Il governo federale sta andando avanti su una sorta di ruota del criceto del debito, rifinanziando ogni mese migliaia di miliardi di dollari di passività con nuovi prestiti, anch’essi dell’ordine dei migliaia di miliardi, destinati a scadere nel giro di pochi mesi.
Per evitare che i costi degli interessi sui 39.000 miliardi di dollari di debito pubblico aumentino ulteriormente, il Dipartimento del Tesoro ha fatto largo ricorso a titoli di Stato a breve termine, che offrono rendimenti inferiori rispetto alle obbligazioni con scadenze più lunghe.
Secondo Capital Economics, circa l’85% delle emissioni di debito degli ultimi anni è stato costituito da Treasury bill con scadenza pari o inferiore a un anno. Di conseguenza, il 20% del debito federale attualmente in circolazione dovrà essere rifinanziato nei prossimi quattro mesi, percentuale che salirà al 33% entro un anno.
“Il principale rischio per l’onere del debito sarebbe quindi un forte aumento dei rendimenti dei titoli a breve termine, qualora la Federal Reserve fosse costretta ad alzare i tassi più del previsto nel corso del prossimo anno”, ha scritto Ariane Curtis, economista senior per il Nord America di Capital Economics, in una nota pubblicata alla fine del mese scorso.
Da allora, la Federal Reserve ha assunto una posizione ancora più restrittiva in materia di politica monetaria. Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha adottato recentemente una linea molto dura sull’inflazione, mentre altri responsabili dell’istituto centrale hanno lasciato intendere di non poter più tollerare un’inflazione che da cinque anni supera l’obiettivo del 2%.
Giovedì, la presidente della Federal Reserve di Dallas, Lorie Logan, ha dichiarato che “l’inflazione è rimasta troppo elevata per troppo tempo e non sembra avviata verso un ritorno completo al 2%”, sottolineando inoltre che i rischi per l’andamento dei prezzi restano orientati al rialzo.
Venerdì, anche la presidente della Fed di Cleveland, Beth Hammack, ha osservato che l’inflazione rimane eccessiva e che il mercato del lavoro è “molto vicino al livello di massima occupazione”, indicando come la priorità della banca centrale sia ormai il contenimento dei prezzi più che il sostegno all’occupazione.
“Per la prima volta da quando ricopro questo incarico, sento imprenditori affermare che è necessario intervenire per frenare l’inflazione e consumatori che non riescono ad arrivare a fine mese raccontare un crescente senso di disperazione”, ha scritto Hammack in un messaggio pubblicato sui social media.
Le sue dichiarazioni sono arrivate nonostante l’ultimo dato sull’indice dei prezzi al consumo sia risultato inferiore alle attese, attenuando i timori di un rialzo dei tassi già nel corso di questo mese.
Nel complesso, tuttavia, la tendenza resta quella di una Federal Reserve sempre più orientata verso una politica monetaria restrittiva, sostenuta dalla resilienza dell’economia statunitense. Circa la metà dei membri del board prevede ormai un aumento dei tassi nei prossimi mesi. Alla luce di questo scenario, gli analisti di Bank of America hanno rivisto le proprie previsioni, stimando tre rialzi consecutivi di 25 punti base entro la fine dell’anno, rispetto alla precedente ipotesi di tassi invariati fino al 2026.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge il fallimento del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran nell’ultima settimana, che ha provocato una nuova impennata delle quotazioni del petrolio. Il prezzo medio nazionale della benzina negli Stati Uniti è così tornato sopra i 4 dollari al gallone.
L’aumento dei costi energetici si somma inoltre alle pressioni inflazionistiche generate dal boom dell’intelligenza artificiale, che ha contribuito a far crescere i prezzi di numerosi beni e servizi, dalle bollette elettriche all’elettronica di consumo, fino ai materiali e ai costi di costruzione.
Nel frattempo il Dipartimento del Tesoro deve far fronte a un fabbisogno di finanziamento enorme, con un deficit di bilancio annuo stimato in 2.000 miliardi di dollari. Allo stesso tempo deve confrontarsi con una crescente concorrenza sui mercati obbligazionari, che ha già contribuito a spingere verso l’alto i rendimenti necessari ad attirare gli investitori.
I grandi operatori del cloud computing stanno infatti emettendo ingenti quantità di debito per finanziare investimenti nell’intelligenza artificiale per centinaia di miliardi di dollari. Anche il governo tedesco, storicamente molto prudente sul fronte della spesa pubblica, ha deciso di abbandonare decenni di rigore fiscale prevedendo di raccogliere 800 miliardi di euro entro il 2030 per rafforzare le proprie capacità militari.
Anche la domanda degli investitori mostra segnali di indebolimento. Hoisington Investment Management, società specializzata nella gestione obbligazionaria che per oltre trent’anni aveva mantenuto una posizione favorevole sui Treasury, ha recentemente cambiato orientamento, motivando la scelta con prospettive di inflazione e rendimenti più elevati.
Nel proprio rapporto trimestrale, la società afferma che la rapida crescita del debito pubblico statunitense ha portato gli investitori a “richiedere sempre più un premio per il rischio più elevato sui titoli del Tesoro americano”.
Per il momento Capital Economics ritiene che il recente aumento dei rendimenti dei Treasury, preso isolatamente, non sia sufficiente a compromettere la fiducia dei mercati nella capacità del governo federale di onorare il proprio debito, nonostante la spesa annua per interessi abbia già raggiunto i 1.000 miliardi di dollari.
“Tuttavia, quanto più a lungo i rendimenti resteranno elevati e quanto maggiore sarà la quota di debito rifinanziata o emessa a questi livelli, tanto più insostenibile diventerà la traiettoria del debito pubblico”, avverte Curtis. “E con mercati obbligazionari sempre più sensibili ai livelli di indebitamento e alla credibilità fiscale delle economie avanzate, i rischi sul fronte dei conti pubblici rimangono significativi”.

