Tommaso Longobardi: dentro la macchina social di Giorgia Meloni

Tommaso Longobardi

Piattaforme come X, Instagram e TikTok non sono solo canali di visibilità, ma per la politica sono diventati nuovi strumenti di posizionamento. Ne abbiamo parlato con Tommaso Longobardi

La comunicazione politica è stata rivoluzionata dall’avvento delle nuove tecnologie. I messaggi istituzionali non seguono più i classici canali, ma sono sempre più disintermediati e transitano sui social, in modo tale da arrivare direttamente all’elettorato. Con Tommaso Longobardi, responsabile della comunicazione social del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, abbiamo analizzato le trasformazioni in atto e messo a fuoco come stiano cambiando linguaggi, tempi e strategie.

Il suo percorso nasce lontano dalla comunicazione politica istituzionale. Qual è stato il primo momento in cui ha capito che il digitale poteva diventare il suo campo professionale?

Il primo ‘click’ non è stato un social network, ma un’intuizione: più di dieci anni fa la rete stava cambiando il modo in cui si formano le opinioni, si aggregano le persone e si accendono i conflitti. Mi interessavano le dinamiche collettive più che la tecnologia: i linguaggi, i rituali, la velocità con cui un’idea diventa identità.

All’inizio ho osservato e sperimentato in modo quasi artigianale, testando formati e leggendo le reazioni. Poi quella curiosità è diventata lavoro: la Casaleggio Associati mi ha contattato dopo aver notato alcune sperimentazioni sui miei canali. Dopo quell’esperienza, durata un anno, sono tornato a Roma e ho iniziato un percorso più strutturato, collaborando con realtà diverse della comunicazione.

In quegli anni molti consideravano i social un accessorio. Io ero convinto del contrario: sarebbero diventati un’infrastruttura della comunicazione pubblica, e la politica se ne sarebbe accorta tardi. È andata così. Oggi il digitale non è ‘fare post’: è leggere il contesto e gestire con cura ciò che arriva a milioni di persone.

Quando ha iniziato a lavorare in questo ambito nella comunicazione politica, qual è stata la principale differenza rispetto ad altri?

Nella comunicazione politica il digitale non lavora solo per ‘portare risultati’: lavora per costruire e proteggere fiducia. In ambito aziendale spesso l’obiettivo è misurabile in modo diretto (vendite, conversioni). In politica la metrica finale è molto più complessa: consenso, credibilità, riconoscibilità, capacità di tenere una posizione nel tempo.

Questo cambia anche il modo di progettare i contenuti. Il numero non è mai fine a se stesso: conta se rafforza un messaggio, se chiarisce una scelta, se consolida un’identità pubblica coerente. Poi c’è il tema dei tempi: in politica non esiste ‘orario d’ufficio’. L’agenda può cambiare in pochi minuti e ogni evento può diventare immediatamente dibattito pubblico.

Per questo la componente di reattività e gestione dell’emergenza è centrale, così come l’attenzione al dettaglio: una parola, un numero o una sfumatura possono cambiare la percezione di un’intera giornata. In sintesi: meno marketing, più responsabilità. E una pressione costante, perché il pubblico è sempre presente.

Oggi i social non sono più solo canali di visibilità, ma strumenti di posizionamento. Come si costruisce una strategia coerente nel lungo periodo?

Trattando i social come un’estensione reale dell’identità pubblica, non come un laboratorio di artifici. La coerenza nasce da un principio semplice: prima si definisce cosa rappresenti, poi si decide come raccontarlo, e solo alla fine si sceglie il formato. Il rischio più comune, in politica, è inseguire trend e oscillazioni del sentiment come se fossero una bussola.

Può dare risultati nell’immediato, ma il tempo affossa questa strategia. Il pubblico percepisce adattamento opportunistico, non una posizione. Nel lungo periodo funzionano tre cose: riconoscibilità, continuità e credibilità. Significa tenere una linea, anche quando l’algoritmo suggerirebbe altro, e usare i trend solo se sono compatibili con il messaggio e con la persona. I social premiano il breve. La strategia deve proteggere il lungo.

Quando ha iniziato a lavorare con Giorgia Meloni, il suo profilo pubblico era molto diverso da quello attuale. Qual è stata la priorità comunicativa?

Non ‘fare numeri’, ma rendere leggibile la persona. In quel momento l’esposizione pubblica era spesso compressa dentro la polemica: interventi in Aula, contrapposizione politica, reazioni a notizie. Questo tendeva a restituire solo una parte del profilo.

L’obiettivo iniziale è stato usare i social come spazio di continuità, far emergere tratti che dal circuito tradizionale passavano meno: chiarezza, determinazione, stile diretto, ma anche dimensione umana e quotidiana. Cercando di costruire una narrazione coerente e riconoscibile nel tempo. I social, se usati bene, non inventano un’identità, la mettono a fuoco.

Il passaggio da leader di partito a Presidente del Consiglio ha richiesto un cambio profondo nella strategia social?

Sì, ma non un cambio di identità. La sfida principale è stata questa: passare da una comunicazione da leader di partito (spesso più reattiva e polarizzante) a una da Presidente del Consiglio, che deve parlare a un pubblico molto più ampio e mantenere un registro istituzionale. Il punto, però, era evitare lo snaturamento. Giorgia Meloni ha uno stile diretto e riconoscibile, una ‘veracità’ comunicativa che il pubblico percepisce immediatamente. Se quel tratto si perde, si perde credibilità.

Abbiamo quindi lavorato su un equilibrio: più istituzionalità dove serve (contesto, temi, linguaggio, tono), ma senza rinunciare alla riconoscibilità personale quando è funzionale a spiegare, chiarire o orientare il dibattito. In pratica: adattare forma e registro al ruolo, mantenendo continuità nel carattere e nel messaggio.

Mi tolga una curiosità: qual è il suo rapporto con la Presidente Meloni?

È prima di tutto professionale, ma nel tempo è diventato anche un rapporto umano e di amicizia. La cosa che considero più preziosa è la fiducia reciproca. Senza quella, in comunicazione digitale – dove ogni dettaglio pesa e i tempi sono sempre compressi – non riesci a lavorare dando il massimo. Questo rapporto mi ha permesso anche di vivere esperienze istituzionali che porto con orgoglio: dalla Casa Bianca al primo viaggio in Cina, fino al Giappone.

E proprio qui, ad esempio, abbiamo raccontato un incontro con una scelta visiva in stile anime con Sanae Takaichi, prima Presidente donna giapponese: un modo per valorizzare la cultura locale e creare un linguaggio di impatto legato a un incontro storico. Una soluzione che difficilmente sarebbe possibile senza un livello alto di fiducia, confronto e libertà professionale. E forse è questo il punto: nei momenti più intensi, quando tutto corre e la pressione è alta, capisci che la differenza la fa il rapporto umano.

Perché la comunicazione si costruisce con tecnica, sì, ma regge davvero solo se c’è fiducia. E quella, nel tempo, diventa anche qualcosa di più.

L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di aprile 2026 (numero 3, anno 9)

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