La guerra in Iran ha fatto molto più che far impennare i prezzi del petrolio e interrompere il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz: secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato martedì, potrebbe ridisegnare la geografia della fame nel mondo per il resto del decennio, spingendo quasi 19 milioni di persone in più in Asia e Africa verso la denutrizione.
Il rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World 2026 (SOFI), pubblicato congiuntamente da cinque agenzie delle Nazioni Unite, ha modellizzato l’evoluzione della fame globale fino al 2030 sulla base di diversi scenari, che dipendono dalla durata delle conseguenze del conflitto scoppiato quest’anno in Medio Oriente. Nello scenario più pessimista, in cui i danni alle infrastrutture petrolifere e del gas nel Golfo Persico richiedono anni per essere riparati, il rapporto stima che nel 2030 le persone denutrite saranno 522 milioni, contro i 503 milioni previsti nello scenario di riferimento precedente al conflitto.
La differenza, pari a 18,8 milioni di persone in più esposte alla fame cronica, riguarda quasi esclusivamente due regioni: l’Asia, dove si prevedono 10 milioni di persone denutrite in più rispetto a quanto sarebbe accaduto senza la guerra, e l’Africa, con altri 8 milioni, mentre la restante quota è attribuita all’America Latina e ai Caraibi.
Questa stima è inferiore rispetto all’allarme lanciato nei primi mesi del conflitto dal World Food Programme (WFP), una delle agenzie coinvolte nella redazione del rapporto. In un’analisi pubblicata a marzo, il WFP aveva ipotizzato che, entro la metà del 2026, fino a 45 milioni di persone in più potessero trovarsi in condizioni di grave insicurezza alimentare qualora il conflitto fosse proseguito e il prezzo del petrolio fosse rimasto sopra i 100 dollari al barile. Tuttavia, quel dato misura una crisi acuta e di breve periodo, mentre il nuovo rapporto SOFI prende in esame la denutrizione cronica nel lungo termine fino al 2030.
Considerando tutti gli scenari analizzati, la crisi legata allo Stretto di Hormuz potrebbe determinare tra gli 8 e i 19 milioni di persone denutrite in più entro il 2030 rispetto al percorso previsto prima della guerra.
Anche nella sua ipotesi peggiore, il dato di 18 milioni rappresenta una cifra impressionante. È superiore di oltre quattro volte alle stime più prudenti delle vittime dell’Holodomor, la carestia provocata dal regime sovietico che tra il 1932 e il 1933 causò la morte di un numero compreso tra 3,5 e 10 milioni di ucraini, ed è più di dieci volte superiore alle circa 1-1,5 milioni di vittime della Grande Carestia irlandese. Il paragone non è perfetto: il rapporto SOFI misura il numero di persone che potrebbero soffrire di fame cronica entro il 2030, non il numero di decessi. Tuttavia, rende l’idea della portata di uno shock che, per dimensioni, richiama alcune delle più gravi carestie della storia.
Máximo Torero Cullen, capo economista della Food and Agriculture Organization (FAO) delle Nazioni Unite, ha dichiarato via email a Fortune che la crisi legata a Hormuz “cancella una parte significativa dei progressi che altrimenti sarebbero stati compiuti nella riduzione della fame nel mondo”.
Il principale collegamento tra la guerra in Iran e l’aumento della fame riguarda i fertilizzanti, prodotti a partire dal gas naturale, e le dinamiche della loro domanda e offerta. Lo spiega Peter Alexander, docente di Sicurezza alimentare globale all’Università di Edimburgo, che ha studiato gli effetti delle crisi energetiche e dei fertilizzanti sui sistemi alimentari.
Alexander ha spiegato a Fortune che, poiché i fertilizzanti vengono scambiati su un mercato globale, qualsiasi interruzione dell’offerta in un’area del mondo provoca un aumento dei prezzi ovunque, indipendentemente dal fatto che un determinato Paese acquisti o meno fertilizzanti o gas dal Golfo Persico. Gli agricoltori reagiscono quindi ai prezzi più elevati utilizzando meno fertilizzanti, passando a colture meno intensive o rinunciando del tutto a seminare alcune produzioni, con una conseguente riduzione dell’offerta alimentare mondiale.
“Le leggi della domanda e dell’offerta ci dicono che, se sul mercato arriva meno cibo, vedremo inevitabilmente un aumento dei prezzi”, ha affermato Alexander. “In fondo non importa dove si verifichi la carenza: l’aumento dei prezzi si trasmette ovunque”.
Secondo Alexander, Africa e Asia subiscono conseguenze più pesanti perché le famiglie destinano una quota molto maggiore del proprio reddito all’acquisto di cibo e la domanda alimentare è poco elastica.
“Quando non si riesce più a permettersi una dieta sufficientemente nutriente perché il cibo è diventato troppo costoso, è allora che emergono le conseguenze più gravi nelle regioni più povere del mondo”, ha dichiarato a Fortune.
Il Nord America, ha aggiunto, è invece in gran parte protetto grazie a una capacità economica sufficiente ad assorbire l’aumento dei prezzi senza conseguenze significative sul piano nutrizionale.
Le conclusioni del rapporto sugli effetti della guerra in Iran arrivano comunque in un contesto globale che, nel complesso, mostra segnali di miglioramento. I dati di base indicano infatti che la fame nel mondo è diminuita per il terzo anno consecutivo, passando dall’8,6% della popolazione mondiale nel 2022 al 7,8% nel 2025, pari a circa 645 milioni di persone.
L’articolo originale è su Fortune.com

