Tutti la conoscono: alcuni la amano, altri la odiano. In molti la stanno integrando, altri si rifiutano di usarla per paura di essere sostituiti. Ma l’intelligenza artificiale ormai è pervasiva. È entrata ovunque – dalla mobilità all’esplorazione spaziale fino alla salute – superando il confine di laboratori, sperimentazioni e test di controllo. Non si parla più di promessa, ma di una realtà integrata nella nostra quotidianità, nei processi produttivi, nel lavoro intellettuale, nei servizi, nella formazione e nelle scelte personali.
Lo confermano i numeri: nel 2025, un’impresa europea su cinque (con almeno 10 addetti) e il 32,7% dei cittadini dell’Ue tra i 16 e i 74 anni hanno utilizzato strumenti di AI, anche generativa. Parallelamente, numerosi Paesi – inclusa l’Italia – stanno legiferando per disciplinare l’uso di questa tecnologia, mentre altri seguono l’esempio.
Uno degli ambiti più trasformati è la sanità, dove l’AI sta rivoluzionando la diagnostica e il supporto clinico. La crescita della robotica medica – con vendite globali aumentate del 91% nel 2024 – evidenzia un cambio di paradigma già in atto. Tecnologia e medicina convergono verso modelli più precisi, predittivi e personalizzati. Se ne è parlato nel corso dell’evento EmTech Italy, durante il quale sono stati presentati i risultati della prima ricerca dell’Osservatorio Tech4GlobalHealth, nato dalla collaborazione tra MIT Technology Review, Università Campus Bio-Medico di Roma e Intesa Sanpaolo.
“Di fronte alla maturità dell’AI, la politica ha nuove responsabilità: controllare i difetti, orientare l’adozione, ampliare l’accesso alle competenze e impedire che i benefici si concentrino nelle mani di pochi – ha detto Alessio Butti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’innovazione tecnologica –. La sfida non è scegliere tra entusiasmo e paura, ma governare l’avanzamento tecnologico in modo equilibrato, attraverso regole chiare, dati di qualità, competenze diffuse e una forte responsabilità. Ogni progresso deve rafforzare il Paese, coinvolgendo scuola, impresa, ricerca, pubblica amministrazione e cittadinanza”.
La diffusione dell’AI nella sanità
L’Italia si conferma leader nell’innovazione per la salute: il 78% delle aziende del settore ha già integrato l’intelligenza artificiale in prodotti o servizi e il 61% opera in fasi avanzate di sviluppo e validazione. Eppure, le nuove tecnologie faticano ancora a raggiungere i pazienti, a entrare in modo sistematico nei reparti e a trasformare concretamente i modelli di cura.
È quanto emerge da ‘AI Adoption Gap in Healthcare‘, primo studio sistematico condotto in Italia su scala nazionale, che ha coinvolto circa 300 aziende tra PMI e startup, pubblicato dall’Osservatorio Tech4GlobalHealth dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e Intesa Sanpaolo.
Il quadro che emerge è chiaro: le barriere all’adozione non sono tecnologiche, ma sistemiche e organizzative. Complessità regolatoria (69,6%), carenza di risorse qualificate per certificazioni e validazioni (58,6%) e difficoltà nel reperimento di fondi (57,5%) rappresentano i principali ostacoli segnalati dalle imprese.
La mancanza di competenze
A pesare è soprattutto la mancanza di competenze. “In Italia si stima un mismatch di quasi 2,7 milioni di profili difficili da reperire per le imprese entro il 2025, a fronte di un’elevata disoccupazione giovanile e dell’emigrazione di circa 100mila giovani ogni due anni, nonostante l’eccellenza della ricerca” ha dichiarato Elisa Zambito, Responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo.
È qui che emerge uno dei nodi centrali della trasformazione: nonostante la centralità della tecnologia, il vero fattore critico resta umano. Le difficoltà non derivano tanto dagli strumenti, quanto dalla capacità di integrarli nei processi, nelle organizzazioni e nelle competenze diffuse.
Le Life Sciences rappresentano un settore strategico, con oltre 3 trilioni di dollari a livello globale e circa 250 miliardi di euro in Italia (pari al 10% del PIL), con più di 5.000 aziende attive e un ruolo di primo piano in Europa per export e ricerca. “Sono cruciali per affrontare la complessa situazione demografica italiana – aggiunge Zambito – caratterizzata da un basso tasso di natalità e da una popolazione tra le più anziane al mondo, con il 23,5% di over 65”.
In questo contesto, l’intelligenza artificiale si configura sempre più come una leva strategica per garantire sostenibilità, equità e competitività del sistema sanitario. Il rischio però è che l’Italia non riesca a tenere il passo con altri Paesi nell’adozione delle tecnologie innovative, con possibili impatti negativi sulla qualità dei servizi, sull’accesso alle cure e sulla tenuta del Servizio sanitario nazionale.
Alcune raccomandazioni operative sull’AI
Il report propone poi alcune raccomandazioni operative rivolte a tre attori chiave: regolatori e policymaker, industria (PMI, startup e grandi imprese) e aziende del Servizio sanitario nazionale. Tra le priorità: rendere più prevedibili i tempi dei percorsi regolatori, investire in infrastrutture dati e interoperabilità, sviluppare modelli di business compatibili con il procurement pubblico e rafforzare la formazione a tutti i livelli, dal management ai clinici.
Superare queste barriere richiede un’azione coordinata su più dimensioni: maggiore chiarezza normativa, investimenti strutturali nei dati, sviluppo diffuso delle competenze e strumenti capaci di sostenere la crescita e la scalabilità delle soluzioni innovative, soprattutto per le piccole e medie imprese.
“Le sfide sulla salute sono sui territori, ma l’innovazione è ancora centrata sui grandi ospedali. L’IA è una sfida di sistema, ma formazione e progettualità restano spesso frammentate – ha sottolineato Leandro Pecchia, Direttore di Tech4GlobalHealth –. Il report evidenzia queste dicotomie e indica una possibile direzione per superarle. L’intelligenza artificiale è una leva critica per garantire sostenibilità, equità e competitività del sistema sanitario e delle aziende italiane”.
