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Riforma del copyright, nuovo round al Parlamento europeo

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Il prossimo 12 settembre riprenderà la discussione della riforma del copyright, bloccata a luglio dal Parlamento europeo. L’argomento è delicato: il testo della direttiva è stato bloccato con 318 voti contrari, 278 favorevoli e 31 astensioni. Lo scontro si è consumato soprattutto sull’articolo 11 del testo che definisce la cosiddetta “fair remuneration”. In pratica, l’articolo specifica che chi riproduce i contenuti protetti da copyright debba prima ottenere un’autorizzazione scritta dal titolare dei diritti al quale poi dovrà garantire una percentuale degli introiti economici ottenuti. Ed è qui che si è consumata la battaglia: da un lato c’è chi crede che la riforma possa mettere a rischio la libertà di internet, dall’altro ci sono i rappresentanti dell’industria culturale che proteggono il loro lavoro e i loro guadagni. A far discutere è stato soprattutto lo “snippet”, l’anteprima mostrata dai motori di ricerca, che comprende il link, l’immagine, il titolo e parte del testo dell’articolo del sito internet e che sono frutto di un lavoro editoriale di un giornalista e quindi del denaro di un editore. Che l’accrescimento dei big di internet negli ultimi anni abbia messo il mondo dell’editoria in profonda crisi è un dato di fatto, soprattutto a causa della crescente facilità di riproduzione dei contenuti.

A due mesi dal blocco della direttiva, il tema è tornato ad essere oggetto di attenzione e il 4 settembre è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti al testo della direttiva. Forte l’opposizione dei giganti del web, degli attivisti della libertà online e dei fautori del freeware che hanno definito l’articolo 11 una “link tax”.

“Il voto plenario dell’europarlamento è stato condizionato da una mobilitazione lobbistica senza precedenti – dice a Fortune Italia l’avvocato Alessandro La Rosa, Head of Legal IP Department dello Studio Previti – La collettività ha però compreso che le Big Tech hanno tutto l’interesse ad impedire che l’iter legislativo vada avanti. Questa generalizzata presa di coscienza ci consente di essere ottimisti sul futuro della proposta di direttiva in questione”. Per La Rosa che questa direttiva passi “è importantissimo. La proposta mira, tra l’altro, ad assicurare quel level playing field che solo può garantire ai titolari dei diritti d’autore una remunerazione giusta e proporzionata a fronte dell’incontrollato sfruttamento commerciale on line delle proprie opere editoriali attribuendogli un maggior potere contrattuale nei confronti delle note content-sharing-platforms”.

Ad andare in questa direzione sono soprattutto gli articoli contestati, l’11 e il 13, che secondo l’avvocato “vanno nella direzione di riappianare almeno in parte le evidenti asimmetrie regolamentari attualmente esistenti tra gli intermediari del web e gli editori tradizionali che però, va ricordato, sono anzitutto produttori di quei contenuti (i broadcaster europei investono miliardi di euro l’anno per la creazione di contenuti audiovisivi) che poi gli utenti si sentono liberi di poter caricare sulle piattaforme on-line. E con questo sistema gli introiti pubblicitari, fondamentali per il sostentamento dell’editoria, a chi vanno? Alle piattaforme naturalmente, che però non hanno contribuito in alcun modo alla creazione di quei prodotti editoriali”. “Inoltre la nuova direttiva europea sul copyright – conclude l’avvocato Alessandro La Rosa – suggerisce, ma ovviamente non impone, il raggiungimento di accordi tra stakeholders: i titolari dei diritti d’autore devono poter scegliere liberamente se negoziare con i gestori delle content sharing platforms, la diffusione dei propri contenuti attraverso tali piattaforme”.

A far la voce grossa con una lettera aperta sono state la Fieg, Federazione Italiana Editori Giornali, e l’Enpa, l’associazione degli editori europei, che hanno chiesto ai parlamentari di Strasburgo di votare a favore dell’introduzione di un “diritto connesso” per gli editori di giornali. “L’introduzione di un diritto connesso – spiega una nota diffusa dalla Fieg – tutelerebbe l’informazione professionale, libera e indipendente in Italia e in Europa, consentendo a tutte le aziende editoriali, indipendentemente dalla loro dimensione, di ottenere la giusta remunerazione per il proprio lavoro”. “All’appello degli editori italiani ed europei – continua la nota – si uniscono le associazioni dei giornalisti europei e l’intera filiera dei produttori di contenuti, schierati a difesa del diritto d’autore online e della centralità della stampa nella società civile”. Secondo le associazioni di categoria l’introduzione del diritto connesso “garantirà la sopravvivenza della stampa, minacciata dalla distribuzione massiva di contenuti ad opera dei grandi aggregatori digitali; consentirà alle aziende editoriali, grandi e piccole, di ottenere la giusta remunerazione per il proprio lavoro; contribuirà a difendere i giornalisti e il loro lavoro; riequilibrerà la differenza di valore tra stampa e piattaforme digitali”.

Secondo l’indagine Copyright & US Tech Giants, condotta da Harris Interactive, la pensano così anche i cittadini dell’Unione europea. Su un campione di 6600 persone in Europa, a favore della riforma sarebbe l’89% degli italiani, dato maggiore alla media europea (87%). Sull’articolo 11, l’86% del campione italiano ritiene che sia giusto che i giganti del web remunerino gli editori quando utilizzano i loro contenuti.

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