Quando si parla di futuro del lavoro, si parla di scelte che le persone fanno o non riescono a fare: restare o partire, investire o aspettare, formarsi o adattarsi. Nel Mezzogiorno queste scelte hanno un peso specifico diverso. Perché lì, probabilmente più che altrove, il lavoro che manca non è solo un dato statistico: significa emigrazione, scuole che si svuotano, paesi che invecchiano. Per troppo tempo il Sud è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso le sue difficoltà: i divari infrastrutturali, la disoccupazione, l’emigrazione giovanile, la minore capacità di attrarre investimenti. Sono problemi reali, certo, ma sarebbe sbagliato fermarsi a questa rappresentazione. Il Mezzogiorno è anche una grande risorsa nazionale, un’area decisiva per la crescita dell’Italia e per il suo ruolo nel Mediterraneo e in Europa. Il Sud, in altre parole, non va considerato un ‘problema da amministrare’, ma una parte decisiva del potenziale di crescita del Paese: ha giovani di valore, competenze, imprese, università e territori capaci di generare sviluppo. La sfida è creare le condizioni perché questo potenziale possa esprimersi con continuità.
I segnali di una ripresa da consolidare
Negli ultimi anni il Mezzogiorno ha mostrato importanti segnali di ripresa. Nel corso del 2025, il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni nel Mezzogiorno ha raggiunto il valore più alto dall’inizio delle rilevazioni Istat nel 2004, andando oltre il 50%. Un traguardo significativo, che si accompagna a una riduzione della disoccupazione e a segnali di maggiore tenuta del mercato del lavoro meridionale. Anche il tessuto produttivo registra indicazioni incoraggianti. Nel 2025, secondo i dati Movimprese (Unioncamere e InfoCamere), Sud e Isole hanno registrato più di 103.000 nuove iscrizioni d’impresa, con un saldo positivo di oltre 21.000 unità: il valore più elevato tra le grandi circoscrizioni territoriali. Il dato positivo relativo alla nascita delle imprese è anche confermato nel primo trimestre del 2026, dove il contributo del Mezzogiorno è fondamentale per compensare le difficoltà registrate in altre zone d’Italia. Una parte importante della nuova imprenditorialità italiana si sta dunque radicando nel Sud. Questi risultati vanno letti anche alla luce di alcune scelte di politica pubblica che hanno contribuito a rendere più favorevole il contesto per gli investimenti e per l’occupazione: il Pnrr orientato a colmare i deficit infrastrutturali; le politiche di coesione per lo sviluppo territoriale; le politiche attive del lavoro per rafforzare l’occupazione giovanile e femminile; e, soprattutto, la Zes Unica per il Mezzogiorno. Ma questi segnali positivi non sono un punto di arrivo: devono consolidarsi in una crescita diffusa e duratura. La vera sfida è creare lavoro stabile e qualificato. Un mercato del lavoro più solido, infatti, rende il Mezzogiorno più attrattivo per gli investimenti e favorisce la crescita di competenze, filiere produttive e innovazione.
La Zes Unica: una politica industriale per il territorio
È in questa logica che la Zes Unica assume un rilievo centrale, come strumento per rendere più favorevole il rapporto tra investimenti, impresa e lavoro.
La Zona Economica Speciale Unica per il Mezzogiorno è, prima ancora che uno strumento fiscale, una scelta di metodo: l’idea che le politiche per il Sud debbano essere semplici, concrete, misurabili e capaci di produrre effetti visibili senza perdere la prospettiva di lungo periodo. Troppo spesso in passato le politiche per il Mezzogiorno hanno perso efficacia a causa della complessità burocratica e della frammentazione degli interventi. La Zes Unica nasce per affrontare questi nodi. Lo strumento si fonda su due pilastri integrati. Il primo è il credito d’imposta per gli investimenti, che riduce il costo effettivo dell’investimento per le imprese che acquistano beni strumentali e immobili produttivi nel Mezzogiorno. Il secondo è l’autorizzazione unica: un procedimento digitalizzato che concentra in un solo provvedimento i titoli abilitativi e autorizzatori necessari alla realizzazione del progetto produttivo. Il valore della Zes sta proprio nella combinazione di incentivo economico e certezza procedurale: diventano più prevedibili i tempi, più chiari gli adempimenti e più affidabile l’interlocuzione con l’amministrazione. I risultati sono già molto concreti. A partire dal 2024 sono state rilasciate oltre 1.200 autorizzazioni uniche; gli investimenti diretti autorizzati ammontano a circa 7,8 mld di euro, con ricadute occupazionali stimate superiori alle 22.500 unità. Sul fronte del credito d’imposta, nel periodo 2024-2025, sono pervenute oltre 17.300 domande, sostenute da uno stanziamento di 6,1 mld a supporto di oltre 12,4 mld di investimenti. Proprio per consolidare questi risultati, la Legge di Bilancio ha previsto risorse aggiuntive su base triennale per il 2026-2028, e la misura è stata estesa a Marche e Umbria. La continuità degli strumenti è un fattore decisivo: le imprese programmano i propri investimenti sulla base di condizioni prevedibili e affidabili, non di incentivi episodici. In questa stessa prospettiva si colloca anche l’istituzione del Dipartimento per il Sud, chiamato a dare continuità amministrativa e maggiore coordinamento agli strumenti rivolti allo sviluppo del Mezzogiorno.
Il lavoro come leva di dignità, crescita e coesione
Nel Mezzogiorno il lavoro è, prima di tutto, una questione di dignità, di appartenenza, di possibilità di costruire una vita nella propria terra senza essere costretti a partire.
Per generazioni il Sud ha perso giovani, competenze e professionalità verso il Nord e verso l’estero. È una perdita di capitale umano, produttivo e sociale che pesa ancora oggi.
La strategia avviata punta a invertire questa tendenza.
Gli sgravi contributivi per le assunzioni di giovani e donne, con una maggiorazione nelle aree Zes, favoriscono occupazione stabile e di qualità nelle fasce che storicamente incontrano maggiori difficoltà.
Il programma ‘Resto al Sud 2.0’ accompagna i giovani che scelgono di costruire il proprio progetto di vita nel Mezzogiorno: è uno strumento economico, ma soprattutto un segnale culturale. Restare o tornare al Sud deve poter essere una scelta libera e possibile. Il lavoro del futuro, però, non potrà essere misurato soltanto in termini quantitativi. Occorre guardare anche alla sua qualità. Sicurezza, formazione continua, conciliazione tra vita professionale e familiare, benessere organizzativo e inclusione sono dimensioni essenziali della competitività.
Nel Mezzogiorno, pertanto, welfare aziendale e territoriale hanno anche una funzione strutturale: migliorano la partecipazione femminile, trattengono i giovani, rafforzano la capacità delle imprese di attrarre competenze. Un territorio in cui si lavora bene è un territorio che trattiene chi vale e attrae chi vuole costruire qualcosa.
Innovazione, intelligenza artificiale e capitale umano
Questa capacità di trattenere e attrarre persone, imprese e competenze dipenderà sempre di più anche dal modo in cui il Mezzogiorno saprà governare le trasformazioni tecnologiche. Le trasformazioni in atto, infatti, non sono tutte uguali per chi le subisce e per chi le guida.
Per il Mezzogiorno la posta è alta. Le tecnologie digitali riducono alcuni svantaggi che storicamente hanno penalizzato il Sud: un’impresa meridionale può oggi accedere a mercati, reti di fornitura e competenze che un tempo erano difficili da raggiungere; il lavoro da remoto e i modelli organizzativi distribuiti possono rendere il Sud più attrattivo nella competizione per i talenti. Il rischio è che la transizione digitale proceda in modo diseguale, lasciando indietro le Pmi che non dispongono delle risorse o delle competenze per innovare. Le politiche di sviluppo devono quindi includere esplicitamente la digitalizzazione delle imprese, il trasferimento tecnologico e la formazione continua. Resta però un nodo che nessuna misura, da sola, può sciogliere: sempre più spesso la criticità principale non riguarda soltanto la presenza di risorse, ma la disponibilità di competenze. Le università meridionali formano ogni anno migliaia di laureati che poi partono. Invertire questo flusso richiede che le imprese siano presenti nei percorsi formativi e che le istituzioni creino le condizioni perché quella formazione trovi sbocco nei territori. Anche sul fronte dell’occupazione qualificata si registrano segnali di miglioramento, ma restano sfide aperte: dispersione scolastica, tassi di laurea inferiori alla media, distanza tra formazione e fabbisogni delle imprese. Sono nodi che richiedono interventi strutturali e continuità di azione. Le competenze, però, restano bloccate se non trovano imprese in grado di assorbirle. La formazione da sola non basta: serve un tessuto produttivo che la trasformi in lavoro qualificato.
Le imprese come protagoniste: un nuovo patto per lo sviluppo
Le imprese sono protagoniste essenziali dello sviluppo del Mezzogiorno: creano occupazione, innovano, costruiscono reti economiche, danno forma concreta alla crescita nei territori. Il compito delle istituzioni è creare le condizioni affinché possano farlo con maggiore efficacia: infrastrutture, semplificazione, credito, competenze, certezza delle regole. Questo vale per le grandi imprese che trovano nella Zes Unica un contesto favorevole, ma vale soprattutto per le piccole e medie imprese, che costituiscono la parte più ampia e radicata del tessuto produttivo meridionale. Sono le Pmi a mantenere vive molte comunità, a custodire saperi produttivi, a generare occupazione diffusa. Le loro sfide sono note, accesso al credito, dimensione ridotta, difficoltà nell’attrarre competenze, e le politiche pubbliche sono chiamate a rispondervi in modo mirato, privilegiando strumenti capaci di incidere sulle condizioni reali della competitività.
Sul fronte del credito, il Protocollo d’intesa tra la Struttura di missione Zes e l’Abi, con diversi istituti di credito aderenti, mira proprio a facilitare il finanziamento delle Pmi che investono nel Mezzogiorno.
Il Sud come scommessa sull’Italia intera
In questo senso, il patto tra istituzioni e imprese non riguarda soltanto il futuro del Sud, ma l’equilibrio complessivo dello sviluppo italiano. Uno sviluppo che riguarda soltanto metà del Paese non è davvero sviluppo. I divari territoriali costano a tutti, non solo a chi ci vive dentro. Quando il Mezzogiorno cresce, cresce anche l’Italia: si rafforza la domanda interna, si allungano le filiere produttive, aumentano le opportunità per le imprese di tutto il territorio nazionale.
La coesione territoriale è una condizione di efficienza del sistema-Paese, non soltanto un obiettivo di equità. I risultati di questi anni mostrano che, quando si interviene con strumenti adeguati e continuità istituzionale, i segnali positivi arrivano: il tasso di occupazione al livello più alto dal 2004, oltre 96 miliardi dei 135 complessivi delle politiche di coesione 2021-27 destinati al Mezzogiorno, gli investimenti attivati attraverso la Zes Unica, la nuova imprenditorialità che si radica nel Sud. La direzione è incoraggiante. La sfida, ora, è che questa stagione non rimanga un episodio. Che le imprese trovino ragioni per restare, che i giovani non debbano scegliere tra le proprie ambizioni e la propria terra, che il lavoro diventi anche al Sud una leva di mobilità sociale. Le tecnologie e le risorse finanziarie contano, ma da sole non bastano. Il Sud ha bisogno soprattutto di persone formate, di lavoro che valorizzi chi lo svolge, di istituzioni nelle quali si possa avere fiducia. È da qui che può ripartire una nuova stagione di sviluppo e coesione per il Sud e per l’intero Paese.

