L’Eni non teme l’Iran e promette dividendi in crescita

Nessun timore per le sanzioni all’Iran, dove non ci sono più progetti e investimenti. E una promessa ai soci: il dividendo salirà già dall’anno prossimo. Il management dell’Eni rassicura gli azionisti durante l’assemblea che ha approvato il bilancio 2017, chiuso con il ritorno all’utile (3,43 miliardi, contro la perdita di 1,4 miliardi del 2016) e dato il via libera al dividendo, rimasto a quota 0,80 euro. Cdp e ministero dell’Economia, rispettivamente possessori del 25,7% e del 4,3% del capitale, incassano così ‘assegni’ pari a 747 e 126 milioni di euro.

Dall’anno prossimo, comunque, la somma a disposizione dei soci sarà maggiore, perché il management ha già annunciato che il dividendo salirà a 0,83 per azione. Non solo: come ha spiegato proprio oggi la presidente Emma Marcegaglia, si tratta solo di “un primo passo, che potrà essere seguito da altri, in funzione della evoluzione dello scenario e della strategia, che passerà da una fase difensiva a una espansiva in tutti i settori”. L’Eni, infatti, è “pronta a crescere anche in scenari bassi di prezzo”. Un ‘pericolo’ che, al momento, sembra del tutto scampato, visto che, anche con la situazione che si è venuta a creare sull’Iran, le quotazioni hanno ripreso a correre ben sopra i 71 dollari.

L’Italia, comunque, resterà un territorio centrale per il gruppo petrolifero: l’amministratore delegato Claudio Descalzi ha spiegato che qui la spesa, tra il 2018 e il 2021, sarà pari a 22 miliardi di euro, di cui 7-8 miliardi di investimenti. Molta fiducia è riposta nelle rinnovabili e nello scorporo di luce e gas, in vista dell’abolizione del mercato tutelato nel 2019. Un futuro di crescita, dunque, che non sarà comunque del tutto libero da problemi.

Un punto dolente è quello di Saipem, di cui Eni controlla ancora il 30,5% e le cui difficoltà preoccupano alcuni azionisti: “Credo moltissimo nella loro crescita, ho una grande fiducia: all’estero mi chiedono tutti che ve la tenete a fare, rispondo che non è assolutamente il momento di venderla”, ha tuttavia avvertito Descalzi, secondo cui “verrà il momento in cui Saipem darà un grande contributo al business”. L’altro capitolo ‘critico’ riguarda le diverse inchieste che, in questo momento, riguardano l’Eni o i suoi dipendenti. L’assemblea è stata l’occasione per fare il punto della situazione e rispondere ad alcuni rilievi specifici da parte di alcune organizzazioni. In particolare, Marcegaglia ha tenuto a prendere le distanze dalle indagini relative al presunto depistaggio (dalle altre inchieste), nella quale è coinvolto l’ex capo dell’ufficio legale Massimo Mantovani: si tratta, ha sottolineato la presidente, di “fatti lontanissimi dalla cultura dell’Eni. Pertanto qualora emergessero fatti, anche solo in violazione del codice etico, imputabili a persone della società, non vi sarà alcuna tolleranza”.

Nessun problema, invece, è in arrivo dall’Iran, malgrado l’incombere di nuove sanzioni Usa. Come noto l’Eni è ormai uscita dal Paese e ha anche recuperato i propri crediti pregressi: “Non abbiamo né investimenti né obiettivi per ulteriori investimenti”, ha chiarito Descalzi, aggiungendo che è in atto solo un contratto di acquisto greggio che si chiuderà a novembre e che è sostituibile “in termini di qualità”.