Paolo Barilla, vicepresidente del Gruppo ma anche della Fondazione Barilla, spiega l’importanza di “restituire valore al cibo” .
Con lo scoppio dei conflitti internazionali, negli anni recenti l’Italia ha scoperto quanto la sua produzione alimentare sia fortemente interconnessa alle dinamiche internazionali, quanto le supply chain siano fragili e quanto sia intrinsecamente grande il valore del cibo. “Oggi sappiamo che tutto può succedere”, dice Paolo Barilla, vicepresidente di un Gruppo da 5 mld di fatturato ma anche dell’omonima Fondazione; una delle sue missioni, la lotta allo spreco alimentare, è diventata ancora più significativa in anni recenti. “Parlare di risparmio significa restituire al cibo il valore che merita”, dice il vicepresidente.
La consapevolezza sul tema si lega indissolubilmente anche al rispetto per il lavoro lungo tutta la filiera agroalimentare: in questo contesto la parola d’ordine diventa coesione, secondo il vicepresidente ed ex pilota di Formula 1, che incontriamo alla presentazione dell’evento con cui la Fondazione Barilla ha dato inizio al suo grand tour del Libro del Risparmio, progetto artistico itinerante che porta nelle piazze italiane il messaggio della lotta allo spreco alimentare.
Dottor Barilla, lei ricopre diversi ruoli di rilievo nel settore alimentare: è anche presidente di Unione Italiana Food. Qual è la sua prospettiva attuale sulla filiera italiana? Dopo il nodo dazi che momento stiamo vivendo?
C’è consapevolezza che le cose si fanno tutti insieme. Dal ministro Francesco Lollobrigida (presente all’evento di Fondazione, ndr) agli altri interlocutori, tutti capiscono che è fondamentale equilibrare tante situazioni ed esigenze diverse. L’industria sta in mezzo alla filiera: conosciamo bene le esigenze di chi produce e di chi consuma. E se non c’è dialogo assorbiamo tutte le tensioni, per cui è anche una responsabilità, ma ce ne facciamo carico volentieri.
Soltanto in Europa vengono sprecati in media 130 chilogrammi di cibo per persona ogni anno. A livello mondiale, si stima che circa il 30% del cibo prodotto venga buttato. Insomma, quello dello spreco è uno dei temi più urgenti da affrontare. Quali sono gli altri?
Produrre alimenti che abbiano una qualità migliore, in termini di bontà, è uno dei più importanti. Poi c’è il tema della nutrizione, della salute, della sostenibilità dell’agricoltura e dell’intero sistema. Su alcuni di questi oggi c’è una certa distrazione. Se pensiamo a un ragazzo che ha mille stimoli, il valore del cibo può passare in secondo piano.
Eppure il vuol dire tante cose: non è solo quello che compri, ma è come è stato fatto. Dargli valore vuol dire aumentare l’emozione che si prova quando lo si ha davanti e se qualcosa ci emoziona non lo buttiamo via. Lo sanno le generazioni passate, che hanno sofferto la mancanza di cibo. E con le giuste informazioni ne possono essere consapevoli anche quelle nuove.
Per questo sarebbe fondamentale parlare di questi temi e dei giusti modelli di comportamento anche nella scuola.
Parlavamo dei dazi: nell’ultimo anno le tensioni sul commercio hanno toccato anche il settore alimentare.
Noi queste tensioni le percepiamo meno, perché siamo sul mercato in tanti paesi europei e nordamericani dove il cibo italiano è molto apprezzato e gli viene dato valore.
Poi ci sono le situazioni più legate al ‘dietro le quinte’: l’approvvigionamento delle materie prime, l’apertura ad altri mercati e i temi che sono trattati a livello politico, come le normative europee che noi cerchiamo di integrare nel nostro progetto, mantenendo chiaro che il nostro percorso è quello di una qualità sempre migliore e di sicurezza per le persone, che devono poter avere fiducia nelle produzioni.
Se dovesse dare un giudizio sulla direzione che sta prendendo l’Europa su questi temi in questo momento, quale sarebbe?
Non è autosufficiente per le materie prime, ha bisogno di importare. Le importazioni arrivano da paesi che sono diversi da noi per cultura, per consuetudine e anche per tecnologia applicata. Per cui lo scenario è molto complesso. Un’impresa come la nostra cerca di scegliere le materie prime migliori per fare i suoi prodotti.
Però ci sono delle necessità obiettive: bisogna essere molto attenti a sostenibilità, economia e costi per le persone. D’altronde quello dello spreco è un tema che riguarda molto da vicino l’industria, nella quale si cerca di non sprecare niente.
Con la guerra abbiamo riscoperto i rischi ai quali siamo esposti. Pensiamo all’allarme sul grano a inizio conflitto.
Il più grande è stato quello di non considerare che ci fossero rischi, che il sistema fosse collaudato, sicuro ed eterno. Oggi invece sappiamo che le cose possono succedere, dobbiamo essere più flessibili, più attivi, e le istituzioni più attente a tutti gli effetti che possono scatenare alcune decisioni. È sempre una consapevolezza d’insieme. Però oggi questo è un aspetto che viene considerato dai livelli più alti fino agli operatori come noi.
Negli Usa il Governo ha presentato le sue nuove linee guida nutrizionali: una sorta di ‘piramide alimentare al contrario’: maggiore enfasi su proteine animali e latticini e uno spazio ridotto per cereali e carboidrati, come la pasta. Come la giudica?
Ci sono dei cambiamenti repentini perché si sposano anche le mode, le tensioni o le necessità che hanno alcuni comparti. Penso che sia soprattutto una risposta economica ad alcuni settori, piuttosto che una direzione ben precisa per il benessere degli individui.
Noi pensiamo che l’alimentazione mediterranea sia ottima. Va affinata con continue ricerche, però è una base solida su cui la scienza si esprime come percorso che può migliorare la vita delle persone, e noi siamo molto legati a quel tipo di alimentazione.
State lavorando molto a livello di presenza internazionale: penso all’accordo di sponsorizzazione con la Formula 1. Che importanza ha per voi?
È una competizione molto popolare, e molto apprezzata soprattutto dalla fascia di popolazione più giovane, per cui l’abbinamento ci piaceva molto. Si tratta anche di un territorio di sperimentazione, perché si va in giro per il mondo proponendo prodotti o soluzioni che un giorno potrebbero essere adottate su più larga scala. Siamo esposti, come il mondo dei motori, a un’innovazione molto rapida.
Lei ha un lungo passato nel mondo delle corse (ha vinto una 24 ore di Le Mans ed è stato pilota Minardi tra 1989 e 1990, ndr). L’accordo con la F1 è un’idea sua?
(Ride). No, non ho lanciato io l’idea. Ma l’ho approvata.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di marzo 2026 (numero 2, anno 9)

