Petrolio, la nuova logistica che ha evitato l’impennata dei prezzi

Cristi Hormuz Imprese petrolio

Le imprese e i governi sono riusciti a evitare che i prezzi dell’energia, in particolar modo del petrolio, schizzassero ai livelli temuti durante la guerra con l’Iran facendo affidamento su un sistema di consegne just-in-time che sfrutta le innovazioni nelle tecnologie digitali e satellitari, riducendo la necessità di accumulare grandi scorte di petrolio.

“Chiamatelo l’Amazon del petrolio”, ha dichiarato Jim Wicklund, analista veterano del settore energetico e managing director della società di investimenti PPHB, paragonando le dinamiche dell’industria dell’energia alla celebre capacità di Amazon di gestire inventario e logistica.

Anche dopo che il presidente Donald Trump ha dichiarato mercoledì conclusa la tregua con l’Iran, nel mezzo di una nuova escalation di attacchi militari, il prezzo del greggio di riferimento negli Stati Uniti è aumentato solo di circa il 5%, raggiungendo i 74 dollari al barile, ben al di sotto del picco di 112 dollari registrato a metà maggio.

Se da un lato gli operatori del mercato energetico possono interpretare gli ultimi attacchi e le dichiarazioni aggressive come semplici oscillazioni nel percorso dei negoziati, dall’altro sono stati rassicurati dalla capacità di adattamento della logistica energetica globale, persino durante quello che è stato il più grande shock energetico dell’era moderna, quando l’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz ha temporaneamente interrotto quasi il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.

“Se torniamo agli anni Settanta, durante gli shock petroliferi, non c’era alcun modo di sapere dove si trovasse il petrolio e cosa stesse succedendo”, ha dichiarato Wicklund a Fortune. “Oggi apro il mio terminale e posso individuare ogni petroliera che naviga negli oceani, sapere chi la possiede, cosa trasporta e chi contattare per far deviare quel carico verso di me. Per questo motivo, negli ultimi anni le scorte hanno avuto un peso molto minore sui prezzi del petrolio rispetto al passato.”

“La correlazione tra livelli delle scorte e prezzo del petrolio è passata da essere molto elevata a quasi inesistente. Non ho più bisogno di grandi riserve fisiche come un tempo. Posso ordinare immediatamente sull’Amazon del petrolio e acquistare carichi che sono già in navigazione”, ha aggiunto.

Un altro fattore che ha favorito la tenuta della logistica è stata la decisione dell’amministrazione Trump di sospendere temporaneamente il Jones Act, una legge in vigore da 106 anni che impone che le navi impegnate nel trasporto merci tra porti statunitensi siano costruite negli Stati Uniti, battano bandiera americana e abbiano equipaggi statunitensi. La sospensione ha aumentato il numero di imbarcazioni disponibili per trasportare greggio e prodotti raffinati tra i porti del Paese.

La deroga ha consentito, ad esempio, a un maggior numero di navi di trasportare carburante dalla costa del Golfo del Messico, attraverso il Canale di Panama, fino alla California, che negli ultimi mesi ha dovuto fare i conti con la chiusura di diverse raffinerie, contribuendo così a ridurre le carenze di approvvigionamento.

Il fattore Cina

Se le grandi scorte commerciali di petrolio contano meno rispetto al passato, le riserve strategiche nazionali degli Stati Uniti e, soprattutto, della Cina si sono rivelate determinanti. L’altra ragione principale per cui i prezzi del petrolio non sono saliti quanto previsto è che la Cina aveva accumulato riserve ai massimi storici e, dopo lo scoppio della guerra, ha ridotto drasticamente le proprie importazioni.

Prima del conflitto, la Cina importava oltre 11,5 milioni di barili al giorno. A giugno le importazioni sono scese sotto i 7 milioni di barili quotidiani, riducendo di fatto la domanda globale di quasi 5 milioni di barili al giorno. Sebbene Pechino divulghi pochi dettagli ufficiali, il governo statunitense stima che, prima della guerra, le riserve petrolifere cinesi fossero salite a circa 1,4 miliardi di barili, frutto di una strategia perseguita per anni volta a rafforzare le scorte strategiche.

“La Cina come fattore di moderazione del mercato energetico è sicuramente una novità”, ha affermato Arjun Murti, partner responsabile delle analisi macroeconomiche e delle politiche energetiche presso la società di ricerca e investimenti Veriten. “Non avevamo previsto che la Cina avrebbe ridotto le importazioni di petrolio in misura così significativa, con un impatto tanto rilevante.”

Anche la Strategic Petroleum Reserve degli Stati Uniti si trova oggi al livello più basso dal 1983, ma conserva comunque oltre 300 milioni di barili di greggio: al 3 luglio le riserve ammontavano a 319 milioni di barili, contro i 415 milioni presenti all’inizio del conflitto.

Poiché Trump punta a mantenere bassi i prezzi dei carburanti, secondo gli analisti è improbabile che gli Stati Uniti inizino a ricostituire le riserve strategiche prima delle elezioni di metà mandato di quest’anno. Trump ha autorizzato il rilascio complessivo di 172 milioni di barili nell’arco di diversi mesi, per cui le scorte potrebbero diminuire ulteriormente prima di essere ricostituite, probabilmente a partire dal prossimo anno.

Secondo Wicklund, la resilienza dimostrata dai mercati energetici ha smentito le previsioni più catastrofiche di chi ipotizzava un petrolio a 200 dollari al barile.

Pur non avendo mai previsto rialzi di tale portata, Wicklund ha ammesso di essere rimasto “sorpreso” dal forte calo dei prezzi registrato tra la fine di giugno e il mese di luglio.

“Sto iniziando a crederci”, ha concluso. “Invece di cercare di capire perché il mercato abbia torto, bisogna capire perché si è sbagliata la propria analisi”.

L’articolo originale è su Fortune.com

Poste Italiane Dic 25

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