“Nessuna apocalisse del lavoro”: Solomon frena i timori sull’AI

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Mentre aumentano le preoccupazioni che l’intelligenza artificiale stia aprendo la strada a un’era di “crescita senza occupazione”, il presidente e amministratore delegato di Goldman Sachs, David Solomon, respinge con decisione le visioni più pessimistiche. Intervenendo a gennaio, in un contesto segnato da un massiccio boom di investimenti nelle infrastrutture per l’AI, ha affermato che il mercato del lavoro non è di fronte a una catastrofe imminente.

“Non appartengo al campo di chi parla di apocalisse occupazionale”, ha dichiarato al podcast Goldman Sachs Exchanges, rifiutando l’idea che l’attuale ondata tecnologica rappresenti una minaccia strutturale per l’occupazione umana. Pur riconoscendo che il mercato del lavoro appare più fragile rispetto alla recente crescita economica, Solomon sostiene che l’attuale fase di trasformazione rientri nel normale processo di distruzione creativa, piuttosto che costituire un’anomalia storica.

“Da decenni la tecnologia sta trasformando il lavoro, cambiando il modo in cui le persone operano, eliminando alcune professioni e costringendo un’economia dinamica come la nostra a crearne di nuove”, ha spiegato. “Questa volta non è diverso”. A sostegno della sua tesi, Solomon ha citato uno studio del capo economista di Goldman Sachs, Jan Hatzius, secondo cui, sebbene nel breve periodo siano inevitabili dislocazioni dovute alla rapidità del cambiamento, non vi sono prove di un aumento strutturale della disoccupazione nel lungo termine.

Ripensare la banca: ‘One GS 3.0’

Solomon ha applicato questa visione anche a Goldman Sachs, illustrando una nuova iniziativa chiamata ‘One GS 3.0′. Lontano dall’essere un piano di riduzione del personale, il progetto mira a ripensare sei processi fondamentali – tra cui l’onboarding e il know your customer (KYC) – attraverso l’automazione e una profonda riprogettazione dei flussi operativi.

“Riteniamo che questi processi possano trarre grande beneficio da un approccio completamente nuovo e dall’automazione”, ha affermato, “perché la tecnologia oggi disponibile consente di svolgerli in modo diverso”. Secondo Solomon, l’obiettivo dell’integrazione dell’AI non è ridurre l’organico, ma aumentare la capacità operativa. “Se riusciremo a implementarla correttamente, non credo che il numero di dipendenti diminuirà in modo significativo”, ha spiegato. I guadagni di efficienza, piuttosto, permetteranno alla banca di liberare risorse da investire nella crescita, superando vincoli che in passato lo rendevano difficile.

Il Ceo ha tuttavia ammesso che la transizione non è semplice. Se i dipendenti adottano rapidamente strumenti che migliorano la produttività individuale, la revisione completa di processi legacy come il KYC è molto più complessa. “Cambiare i processi in una grande organizzazione è un lavoro impegnativo e richiede tempo”, ha avvertito, sottolineando che questo tipo di trasformazione implica anche una ridefinizione del capitale umano coinvolto.

Le sue osservazioni trovano riscontro nelle recenti ricerche del professore della Wharton School Peter Cappelli, che ha dichiarato a Fortune come l’adozione dell’AI non sia né economica, né semplice, né una garanzia di riduzione del personale. In un caso emblematico, l’azienda Ricoh è riuscita a triplicare la produttività grazie all’AI, ma ha impiegato un anno per raggiungere il punto di pareggio, a causa di costi operativi mensili pari a 200mila dollari e di una consulenza iniziale da 500mila dollari. “Non è affatto economico, e ci vuole moltissimo tempo per arrivarci”, ha osservato Cappelli.

La valutazione realistica di Solomon sui tempi

Nonostante l’ottimismo di lungo periodo, Solomon ha espresso una previsione più prudente per il 2026 riguardo alla velocità di adozione dell’AI nelle imprese. Pur respingendo l’idea che l’interesse per l’AI stia diminuendo – definendola una “tecnologia straordinaria” – ha ipotizzato una possibile ricalibrazione delle aspettative.

“L’adozione continuerà ad accelerare e gli investimenti di capitale proseguiranno”, ha affermato. “Ma non è scontato che la domanda di capacità di calcolo e la sua integrazione nelle aziende avvengano con la rapidità che oggi molti si aspettano. Su questo punto potremmo assistere a un aggiustamento delle previsioni”.

Secondo Solomon, nel corso del 2026 potrebbe emergere una consapevolezza più diffusa del fatto che implementare l’AI nei contesti aziendali è più complesso di quanto inizialmente immaginato, con il rischio che l’adozione proceda più lentamente del previsto.

Il messaggio del Ceo di Microsoft

Un messaggio simile è arrivato anche dal Ceo di Microsoft, Satya Nadella, intervenuto al World Economic Forum di Davos. Per la prima volta, Nadella ha ammesso che il fenomeno dell’AI potrebbe trasformarsi in una bolla, ma non per ragioni legate direttamente alle aziende tecnologiche.

“Un segnale chiaro di una bolla sarebbe se si parlasse solo delle società tech”, ha dichiarato. “Se il dibattito resta confinato al lato dell’offerta, allora il rischio è reale”. Secondo Nadella, il successo dell’AI dipenderà da un’adozione ampia e concreta dal lato della domanda, come avvenne durante la rivoluzione informatica degli anni Ottanta. “Abbiamo creato una nuova categoria, il lavoro della conoscenza, in cui i computer hanno amplificato le capacità umane”, ha spiegato. “Con l’AI accadrà la stessa cosa”.

L’articolo completo è disponibile su Fortune.com.

Philip Morris 07/2026
Poste Italiane Dic 25

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