Dall’aumento del costo del cacao alla shrinkflation, passando per il boom dei consumi: il mercato del gelato industriale continua a crescere, ma per i consumatori il conto è sempre più salato.
Il gelato resta uno dei piccoli piaceri a cui gli italiani sembrano non voler rinunciare. Anche quando il prezzo aumenta. E anche quando, oltre al rincaro, la porzione si riduce.
Negli ultimi anni il mercato del gelato confezionato ha vissuto una trasformazione silenziosa: stecchi più piccoli, vaschette con grammature ridotte, ingredienti sempre più costosi e posizionamenti premium hanno spinto verso l’alto il prezzo finale, senza frenare la domanda.
Secondo i dati di Federconsumatori, nell’ultimo anno il prezzo medio del gelato è aumentato del 9%, ma a registrare gli incrementi più significativi sono proprio i prodotti confezionati. I gelati a stecca hanno segnato un aumento del 24%, mentre le vaschette sono cresciute del 23%. Se il confronto viene esteso al 2021, i rincari arrivano fino al 42%, mentre rispetto al 2002 l’aumento supera addirittura il 138%.
Non è solo una questione di inflazione.
Negli ultimi due anni il cacao ha raggiunto quotazioni record sui mercati internazionali, mentre latte, zucchero, nocciole e pistacchi hanno continuato a registrare aumenti importanti. A questi si aggiungono i costi energetici, del packaging e della logistica, che hanno spinto le aziende a rivedere listini e strategie di prodotto.
C’è però un altro fenomeno, meno evidente ma sempre più diffuso: la shrinkflation, ovvero la riduzione delle quantità a fronte di un prezzo invariato o in aumento.
Il consumatore paga lo stesso importo – o addirittura qualcosa in più – ma riceve uno stecco più piccolo, una vaschetta leggermente alleggerita o un cono con meno prodotto. Una strategia adottata in diversi comparti alimentari e che oggi interessa anche il mercato del gelato confezionato.
Eppure il settore continua a crescere.
Nel 2025 il mercato italiano del gelato confezionato ha raggiunto un valore di circa 3 mld di euro, con oltre 3,4 mld di porzioni vendute e un consumo pro capite vicino ai 3 chilogrammi. Sul fronte internazionale, l’export ha toccato i 468 mln di euro, con Stati Uniti, Germania, Spagna, Regno Unito e Francia tra i principali mercati di destinazione.
Non è un caso che le aziende continuino a investire sull’innovazione.
Accanto ai grandi classici crescono le referenze premium, le versioni proteiche, plant-based o senza lattosio, i gusti ispirati alla pasticceria e le collaborazioni con marchi del mondo dolciario. Il gelato confezionato si sta progressivamente trasformando in un prodotto di esperienza, capace di intercettare consumatori disposti a spendere di più per un acquisto percepito come gratificante.
Il risultato è un paradosso: mentre il prezzo sale e le dimensioni spesso si riducono, il gelato continua a essere uno dei pochi consumi “emozionali” che resistono alle pressioni dell’inflazione.
Più che un semplice dessert estivo, è diventato un piccolo lusso quotidiano. E gli italiani, almeno per ora, sembrano ancora disposti a concederselo.
