Israele e Stati Uniti operano in costante coordinamento. Per i funzionari delle Forze armate israeliane, si tratta della prima guerra congiunta su vasta scala tra Israele e Usa, fondata su una ampia pianificazione negli ultimi mesi. All’aeronautica israeliana i raid contro obiettivi nell’Iran occidentale e centrale, perché da lì vengono lanciati i missili contro lo stato ebraico; alle forze Usa gli attacchi contro i lanciatori nel sud della Repubblica islamica usati per prendere di mira le basi americane nel Golfo. Nel mirino dell’Idf i siti del regime, al Pentagono la Marina militare.
Anche se in Italia tiene banco il poco avvincente dibattito su chi, tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, abbia convinto l’altro (il presidente Usa, durante il vertice con il cancelliere tedesco Merz a Washington, ha dichiarato di aver deciso per primo di agire per il timore di un imminente attacco iraniano), la realtà è che Israele e Usa si muovono come un sol uomo in Medio Oriente. In entrambi i Paesi operano “cellule di coordinamento congiunto” che sincronizzano intelligence, obiettivi e difesa. Oltre mille soldati americani sono di stanza in Israele, così come decine di aerei cisterna Usa, sui quali fanno affidamento i caccia dello stato ebraico. Il capo di Stato maggiore, Eyal Zamir, sente quotidianamente il capo del Centcom statunitense, Brad Cooper.
Una soffiata della Cia ha consentito l’individuazione di Ali Khamenei, la guida suprema eliminata nel primo giorno dell’operazione “Epic fury” lo scorso sabato. Da mesi il Mossad monitorava ogni spostamento, hackerando le telecamere del traffico di Teheran, in modo da ricostruire network relazionali, abitudini, movimenti. Il Mossad ha penetrato pure i cellulari di molti esponenti del regime, in modo da farli apparire “occupati” affinché nessun avvertimento potesse far saltare l’operazione. Esattamente come nel settembre del 2024, migliaia di dispositivi cercapersone utilizzati da Hezbollah si sono trasformati in proiettili mortali grazie all’intelligence israeliana.
Nel conflitto mediorientale, scaturito dal fallimento dei negoziati di Ginevra e dalla pervicace volontà iraniana di proseguire nel programma di arricchimento dell’uranio, ci sono almeno due elementi nuovi: l’Iran che colpisce, direttamente o mediante proxy, il territorio europeo, Cipro (e tenta di colpire un membro Nato, la Turchia); il coinvolgimento delle monarchie del Golfo che diventano il bersaglio di attacchi mirati da parte del regime degli ayatollah, facendo emergere la spaccatura tra due emisferi del mondo islamico. Nel Golfo emerge il confronto tra una tradizione millenaria islamista, fanatizzata, e l’evoluzione della modernità (abbracciata da Abu Dhabi, Doha e Riad).
Ciò che sfugge all’Europa, grande spettatrice inerme, è che la guerra che americani e israeliani stanno combattendo, conseguendo in soli quattro giorni risultati straordinari, è un pezzo fondamentale della guerra contro il terrorismo islamico. Il regime degli ayatollah porta avanti una crociata contro l’Occidente da quarantasette anni, e lo stesso regime è stato il burattinaio, finanziatore e sostenitore, di gruppi terroristici come Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen.
Per capire la dimensione del fenomeno, viene in soccorso l’intelligence italiana che oggi, in occasione della presentazione della Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza, è tornata a richiamare l’attenzione sulla minaccia terroristica, mossa dal “sentimento antiebraico” in ascesa. “La propaganda jihadista – si legge nel rapporto – potrebbe, in modo opportunistico, strumentalizzare” il conflitto che coinvolge Teheran “invocando un jihad globale contro il ‘comune nemico‘ occidentale”. “In prospettiva futura – avvertono gli analisti – è probabile che le principali sigle del terrorismo internazionale affineranno sempre di più la capacità di ‘capitalizzare’ le crisi in atto, alimentando ulteriormente un trend che, a oggi, le vede declinare i propri messaggi istigatori in modo strumentale rispetto alle loro agende. L’interconnessione tra i diversi quadranti di crisi rischia di amplificare la proiezione esterna della minaccia, incluso verso l’Europa e l’Italia”.
Dalla Relazione annuale emerge la tendenza all’abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti: “La quota dei minorenni è in costante crescita, così com’è in aumento il numero di soggetti intra quattordicenni che și posizionano anche in stadi avanzati di radicalizzazione”. “La tecnologia – ha dichiarato il direttore del Dis Vittorio Rizzi – è diventato il motore del cambiamento ed è anche uno dei principali fattori che incidono sulla sicurezza del Paese, accelerando la portata di ogni minaccia”. Si comprende allora come l’Europa, e l’Italia, non siano affatto immuni dai pericoli. E lo scenario di un regime islamista, dotato di missili di lunga portata e di testate nucleari, per giunta in grado di colpire il territorio europeo, appare oggi come il peggiore degli incubi.

