fbpx

Il nuovo alleato del clima: le banche centrali

Condividi su facebook
Condividi su google
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp

di Katherine Dunn – Mentre nell’ultima settimana i gruppi di manifestanti di Extincion Rebellion intasavano grandi aree del centro di Londra in una serie di manifestazioni che sono continuate anche giovedì, un gruppo molto diverso si è riunito a Parigi per discutere dell’impatto dei cambiamenti climatici, per confrontarsi su cosa fare al riguardo, e per inviare un messaggio urgente al mondo. A fare parte di questo particolare gruppo di discussione sul clima, però, sono alcune tra le più grandi banche centrali del pianeta.

“Nessun paese o comunità è immune”, si legge in una lettera aperta firmata dal governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney, dal governatore della Banca di Francia François Villeroy de Galhau e da Frank Elderson, che presiede il Network for Greening the Financial System e funge da direttore esecutivo presso la banca centrale olandese. “La principale responsabilità sulle politiche climatiche continuerà ad essere dei governi. E il settore privato determinerà il successo della messa in pratica. Ma come responsabili delle politiche finanziarie e consulenti, non possiamo ignorare l’evidente rischio sotto i nostri occhi”.

Sta prendendo piede l’approccio pragmatico delle banche centrali ai cambiamenti climatici, che aggira gli aspetti morali o politici e va dritto al cuore di ciò che fanno le banche centrali: gestire il rischio finanziario di una nazione. Con un clima sempre più caldo che minaccia il valore di prestiti, assicurazioni, industrie e intere economie, quelle banche dicono che non fare nulla non è un’opzione.

“Sono stati molto chiari: vogliono affrontare questo problema”, dice Danae Kyriakopoulou, capo economista dell’OMFIF, un think tank e forum per le banche centrali con sede a Londra. “È una questione di stabilità finanziaria”.

La divisione politica

Dietro alla lettera aperta c’è il Network for Greening the Financial System (NGFS), rete destinata alle banche centrali e alle autorità di vigilanza. La lettera ha accompagnato il rilascio della prima relazione dell’NGFS e una serie di raccomandazioni per affrontare i rischi da cambiamento climatico. Tra queste la richiesta alle banche di riferire la propria esposizione rispetto ai cambiamenti climatici, di orientare i propri fondi verso investimenti sostenibili, di spingere per più dati e più trasparenza sulle possibili influenze sull’economia da parte dei cambiamenti climatici.

Il gruppo è cresciuto da una manciata di banche prevalentemente europee alla fine del 2017 a 34 tra banche centrali e supervisori nell’aprile 2019, oltre ad osservatori, che vanno dalla Banca Popolare Cinese alle banche centrali in Tailandia, Grecia e Colombia. Sono coinvolte anche istituzioni come la Banca mondiale e la Banca dei regolamenti internazionali. In totale, il network rappresenta attualmente un terzo della popolazione del pianeta, due terzi delle banche e assicuratori di rilevanza sistemica mondiale e quasi la metà delle emissioni mondiali di gas serra, secondo il gruppo.

C’è da dire che raccomandazioni e azioni concrete sono due cose diverse, e alcune banche centrali sono molto più avanti di altre nel mettere in pratica le soluzioni. Anche se la maggior parte delle banche centrali sono indipendenti dai loro governi, la politica conta ancora.

“Sarebbe ingenuo pensare che una banca centrale farebbe passi avanti se non avesse un certo sostegno politico”, dice Jon Williams, un partner al PWC di Londra che si occupa di sostenibilità e cambiamento climatico.

Comunque, il movimento sta prendendo slancio. È iniziato in Inghilterra nel 2015, dicono gli esperti, quando il governatore della Bank of England, Carney, ha avvertito che “il cambiamento climatico è la tragedia all’orizzonte”. La scorsa settimana, la banca ha annunciato che sarebbe stata la prima al mondo a stabilire come le banche e le compagnie di assicurazione sotto la sua vigilanza debbano rivelare come stiano gestendo i rischi finanziari del cambiamento climatico.

Anche la People’s Bank of China ha avuto un ruolo da leader, presiedendo uno dei gruppi NGFS sulla supervisione dell’esposizione delle banche ai cambiamenti climatici. Ma con il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, è partiolarmente pesante l’assenza dal network della Federal Reserve americana, nonostante alcuni membri della Fed dichiarino pubblicamente come affrontare il cambiamento climatico rientri nel mandato della banca.

“È molto difficile per la Federal Reserve impegnarsi in questo problema”, afferma Kyriakopoulou. “Quindi effettivamente in questo caso si può vedere questo collegamento” politico.

Rischio e responsabilità sociale

Parlando a Parigi la scorsa settimana, Sabine Lautenschläger, membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea, ha riassunto i risultati di uno studio pilota sul modo in cui un gruppo di banche non centrali si sta adattando ai cambiamenti climatici.

“Le banche sembrano aver affrontato questo argomento dal punto di vista della responsabilità sociale delle imprese piuttosto che da una prospettiva di gestione del rischio”, ha affermato.

Il messaggio era chiaro: il cambiamento è stato considerato un orpello, più in linea con il miglioramento dell’immagine pubblica delle banche che con il puntellamento del rischio. Invece, Lautenschläger ha sollecitato un’azione immediata.

Lo spostamento di prospettiva di cui parla Lautenschläger sta già accadendo riguardo un altro argomento, molto attuale nel mondo del business: la diversity.

Per lungo tempo la diversità è stata vista solo come un punto di discussione morale per un’azienda. Ma, sempre di più, viene presentata come una questione di core business, in seguito a un rapporto del gennaio 2018 di McKinsey che collega la diversità ai profitti, e la spinta di fondi come BlackRock e Vanguard verso l’aumento della diversità del consiglio di amministrazione come mezzo per migliorare le prestazioni finanziarie. La diversità, hanno detto gli investitori, non è un obiettivo politico, o sociale, periferico, ma è legata direttamente al risultato economico di un’impresa.

Ora, le banche centrali stanno facendo qualcosa di simile quando affrontano il cambiamento climatico. Dal loro punto di vista, non è una discussione riservata alle istituzioni attente o politicamente orientate ai temi progressisti, poiché ha innegabili ramificazioni di business: banche che si trovano di fronte all’incapacità di erogare prestiti, assicurazioni che devono coprire le crescenti conseguenze di disastri naturali ed economie che hanno bisogno di un passaggio senza precedenti a modelli a basse emissioni di carbonio, un cambiamento che interesserà ogni singola industria. In breve, “non si tratta semplicemente di allestire una vetrina”, afferma Kyriakopoulou.

Questo approccio potrebbe aiutare a spostare l’ago anche per i fondi sovrani. In alcuni paesi, tali fondi sono gestiti direttamente dalle banche centrali, che potrebbero ora subire pressioni per spostare le loro partecipazioni verso industrie più verdi o lontano da attività che potrebbero avere un maggiore rischio climatico.

A marzo, il fondo sovrano della Norvegia, i cui mille miliardi di dollari vengono gestiti dalla banca centrale del paese, ha dichiarato che venderà alcune partecipazioni in società energetiche che esplorano e producono petrolio e gas (il fondo manterrà comunque partecipazioni in società energetiche). La sua logica è basata sul rischio: dato che l’economia del paese è già così dipendente dal petrolio e dal gas, non ha senso continuare a raddoppiare l’esposizione.

Questo approccio pragmatico potrebbe funzionare anche per le banche centrali?

“Se arrivi si da retta a chi dice che il cambiamento climatico è un rischio finanziario, allora le banche centrali hanno tutti gli strumenti necessari”, dice Williams di Pricewaterhouse Coopers. “Penso che quello che stiamo vedendo sia un’ondata di progresso.”