’infrastruttura satellitare di Elon Musk, che ha reso gratuito l’abbonamento per i cittadini iraniani. Secondo alcune fonti, i basiji, cui è stato affidato il compito di stroncare la rivolta affiancando la polizia nelle città, fanno irruzione nelle abitazioni dotate di ricevitori e parabole per distruggere ogni dispositivo.

Il blackout deve essere totale. Il regime degli ayatollah vuole uccidere riducendo al minimo le tracce di quello che sta accadendo, impedendo la diffusione di video, tagliando i contatti con l’esterno.

Di fronte a una carneficina così drammatica, c’è chi invoca il diritto internazionale come paravento per giustificare l’immobilismo.

Una prova, su scala nazionale, l’ha fornita il M5S dissociandosi dalla mozione bipartisan con cui il Parlamento italiano ha condannato la repressione ed espresso solidarietà al popolo iraniano.

Su scala internazionale, la questione è semplice: Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, mai consentirebbero l’approvazione di una risoluzione contro il regime degli ayatollah, loro alleato. L’Unione europea invece ha espresso le condanne di rito al sedicesimo giorno dall’inizio delle proteste. Soltanto gli Usa di Trump sembrano disposti a fare sul serio per rispondere alla richiesta di aiuto che arriva dagli iraniani.

Anche se ieri Trump è sembrato orientarsi verso una de-escalation parlando di 800 esecuzioni annullate, qualcosa si muove.

Gli Usa non staranno a guardare: se è sconsigliabile un attacco su larga scala (per il rischio che non basti a determinare la caduta del regime), potrebbero essere invece molto efficaci interventi chirurgici, di carattere militare e/o cibernetico, in grado di colpire infrastrutture strategiche e figure chiave della leadership iraniana.

Secondo quanto riportato dalla stampa americana, sarebbe stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu a consigliere a Trump di prendere tempo per potersi preparare a eventuali rappresaglie da parte di Teheran. Intanto il Pentagono ha iniziato lo spostamento della portaerei Lincoln dal Mar Cinese verso il Medioriente, il segnale che qualcosa si sta muovendo. Se è vero che da due giorni gli ayatollah non impiccano venendo incontro alla richiesta di Trump, gli arresti e le persecuzioni proseguono.

Setacciano le case di chi si è permesso di insorgere, puniscono medici e infermieri che aiutano i feriti delle proteste. Raccontano che per le strade quasi deserte girano milizie irachene e di Hezbollah. Del resto, anche se in pochi lo ricordano, l’Iran è il Paese che da anni finanzia e sostiene gruppi terroristici, come Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen, nell’ambito della guerra dichiarata a Israele, mai riconosciuto come stato ma definito “entità sionista”.

Per le ragioni fin qui elencate, questa potrebbe essere la volta buona, se non per un vero e proprio “regime change”, sicuramente per una svolta decisiva nel processo di progressivo indebolimento del regime.

Il patto sociale del khomeinismo sin dal 1979 si fondava sul seguente scambio: noi accettiamo restrizioni e privazioni, voi ci garantite la protezione da ogni minaccia esterna. L’attacco israeliano alla leadership militare degli ayatollah e i raid americani contro i siti nucleari hanno fornito una dimostrazione plateale della vulnerabilità del regime. Gli americani lo sanno e questa volta intendono assestare un colpo letale.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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