Perché i giovani non si fidano dell’intelligenza artificiale

Gen Z

Immagina una sedicenne qualunque nel 2026. L’insegnante assegna una ricerca da svolgere con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Lei non apre ChatGPT. Non usa nemmeno Google. Ha già deciso: no. Il ragionamento è semplice: “Non voglio che l’AI pensi al posto mio. È proprio questo il senso di essere umani”. Ci sono milioni di adolescenti che la pensano così. Tra scuole, forum online e sondaggi emerge infatti un dato sorprendente: una parte consistente della generazione che avrebbe dovuto guidare l’adozione dell’AI sta invece guidando la resistenza contro di essa.
I numeri colpiscono. Un sondaggio Gallup pubblicato ad aprile insieme alla GSV Family Foundation mostra che l’entusiasmo della Gen Z verso l’AI è sceso di 14 punti percentuali rispetto al 2025, fermandosi al 22%, mentre la rabbia verso questa tecnologia è salita di 9 punti, raggiungendo il 31%. Tra i giovani della Gen Z che non usano l’AI, un’indagine Numerator del 2026 su oltre 5.000 consumatori mostra che il 57% non è disposto ad adottarla, contro appena il 32% dei baby boomer. In altre parole: gli americani più anziani oggi sono più aperti all’intelligenza artificiale rispetto ai giovani. Un altro studio di GWS ha rilevato che il 16% della Gen Z si dichiara disinteressato all’AI sugli smartphone, contro il 9% delle generazioni più adulte.

È un ribaltamento totale rispetto al passato. Gli adolescenti avevano guidato l’adozione di videogiochi, personal computer, social media e smartphone, trascinando dietro di sé genitori inizialmente scettici. Con l’AI è successo il contrario: ad abbracciarla per primi sono stati Ceo, consulenti e politici. E molti ragazzi hanno semplicemente guardato la situazione dicendo: “Passo”.
Questo è il primo motivo per cui tanti giovani rifiutano l’AI: la percepiscono come qualcosa imposto dagli adulti, dai Ceo delle Big Tech e da Donald Trump.

 

L’AI è arrivata come imposizione, non come scoperta

Ogni tecnologia amata dai giovani in passato era vissuta come gioco o trasgressione. I videogiochi erano il “frutto proibito”, i social uno spazio non controllato dagli adulti, internet una frontiera aperta. Erano tutte innovazioni nate dal basso, legate alla cultura giovanile, un po’ caotiche e sentite come uno spazio appartenente ai ragazzi.

L’AI invece è arrivata attraverso obblighi e regole. Le scuole hanno introdotto corsi e linee guida sull’uso dell’AI: quasi tre quarti degli studenti K-12 intervistati da Gallup nel 2026 affermano che il proprio istituto ha adottato regole sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nei compiti scolastici, contro il 51% dell’anno precedente. Anche le aziende hanno iniziato a richiedere competenze AI prima ancora che molti studenti si diplomassero o laureassero. E il governo americano ha istituito task force dedicate. Perfino gli insegnanti, pur con le migliori intenzioni, la presentavano come una necessità per il futuro lavorativo.

Storicamente erano gli adulti a spaventarsi per le tecnologie amate dai ragazzi. Con l’AI è successo il contrario: sono stati gli adulti ad appassionarsene per primi e per molti giovani questo è stato un campanello d’allarme.

Secondo Gallup, “il rapporto della Gen Z con l’AI si sta stabilizzando ma non approfondendo: l’adozione ristagna, l’entusiasmo cala e lo scetticismo cresce”.

In sostanza: fare quello che fanno i genitori non è mai stato considerato “cool”.

 

L’intelligenza artificiale colpisce ciò che la Gen Z considera autentico

La Gen Z è cresciuta in un momento culturale in cui l’autenticità è diventata un valore centrale. Il ritorno di vinili e fotografia analogica, il fenomeno del “de-influencing”, gli smartphone “dumbphone” e l’estetica anti-filtri riflettono il tentativo di prendere le distanze da anni di vita dominata dagli algoritmi.

Un report Deloitte del 2025 sulla Gen Z e i Millenial mostra infatti che benessere mentale e connessioni autentiche sono tra le priorità principali.

Ed è proprio qui che l’AI entra in collisione con questi valori. L’intelligenza artificiale genera immagini, scrive testi, imita voci e relazioni umane. A differenza di altre tecnologie percepite come evasione o intrattenimento, l’AI viene vista come un possibile sostituto della creatività, del pensiero e perfino del contatto umano.

Secondo il Wall Street Journal, tra i giovani che rifiutano l’AI emergono sempre le stesse critiche: svaluta l’arte, rende le persone pigre, danneggia l’ambiente ed è fondamentalmente “finta”. Non sono obiezioni di chi teme la tecnologia in sé, ma di una generazione che possiede già un proprio sistema etico ed estetico e vede nell’AI una violazione di quei principi.

Il sondaggio Gallup mostra inoltre che quasi il 48% della Gen Z ritiene oggi che i rischi dell’AI sul lavoro superino i benefici, in forte crescita rispetto al 37% del 2025.

 

La lezione dei social media

Il terzo motivo è forse il più importante: la Gen Z è la prima generazione ad aver adottato completamente una tecnologia, i social media, per poi vedere gli effetti negativi su sé stessa e sui propri coetanei.

Un’indagine Deloitte del 2025 rivela che quasi un terzo della Gen Z ha cancellato almeno un social network nell’ultimo anno. Anche il mercato dei dumbphone sta crescendo rapidamente tra gli under 30. La lezione appresa dai giovani è che il motto “muoversi velocemente e rompere le cose” spesso finisce per rompere anche le persone. Ed è proprio questa esperienza a rendere la Gen Z molto più prudente nei confronti dell’AI.

Lo stesso scetticismo emerge nel mondo del lavoro: otto studenti Gen Z su dieci intervistati da Gallup ritengono che l’uso dell’AI oggi potrebbe complicare la loro esperienza educativa futura. Meno del 30% dei lavoratori Gen Z afferma di fidarsi delle attività svolte con il supporto dell’AI, e quasi nessuno si fida di lavori completati esclusivamente dall’intelligenza artificiale.

Per una generazione che si sente già “scottata” dai social media, lo scetticismo non è un difetto: è una forma di autodifesa.

La natura senza precedenti di questa reazione anti-tech va contro tutto il racconto di manager e politici che descrivono l’AI come una rivoluzione inevitabile, persino una nuova rinascita, destinata a travolgere il XXI secolo. Ma cosa succederebbe se la rivoluzione stesse davvero avvenendo e i giovani decidessero semplicemente di non partecipare?

Se il progresso appare poco autentico, poco etico e poco affidabile, allora forse per molti ragazzi non è affatto progresso.

Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com

Poste Italiane Dic 25

Leggi anche

Ultima ora

ABBIAMO UN'OFFERTA PER TE

€2 per 1 mese di Fortune

Oltre 100 articoli in anteprima di business ed economia ogni mese

Approfittane ora per ottenere in esclusiva:

Fortune è un marchio Fortune Media IP Limited usato sotto licenza.