Gli impatti del tardo Antropocene sulla salute globale sono ormai inequivocabili. Letteratura scientifica e istituzioni internazionali convergono su un punto: il modello di sviluppo che ha guidato l’ultimo secolo sta erodendo le basi biologiche su cui si fonda il futuro dell’umanità. Il problema, però, non è solo ambientale. È culturale ed economico. È sistemico e politico.
Per troppo tempo abbiamo operato all’interno di una frattura concettuale: l’idea che l’essere umano potesse prosperare indipendentemente da, o addirittura contro, gli ecosistemi che coabita. Da questa illusione è nato un paradigma estrattivo che ha prodotto crescita nel breve periodo, ma anche instabilità climatica, perdita di biodiversità e aumento dei rischi sanitari. Questa illusione ha portato a modelli di produzione e consumo che, combinandosi con la rapida crescita demografica, hanno alterato equilibri millenari e portato alla massiccia perdita di biodiversità. In questa visione dualistica, ‘noi’ (essere umani) contro un generico ‘loro’ (gli altri esseri viventi), la natura era considerata un mero sfondo teatrale o, peggio, un inesauribile serbatoio di risorse da sfruttare per ottenere un profitto immediato, egoistico quanto miope. Oggi, quella frattura non è più sostenibile. E non è più nemmeno difendibile.
La biodiversità emerge così per ciò che è realmente: non un vincolo, ma l’infrastruttura biologica della salute, della resilienza e dello sviluppo.
Dalla crisi dell’Antropocene al Simbiocene
Era il 1968 quando la teoria della ‘tragedia dei beni comuni’, proposta da Garrett Hardin, apriva un dibattito destinato a segnare profondamente il pensiero economico ed ecologico contemporaneo, ponendo al centro la tensione tra interesse individuale e sostenibilità collettiva nell’uso delle risorse naturali. Nello stesso anno nasceva, su iniziativa di Aurelio Peccei e Alexander King, il Club di Roma.
Pochi anni più tardi, il rapporto The Limits to Growth avrebbe reso esplicito un punto cruciale: l’insostenibilità di una crescita economica illimitata all’interno di un sistema finito, anticipando molte delle dinamiche di crisi ecologica e sistemica oggi osservabili su scala globale.
A distanza di decenni, i lavori di Elinor Ostrom – prima donna insignita del Premio Nobel per l’economia nel 2009 – hanno quindi contribuito a superare una visione deterministica del destino dei beni comuni, dimostrando come sistemi di governance policentrica, basati su cooperazione, fiducia e regole condivise, possano garantire una gestione sostenibile delle risorse naturali. Un contributo che rappresenta oggi uno dei fondamenti teorici più solidi per approcci integrati come la One Health.
Sebbene non sia questa la sede per ripercorrere nel dettaglio l’evoluzione del pensiero occidentale, richiamare queste tappe è utile per comprendere come si sia progressivamente affermata un’etica della responsabilità che, a partire da Hans Jonas, si configura sempre più come principio regolatore dell’agire umano. In questa prospettiva, si moltiplicano gli inviti a sviluppare una reale ‘response-ability’: non una responsabilità meramente normativa o morale, ma la capacità concreta, situata e relazionale di rispondere alle interazioni ecologiche che strutturano i sistemi viventi.
Il contributo di Donna Haraway rafforza ulteriormente questo cambio di paradigma, riconoscendo l’essere umano come un agente intrinsecamente inserito in reti complesse di interdipendenza biofisica, all’interno delle quali ogni azione antropica genera effetti sistemici e retroattivi. In questa cornice di senso, la salute non può più essere concepita come una proprietà esclusivamente individuale o settoriale. Deve essere interpretata come una proprietà emergente, dinamica e co-prodotta dall’interazione continua tra componenti umane, animali ed ecosistemiche. Una condizione sistemica che riflette lo stato di equilibrio, o di squilibrio, dell’intera rete della vita.
Ma è oggi che queste intuizioni diventano strategiche. Il passaggio dall’Antropocene al Simbiocene, proposto da Glenn Albrecht, segna un cambio di prospettiva radicale: da una logica di dominazione a una logica di coevoluzione. Non si tratta di una proposta teorica astratta, ma di una cornice operativa.
Perché implica che la resilienza – climatica, sanitaria, economica – non possa più essere costruita senza integrare la biodiversità nei sistemi decisionali. In questa prospettiva, la salute stessa cambia definizione: non più condizione individuale, ma proprietà emergente dei sistemi socio-ecologici.
One Health: la biodiversità come infrastruttura della prevenzione
È esattamente qui che si colloca l’approccio One Health. Non una visione olistica generica, ma una piattaforma operativa che riconosce l’interdipendenza tra salute umana, animale e ambientale. In questa prospettiva, la salute non può più essere ridotta alla mera assenza di malattia, ma deve essere intesa come uno stato di equilibrio dinamico all’interno dei sistemi socio-ecologici, nei quali esseri umani e altre forme di vita coesistono stabilmente nel tempo in condizioni di benessere e di reciproca sostenibilità. Le dinamiche delle malattie infettive rendono evidente il concetto. Una larga parte delle patologie emergenti è di origine animale e il loro aumento è strettamente correlato a pressioni antropiche: deforestazione, frammentazione degli habitat, intensificazione agricola. Quando gli ecosistemi vengono semplificati, le barriere ecologiche si indeboliscono. Fauna selvatica, animali domestici ed esseri umani entrano in contatto più frequente. Il risultato è un aumento del rischio di spillover. In questo scenario, la biodiversità svolge una funzione chiave non solo attraverso l’effetto diluizione: ecosistemi ricchi distribuiscono i patogeni tra più specie, molte delle quali non sono vettori efficienti. Al contrario, la perdita di biodiversità favorisce specie generaliste altamente competenti nella trasmissione.
Il risultato è netto: meno biodiversità, più rischio sanitario. Più biodiversità, maggiore equilibrio generale. È ciò che viene definito landscape immunity: la capacità degli ecosistemi di funzionare come sistemi naturali di regolazione delle malattie.
NBFC: la biodiversità come infrastruttura strategica nazionale
È dentro questo cambio di paradigma che si colloca il National Biodiversity Future Center. NBFC non è semplicemente un centro di ricerca. È una piattaforma nazionale di innovazione sistemica che ridefinisce il ruolo della biodiversità all’interno delle politiche di sviluppo. Un vero moonshot che connette oltre 2000 tra ricercatori, istituzioni e imprese con un obiettivo chiaro: trasformare la biodiversità da oggetto di tutela a leva strategica. Nel contesto europeo e mediterraneo, l’Italia rappresenta un hotspot biologico di valore straordinario. Questa ricchezza non è solo un patrimonio da preservare, ma un asset competitivo. Il NBFC agisce esattamente su questo crinale: integrare conoscenza scientifica, tecnologia avanzata e applicazioni operative per generare valore a partire dal capitale naturale. Il messaggio è chiaro e controintuitivo rispetto al passato: proteggere la biodiversità non è un costo, ma un investimento ad alto rendimento organico.
Significa rafforzare la resilienza climatica, ridurre i rischi sanitari, sostenere filiere produttive sostenibili e, di conseguenza, abilitare nuove traiettorie di innovazione. In questa prospettiva, la natura non è più un vincolo regolatorio, ma un partner co-evolutivo nella creazione di valore.
Acqua e biodiversità: la connessione invisibile della salute
One planet, one health, one water. Se la biodiversità è l’infrastruttura, l’acqua è l’abilitatore che la rende operativa. La connettività idrologica collega ecosistemi, territori e sistemi sanitari. Ma proprio per questo la crisi dell’acqua amplifica i rischi sistemici. Oggi, l’insieme delle risorse idriche destinate a usi agricoli, civili, industriali e, sempre più, a quelli tecnologici è sottoposto a pressioni drammatiche: non sono solo i cambiamenti climatici, con l’alternarsi di siccità prolungate e ondate di calore, a ridurre e rendere più instabile la disponibilità idrica, ma anche la vertiginosa crescita della domanda. La scarsità d’acqua innesca reazioni a catena con conseguenze dirette e indirette non trascurabili. Quando l’acqua scarseggia, le specie convergono sulle stesse fonti. Questo aumento della prossimità tra esseri umani, animali e fauna selvatica crea, come detto, condizioni favorevoli alla trasmissione patogena. Le criticità sono sempre più evidenti nelle zone umide del pianeta (wetlands). Ecosistemi preziosi e ad alta biodiversità dove l’acqua, dolce, salmastra o salata che sia, svolge un ruolo fondamentale per la biodiversità e la lotta alla crisi climatica. Questi delicati ambienti d’acqua dolce agiscono come ‘spugne naturali’, filtrando gli inquinanti e fornendo servizi ecosistemici inestimabili per la salute e il corretto equilibrio tra popolazioni di ospiti e vettori. Le zone umide sono ecosistemi caratterizzati da una duplice valenza epidemiologica: se gestite correttamente, offrono rifugio a una ricca biodiversità che funge da barriera naturale contro i patogeni; se alterate, degradate o colpite da eventi estremi, possono trasformarsi in pericolosi focolai di malattie infettive trasmesse da vettori. Anche qui il punto è chiaro: gestire la biodiversità significa fare prevenzione sanitaria.
Biodiversità urbana ed economia nature positive
In una prospettiva One Health, le città non possono più essere considerate semplicemente come spazi costruiti in contrapposizione alla natura, ma come veri e propri ecosistemi socio-ecologici complessi. È qui che si concentra oggi la maggior parte della popolazione globale ed è quindi nei contesti urbani che si gioca una parte decisiva della salute collettiva. Le dinamiche tipiche delle aree urbane – densità abitativa, inquinamento atmosferico, isole di calore, riduzione della biodiversità e frammentazione degli habitat – interagiscono tra loro amplificando rischi sanitari e vulnerabilità. Ma, paradossalmente, proprio per questa concentrazione di criticità, le città offrono anche un’opportunità straordinaria. Intervenire sugli spazi urbani attraverso soluzioni basate sulla biodiversità – foreste urbane, corridoi ecologici, infrastrutture verdi e blu – consente di agire simultaneamente su più dimensioni: mitigazione climatica, riduzione dell’inquinamento, supporto alla biodiversità e miglioramento della salute fisica e mentale.
In questa prospettiva, il verde urbano smette di essere un elemento decorativo e diventa una vera infrastruttura sanitaria. La pianificazione urbana, integrata con i principi della One Health, si configura così come uno degli strumenti più efficaci per trasformare le città da amplificatori di rischio a piattaforme di resilienza, capaci di generare salute diffusa e benefici generali nel lungo periodo. Parallelamente, si afferma la necessità di un’economia nature positive, capace non solo di ridurre l’impatto ambientale, ma di rigenerare attivamente gli ecosistemi.
Ciò implica il superamento di modelli lineari in favore di approcci circolari e integrati, nei quali la salute – umana, animale ed ecosistemica – diventa una metrica centrale anche per il sistema economico. In Italia, questa visione ha trovato nel 2022 un riconoscimento formale nella modifica degli articoli 9 e 41 della Costituzione, che introduce la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni, sancendo un principio di responsabilità intergenerazionale.
Dall’ecosistema al genoma: la biodiversità dentro di noi
IL ruolo della biodiversità non si esaurisce alla scala paesaggistica. Entra nel corpo umano, attraversandolo fino ai livelli più profondi, microscopici e cellulari. Epigenetica, ambiente e nutrizione sono strettamente interconnessi e influenzano in modo diretto l’espressione dei geni. La diversità alimentare, riflesso della biodiversità agricola, fornisce i substrati biochimici necessari a questi processi, contribuendo a regolare funzioni fondamentali come il metabolismo e la risposta immunitaria. Allo stesso modo, il microbiota umano, la comunità di microrganismi che convivono con noi in modo simbiotico, dipende in larga misura dalla biodiversità ambientale: il corpo non è un sistema isolato, ma un ecosistema complesso in continuo dialogo con il mondo esterno. È oramai scientificamente acclarato che la riduzione della diversità microbica ‘interna’ è associata all’aumento di allergie, malattie autoimmuni e patologie infiammatorie croniche. La perdita di biodiversità non è quindi solo un problema ambientale. È un problema biologico diretto. Il degrado degli ecosistemi si traduce in una riduzione della capacità adattativa delle specie. Questi effetti possono estendersi oltre l’individuo: modificazioni epigenetiche indotte da condizioni ambientali e nutrizionali possono essere trasmesse alle generazioni successive, influenzando la vulnerabilità a diverse malattie. Il degrado degli ecosistemi diventa così anche una indesiderata eredità biologica che riduce il margine di resilienza delle generazioni future.
Valorizzare la biodiversità come pilastro della One Health
In questo quadro, la biodiversità non rappresenta soltanto una componente tra le altre dell’approccio One Health, ma ne costituisce il presupposto strutturale. È la biodiversità a garantire la stabilità funzionale degli ecosistemi, a modulare le dinamiche tra ospiti, vettori e patogeni e a mantenere attivi quei meccanismi di autoregolazione che riducono il rischio di diffusione delle malattie. La complessità biologica agisce come una rete distribuita di controllo, capace di assorbire perturbazioni e prevenire l’amplificazione dei segnali patologici. Quando questa complessità viene meno, il sistema perde ridondanza e resilienza, diventando più esposto a shock improvvisi e a dinamiche epidemiche.
One Health, in questa prospettiva, non è semplicemente un modello integrato di gestione della salute, ma un cambio di scala cognitiva: invita a leggere la salute come una proprietà emergente di sistemi complessi adattativi. Significa passare da una logica di intervento reattivo, centrata sulla cura della malattia, a una logica preventiva, in cui la tutela della biodiversità diventa una forma avanzata di infrastruttura sanitaria. La protezione degli habitat, la gestione sostenibile del territorio e il ripristino degli ecosistemi non sono quindi azioni accessorie, ma interventi strategici capaci di ridurre il rischio sanitario a monte, prima che si traduca in costi economici e sociali.
Dove la biodiversità prospera, la salute si stabilizza: è su questa relazione che si fonda l’approccio One Health.
La sfida decisiva: trasformare la One Health e, quindi, la biodiversità in cultura condivisa
La sfida decisiva non è più soltanto scientifica o tecnologica. È culturale. Trasformare la One Health e, con essa, la biodiversità in una cultura condivisa significa superare definitivamente la distanza tra conoscenza e azione, tra sistemi esperti e società civile, tra politiche pubbliche e comportamenti quotidiani.
Per troppo tempo, la biodiversità è stata percepita come un tema per specialisti, confinato nei perimetri della conservazione o della regolazione ambientale. Oggi, questa lettura non è evidentemente più sostenibile. La biodiversità riguarda direttamente la salute, l’economia, la sicurezza e la qualità della vita. È una dimensione che attraversa il lavoro delle imprese, le scelte delle istituzioni e le abitudini dei cittadini.
In questa prospettiva, la One Health si configura come un linguaggio comune capace di connettere livelli diversi: globale e locale, scientifico e operativo, istituzionale e civico. Ma perché questo paradigma produca effetti reali, deve radicarsi nei territori. È nelle città, nelle aree rurali, nei paesaggi produttivi e negli ecosistemi urbani che la relazione tra biodiversità e salute diventa concreta, visibile e, soprattutto, misurabile. Il coinvolgimento attivo dei cittadini rappresenta, in questa ottica, una leva decisiva. La citizen science, l’alfabetizzazione ecologica e la partecipazione ai processi di monitoraggio e gestione degli ecosistemi trasformano le persone da destinatari passivi di politiche ambientali a co-produttori di conoscenza e valore. Quando la biodiversità entra nella quotidianità, nella qualità dell’aria che respiriamo, nel cibo che consumiamo, negli spazi che abitiamo, diventa un elemento riconoscibile, tangibile, difendibile.
Parallelamente, l’innovazione svolge un ruolo abilitante fondamentale. Le tecnologie digitali, la sensoristica ambientale, l’analisi dei dati e le piattaforme collaborative permettono di rendere visibili processi altrimenti invisibili, di monitorare in tempo reale lo stato degli ecosistemi e di supportare decisioni informate. Iniziative come il National Biodiversity Future Center dimostrano come sia possibile costruire un’infrastruttura della conoscenza capace di collegare ricerca avanzata, territori e comunità, trasformando la biodiversità in un asset operativo e condiviso. L’integrazione di genomica, intelligenza artificiale e analisi del DNA ambientale consente di monitorare la biodiversità con precisione senza precedenti. I dati vengono organizzati in piattaforme digitali come il Biodiversity Gateway, rendendo accessibile e utilizzabile un patrimonio informativo cruciale. Le Nature-based Solutions dimostrano come la biodiversità possa essere utilizzata attivamente per rigenerare ambienti degradati. Interventi come il fitorisanamento trasformano la natura in tecnologia, capace di bonificare suoli e ristabilire equilibri ecologici.
In questo scenario, la vera trasformazione consiste nel passaggio da una logica di tutela a una logica di integrazione. Non si tratta più di proteggere la natura come qualcosa di esterno, ma di riconoscerla come parte integrante dei sistemi economici e sociali. La biodiversità diventa così una piattaforma di innovazione, un driver di sviluppo e un fattore di coesione territoriale. Rendere la One Health una cultura condivisa significa ridefinire il nostro rapporto con il vivente. Significa riconoscere che la salute non è un attributo individuale, ma una condizione sistemica che emerge dall’equilibrio tra ecosistemi, comunità e istituzioni. È in questo passaggio che si gioca il futuro: nella capacità di trasformare la biodiversità da oggetto di tutela a infrastruttura culturale, economica e sanitaria. Non più un tema tra gli altri, ma il fondamento su cui costruire modelli di sviluppo capaci di durare nel tempo.

