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Cosa fa la manovra per il Sud? Luci e ombre nelle misure

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Negli articoli della legge di bilancio – ora in discussione alla Camera – la parola Sud compare solo due volte. Le misure che potrebbero però avere un forte impatto sul Mezzogiorno e sul suo mercato del lavoro sono diverse e quasi tutte contengono sia luci che ombre. Incentivi alle assunzioni, quota del 34% degli investimenti nazionali riservati al Mezzogiorno, estensione del programma ‘Resto al Sud’, creazione di una task force che aiuti i Comuni nella programmazione dei fondi europei e il grande tema del reddito di cittadinanza. Sono questi gli interventi che riguarderanno più da vicino i cittadini italiani che vivono da Roma in giù, isole comprese. Se sugli effetti di queste misure le certezze sono ancora poche, alcuni punti fermi – almeno sulla situazione attuale – arrivano dalla fotografia del mercato del lavoro del Mezzogiorno scattata dall’Istat in occasione di un’audizione alla Camera sulla manovra.

IL MERCATO DEL LAVORO AL SUD VISTO DALL’ISTAT
Dal 2013 ad oggi, il tasso di occupazione è progressivamente aumentato e per la prima volta dal 2008, nel secondo trimestre del 2018 la quota di occupati è tornata ai valori pre-crisi (59,1%). Il dato nazionale però – fa notare l’Istituto nazionale di statistica – “riflette risultati differenziati nelle ripartizioni territoriali che vedono il Mezzogiorno in significativo ritardo rispetto al resto del Paese”.
Il mancato recupero delle regioni meridionali è dovuto principalmente ai giovani al di sotto dei 35 anni insieme a una dinamica del tasso di occupazione degli adulti che resta ancora significativamente debole. A confermare la situazione critica per i giovani del Mezzogiorno è il loro tasso di disoccupazione che in 10 anni è aumentato di 6,5 punti (rispetto ai 3,9 punti della media nazionale), attestandosi nel secondo trimestre 2018 al 18,4%. Un valore quasi doppio rispetto a quello del Centro (9,6%) e quasi triplo rispetto a quello del Nord (6,5%), anche se in diminuzione rispetto al picco del 21,6% registrato nel primo trimestre 2014.

LA DECONTRIBUZIONE PER FAVORIRE LE ASSUNZIONI
A questa situazione si rivolge la proroga degli incentivi alle assunzioni nel Mezzogiorno (conosciuta anche come decontribuzione per il Sud) contenuta nella manovra. La misura è volta a favorire, in questi territori le assunzioni con contratto a tempo indeterminato dei giovani con meno di 35 anni di età ovvero degli over 35 privi di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi. L’Istat ha stimato la platea di potenziali beneficiari in oltre 3 milioni e mezzo di persone, di cui il 53,3% sotto i 35 anni e il 46,7% sopra.
“Le decontribuzioni sono misure con luci e ombre. Sicuramente sono interventi adatti quando la situazione del mercato del lavoro è particolarmente critica e quindi sono state opportune negli anni scorsi e ancora oggi perché servono a incentivare soprattutto le assunzioni a tempo indeterminato e a garantire un rafforzamento strutturale delle imprese”. A dirlo è Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata all’Università di Bari e autore di diversi libri sulla situazione del Mezzogiorno che riguardo alle ombre di questo tipo di interventi fa notare che si tratta anche di operazioni “molto costose” e poi “c’è sempre il dubbio che almeno in parte vengano finanziate in questo modo assunzioni che sarebbero state fatte comunque”. Oltretutto, questo tipo di misure intervengono “solo sulle imprese che già sono in condizioni di assumere, senza rafforzare prima il sistema”. In quest’ottica si tratta quindi di un provvedimento che “da solo è molto congiunturale, ma può avere una validità maggiore se accompagnato da interventi di politica industriale che rafforzino il sistema delle imprese”.

IL 34% DEGLI INVESTIMENTI PUBBLICI RISERVATI AL MEZZOGIORNO
Per quanto riguarda poi una quota del 34% degli investimenti pubblici ordinari da destinare al Sud “è una regola già esistita dal 1998 al 2008, si tratta di una buona misura di carattere programmatico per consentire che gli investimenti pubblici siano fatti in tutto il paese. Difficilmente però ha effetti nell’immediato. Va vista nell’arco di una o più legislatura”, spiega Viesti che rispetto ai 10 anni in cui è stata già messa in atto dice: “ha avuto vario successo, dipende molto dalla volontà politica. Questa regola ha funzionato molto bene nel primo triennio 98-2001 perché il governo dell’epoca era convinto che si dovesse fare e quindi ci fu effettivamente un riequilibro”. Poi è andata via via sfumando ma secondo il professore si tratta di una misura opportuna e il monitoraggio per valutarla già c’è: “l’Italia dispone da molti anni di un sistema di conti pubblici territoriali che è il migliore d’Europa e consente di verificare tutti questi conti”.

TASK FORCE PER AIUTARE I PICCOLI COMUNI CON I FONDI UE
Fra le misure segnalate dalla ministra per il Sud, Barbara Lezzi, c’è poi l’istituzione di una task force con circa 300 tecnici “che potrà aiutare, soprattutto i comuni del Sud maggiormente penalizzati in termini di risorse umane, nel fare le progettazioni per i fondi europei”. Tutto questo “siamo sicuri che genererà finalmente gli investimenti che al nostro paese servono e soprattutto nelle zone del Sud”, ha aggiunto la ministra. Si tratta in questo caso “di una misura che trovo particolarmente utile”, ha commentato il professor Viesti perché a causa del blocco del turnover che c’è stato negli ultimi 10 anni “le capacità tecniche dei comuni sono molto peggiorate e se si sommano le carenze di personale alle difficoltà amministrative segnalate anche dall’Ance sul Codice degli Appalti, si arriva al risultato che la capacità di spesa effettiva dei Comuni va sicuramente migliorata. Che ci possa essere un centro di competenze nazionale, con ingegneri e giuristi disponibili per le verifiche dei bandi gara per i piccoli comuni mi sembra una cosa ottima che sicuramente può aiutare molto”.

IL REDDITO DI CITTADINANZA
C’è poi il grande tema del reddito di cittadinanza che secondo la Svimez andrà per il 63% ai cittadini meridionali. “Questa è una cattiva notizia perché significa che i livelli di povertà al Sud sono molto più alti, trovo molto fastidiosa questa discussione”, dice Viesti spiegando che affrontare il tema in questo modo equivale a fare la differenza, ad esempio, fra un povero calabrese e un povero veneto. “Sono tutti e due italiani poveri, la circostanza che abitino in due regioni diverse è del tutto irrilevante”. Quando l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda ha avviato il piano per Industria 4.0 – ricorda Viesti – “oltre il 90% degli incentivi sono andati al Centro-Nord, per l’ovvio motivo che lì ci sono più imprese, ma nessuno ha fatto polemiche contro Industria 4.0 perché i soldi andavano tutti al Nord. Bisogna tener conto di queste circostanze nell’analisi delle misure e non fare una guerra di contrapposizione territoriale”. Quanto al merito, il professore chiarisce che questa misura “non è un reddito di cittadinanza, ma una specie di reddito di inclusione perché non si rivolge a tutti ma solo ad alcune fasce di cittadini poveri ed è condizionata”. Per Viesti si tratta di un provvedimento “con molti aspetti positivi” perché interviene sulle fasce più deboli della società, ma il suo effetto “dipende moltissimo da come verrà portato avanti e qui ci sono tanti aspetti tecnici di cui bisogna tener conto”. Il docente ha poi ricordato che in Italia è già in vigore il reddito di inclusione, “tanto più la nuova misura si porrà nel solco di questa esperienza, tanto meglio funzionerà perché lavora su un’esperienza che ha già un anno”.

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