Il programma nucleare iraniano: dalle ambizioni dello Shah alla soglia della bomba

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La storia del nucleare iraniano inizia molto prima delle sanzioni e della guerra di oggi, in un’epoca di alleanze impensabili. Negli anni Cinquanta, sotto lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, Teheran abbraccia l’atomo con l’aiuto americano. È l’era di Atoms for Peace, il programma Eisenhower che promette energia nucleare ai paesi amici. La cosa funziona, perché il nucleare viene già percepito come fonte energetica di primo piano, qualcosa che va ben oltre l’immagine del fungo atomico su Hiroshima. Nel 1957, un accordo di cooperazione nucleare porta a Teheran un piccolo reattore di ricerca e nel 1968 l’Iran firma il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (NPT) come stato non armato, impegnandosi a non sviluppare bombe. Il sogno è ambizioso e già nel 1974 lo Scià annuncia un target di 23.000 megawatt nucleari.

Fin qui tutto bene. Nessuno ha pensato di dover fare i conti con la rivoluzione islamica del 1979. Una volta al potere, Ruhollah Khomeini condanna le armi di distruzione di massa e gli USA impongono embarghi, bloccando il programma nucleare iraniano. La guerra Iran-Iraq (1980-1988) cambia però le priorità, spingendo Teheran a riattivarsi per ottenere centrifughe attraverso la rete clandestina di Abdul Qadeer Khan (padre del nucleare pachistano). Nasce così un programma duale: civile ufficialmente, ma con implicite ambizioni militari.

L’Iran sviluppa siti nucleari segreti per sfuggire al controllo internazionale, in particolare a Natanz (centrifughe) e Arak (reattore ad acqua pesante per il plutonio). Le rivelazioni dei dissidenti nel 2002 portano alla luce il Piano Amad, un programma covert per armi nucleari attivo fino al 2003, attirando le indagini AIEA e nuove sanzioni ONU, ma Teheran continua a negare finalità militari, rivendicando il diritto al nucleare civile. In realtà accelera il programma: nel 2010 avvia l’arricchimento al 20% e nel 2013 dispone già di migliaia di centrifughe avanzate.

Il primo punto di svolta è il 2015, con il JCPOA negoziato da Obama con Iran, UE, Russia, Cina e altri, che però nasce come compromesso temporaneo e non risolutivo, con vincoli destinati a scadere dopo 10-15 anni. Inoltre, esclude temi fondamentali come i missili balistici e prevede controlli AIEA con preavviso fino a 24 giorni, che li rende quasi inutili. Ad ogni modo, l’Iran smantella parti del programma in cambio di un massiccio taglio alle sanzioni. Nel 2018, Trump si ritira dall’accordo e reimpone sanzioni molto dure. La risposta di Teheran non si fa attendere. Dal 2019, arricchisce al 60% (quindi sempre più vicino al 90% necessario alle testate) e accumula scorte di uranio altamente arricchito (HEU).

La escalation culmina nel 2025, durante il conflitto con Israele. Attacchi israeliani e poi USA-Israele congiunti colpiscono Natanz, Fordow e Isfahan. L’amministrazione Trump dichiara il programma obliterato, ma esperti AIEA e intelligence avvertono che i danni sono stati sì gravissimi, ma non hanno eliminato del tutto la minaccia. Quella scorta di circa 400 kg di HEU al 60% probabilmente è ancora intatta ed è sufficiente a costruire una decina di bombe se ulteriormente arricchito. Nel 2026, l’Iran investe molto per ripristinare il potenziale atomico, con produzione mensile di HEU triplicata e una cooperazione AIEA inesistente.

Oggi la guerra sta infiammando la regione, con una serie di pericoli atomici immediati che vanno dall’Iran che arriva alla bomba atomica (cosa che scatenerebbe una corsa regionale dall’Arabia Saudita all’Egitto) al rischio di furto o dispersione in caso di forte destabilizzazione interna.

Questa saga, da alleato USA a paria nucleare, insegna che la tecnologia è un potente strumento geopolitico e i suoi pericoli crescono con l’isolamento. Intanto i negoziati barcollano, il mondo trattiene il fiato. Basta un atomo di troppo.

Poste Italiane Dic 25

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