Mario Draghi torna a suonare la sveglia all’Europa in occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte dell’università di Lovanio, in Belgio. “L’ordine globale oggi defunto non è fallito perché fondato su un’illusione”, ha scandito l’ex presidente della Bce, ma “il crollo di questo ordine non è di per sé la minaccia. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa saprebbe adattarsi. La vera minaccia è ciò che lo sostituirà”. Sono toni perentori quelli usati dall’ex premier italiano circa il futuro che l’Europa ha davanti a sé: “un futuro in cui rischia di diventare, al tempo stesso, subordinata, divisa e deindustrializzata”. Secondo Draghi, “un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”.
L’onorificenza è stata assegnata all’ex premier “per il suo contributo eccezionale al processo di integrazione economica e monetaria europea, per una leadership fondata sulla responsabilità, sul giudizio equilibrato e sul rigore intellettuale in momenti in cui l’area dell’euro affrontava una crisi esistenziale”. Draghi, peraltro, è atteso, insieme a Enrico Letta, il 12 febbraio ad Alden Biesen, una cittadina a 40 km da Liegi, quando i due ex premier si uniranno al vertice informale dei leader sulla competitività e il mercato unico, convocato dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa.
L’integrazione europea è costruita in modo diverso: non sulla forza, ma sulla volontà comune; non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso. È un’integrazione senza subordinazione, di gran lunga preferibile, ma anche molto più difficile. Ciò richiede un approccio diverso. L’ho definito ‘federalismo pragmatico’. Pragmatico, perché dobbiamo compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente disposti a farlo, nei settori in cui è possibile compiere progressi. Ma federalismo, perché la destinazione è importante. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono alla fine diventare il fondamento di istituzioni dotate di un reale potere decisionale, istituzioni in grado di agire con determinazione in tutte le circostanze. Questo approccio rompe l’impasse in cui ci troviamo oggi, senza subordinare nessuno”.
“Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza. Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?”. Secondo Draghi, per diventare una potenza “l’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione”. “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un soggetto unico. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina”, ha sottolineato l’ex premier.
Se l’analisi sui limiti dell’Europa e sul suo declino è ormai ampiamente condivisa (il profluvio di proposte per riformare l’Europa è la conferma di una vasta consapevolezza: questa Europa non funziona), la ricetta “federalista” draghiana sembra invece di difficile attuazione. Con i venti delle destre che soffiano in Europa, infatti, l’idea di maggiori cessioni di sovranità da parte degli stati nazionali verso un super stato europeo non trova proseliti.
Va anche detto che l’allargamento frettoloso dell’Europa a est, con l’emersione di macroscopiche differenze tra gli stati membri, ha reso ancora meno praticabile questa strada. La premier Giorgia Meloni ha sempre sostenuto il progetto di un’Europa confederale, condiviso con i conservatori europei e possibile terreno di mediazione con i popolari. Europa “confederale” significa un’Europa migliore, capace di coordinare i propri sforzi su alcune materie importanti su cui può offrire davvero un valore aggiunto, anziché chiedere sempre più poteri senza spesso sapere nemmeno esercitarli. È un orizzonte opposto a quello tratteggiato oggi da Draghi.
C’è invece sintonia sull’analisi delle minacce provenienti dall’aggressività economica cinese. Una prova? La posizione creditoria netta sull’estero della Cina è di tre trilioni di dollari. La bilancia commerciale di Pechino, che oggi si propone come paladino della stabilità contro l’imprevedibilità trumpiana, non ha sofferto più di tanto i dazi americani, avendo qualche arma di dissuasione (la potenza militare, la disponibilità di materie prime etc) che gli alleati europei di Washington non hanno. In più, le esportazioni cinesi, in calo verso gli Stati uniti, hanno inondato i mercati europei mostrando l’inefficacia delle restrizioni adottate. Il saldo commerciale del 2025 è stato di 1200 miliardi, un record.
La cecità, con cui l’Europa si è votata, almeno negli ultimi quindici anni, alle politiche del Green deal favorendo (e sussidiando) imprese cinesi a scapito di quelle europee, zavorrate anche da un gap tecnologico difficilmente colmabile, è qualcosa che grida vendetta. Così, intervistata dal Corriere della sera in occasione del World economic forum, Stella Li, numero uno di Byd, il marchio cinese che nel 2025 è diventato il primo costruttore mondiale di auto elettriche superando Tesla, ha gioco facile a dire: “Il più grande errore dell’industria automobilistica europea? Non ha creduto davvero all’auto elettrica. Noi abbiamo sempre creduto che l’elettrificazione fosse il futuro”.
Nella stessa intervista, a proposito di possibili joint venture con aziende europee, Stella Li ha replicato che fanno perdere tempo: “Il modello della joint venture è superato, non è efficiente: noi prendiamo decisioni in un secondo, una joint venture impiega mesi. Quel modello appartiene al passato”. E sulla competitor, la tedesca Volkswagen, la ceo di Byd ha detto: “ha basi solide e una supply chain molto efficiente. Le manca la tecnologia”. Insomma, i cinesi hanno le idee chiare. In Europa invece le idee sono molte e confuse. Su quale sia la strada per portare chiarezza, sarà la sfida dei prossimi mesi.

