La conquista del Trono non è mai il punto d’arrivo. È quasi sempre l’inizio della tragedia. Quello a cui ci ha abituato George R.R.Martin, sin dai tempi di “Game of Thrones”, è che nel suo universo nessuno è mai davvero al sicuro. La cosa non fa eccezione neanche per lo spin off di successo “House of the Dragon” arrivato alla sua terza stagione, che debutterà su HBO Max Italia dal 22 giugno e sarà disponibile anche su Sky e Now (dopo la proiezione evento d’apertura del Taormina Film Festival).
Serie come “House of the Dragon” hanno rivoluzionato l’idea classica strutturale secondo cui un protagonista non può morire, tagliando teste e facendo saltare posizioni anche ai personaggi più amati, creando un continuo hype, nonché un cliffhanger emotivo episodio dopo episodio. Non a caso il primo episodio di House of the Dragon ha registrato 9,99 milioni di spettatori negli Stati Uniti nella sola notte del debutto, diventando il miglior lancio di una nuova serie nella storia di HBO. Dopo una sola settimana dalla messa in onda, il debutto aveva raggiunto quasi 25 milioni di spettatori su tutte le piattaforme HBO e HBO Max negli Stati Uniti. In totale tra la prima e la seconda stagione gli spettatori per episodio sono stati circa 29 milioni confermando la serie come uno dei titoli più forti del catalogo HBO e Max. Quello che bisogna aspettarsi dalla terza stagione è: nessuna certezza, tutto può succedere e, di sicuro, le aspettative non verranno deluse.
Ma questa nuova fase della famiglia dei draghi sembra voler spostare l’attenzione altrove, ovviamente si manterranno battaglie, anzi molte più di prima e se possibile ancora più sanguinose, ci saranno i draghi e molti giochi di astuzia, ma ascoltando le dichiarazioni dei protagonisti, incontrati a Londra in occasione delle interviste, emerge un tema ancora più profondo: non è una serie sulla conquista del potere, ma sulle sue conseguenze.
“Vedremo come il potere corrompa persone e popoli”, ha spiegato Olivia Cooke parlando della nuova stagione. Una frase che già da sola potrebbe quasi funzionare come manifesto dell’intera serie. Cosa succede a chi ha inseguito il potere così a lungo da non rendersi conto che stava distruggendo tutto ciò che aveva intorno pur di ottenerlo? Nessuno dei protagonisti sembra davvero felice una volta raggiunto ciò che desiderava. Il trono, il controllo, l’influenza, la vendetta: tutto ha un prezzo. E spesso quel prezzo coincide con la perdita di sé. Alicent è forse il personaggio più tragico dell’intera saga. Una donna che ha sempre cercato di tenere tutto sotto controllo, facendo regnare il controllo e la sicurezza, capendo a chi allearsi e con chi giocare il gioco del potere, ora, come racconta la stessa attrice, pensa soprattutto alla sopravvivenza. Realizzando che si è andato troppo in là, la sua necessità è mettere in salvo ciò che rimane della sua famiglia. Perché la lotta per il potere l’ha portata ovunque tranne dove voleva davvero andare.
Emma D’Arcy parla di una donna diversa rispetto a quella che abbiamo conosciuto nelle prime stagioni, non più costretta a reagire agli eventi, ma finalmente in grado di agire. Che ha smesso di dubitare: “Crede che la sua sia una guerra sacra. Crede di avere una sorta di mandato divino per governare”, ma sarà davvero così? Lei che ha pianto le perdite più gravi delle precedenti stagioni sarà in preda ai deliri oppure ferma nelle sue credenze?
Quello che, nella storia, è spesso considerato una debolezza, qui impedisce al potere di trasformarsi in convinzione, ovvero nel dubbio. Rhaenyra sembra trovarsi proprio in quel punto di non ritorno in cui la fiducia in sé stessi rischia di diventare qualcosa di molto più pericoloso. Rischiando di trasformarla in una sorta di Daenerys con qualche secolo di anticipo.
E poi c’è Damon, al quale presta il volto un sempre più carismatico Matt Smith che lo definisce “un agente del caos”. Mai definizione fu più azzeccata, essendo un uomo che si sente più vivo “nella guerra, nella violenza e nel conflitto” che davanti al fuoco di un camino. Che sia da sempre il personaggio più coerente della serie è cosa nota, anche quando è stato preda di allucinazioni, Damon ha sempre saputo chi era, trovando un senso di sé soltanto nei momenti di crisi. Se è vero che Rhaenyra rappresenta il peso della leadership, Daemon sicuramente incarna il fascino distruttivo dell’ambizione.
Ma quello che rende questa serie speciale è in realtà il suo sottotesto, come racconti con diversi strati di narrazione, personaggi e sfaccettature, una storia profondamente familiare, ramificata in intrighi, guerre e sussurri di corte.
Questa è la vera forza dei personaggi, ciò che appassiona il pubblico e i suoi fan, compreso un pubblico più fresco che ritrova nei giovani le proprie debolezze, il dover pagare per gli errori dei propri genitori, il dover combattere una guerra non propria e doversi fare carico di tutte le conseguenze del caso. Dove si combatte per il futuro con il macigno del passato legato al piede.
Una serie che usa il fantasy per parlare di qualcosa di molto reale: il costo delle nostre scelte, il peso delle aspettative familiari e la difficoltà di capire chi siamo quando perdiamo il ruolo che ci definiva. L’ambito, sanguinolento e bramato Trono di Spade resta ancora il simbolo attorno a cui tutto ruota, l’obiettivo finale. Ma la vera domanda che si pongono i personaggi in questa nuova stagione non è chi riuscirà a sedervisi, bensì chi riuscirà a non perdere sé stesso nel tentativo di conquistarlo.
