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28 Aprile 2019

Il bluff di Salvini sui 23 mld di Iva

Fabio Insenga

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Chiedere un prestito e sperare che la banca che te lo ha concesso fallisca, per non ripagarlo. Oppure, puntare tutto al casinò sperando di far saltare il banco. Passa da valutazioni simili il ragionamento che spinge il vicepremier Matteo Salvini a legare il rispetto della clausola di salvaguardia sull’Iva all’esito delle elezioni europee. “Sono serenissimo. Perché credo il 27 maggio l’Europa cambierà approccio. Lo sanno anche la Merkel e Macron, i finlandesi o gli spagnoli che domani vanno a votare. La politica europea va rivista interamente. Vedrete che dopo le elezioni nessuno ci verrà a chiedere 23 miliardi”, dice in un’intervista a La Stampa. Una provocazione, evidentemente. O, peggio, l’illusione di poter veramente trovare una sponda per cancellare debito, riscrivere regole, azzerare tutto. Sicuramente è anche l’indiretta ammissione di aver creato un problema troppo grande da risolvere senza ricorrere alla fantapolitica. 

Una clausola di salvaguardia e’, per definizione, un’ipoteca sul futuro. Mette in relazione un possibile fallimento, il mancato raggiungimento di un obiettivo, a una conseguenza negativa, l’aumento di un’imposta nel caso dell’Iva. Nata per garantire il rispetto dei vincoli di bilancio Ue, nel 2011, è diventata per tutti i governi che si sono succeduti un freno sostanziale  alla politica economica. Quello che è stato possibile fare lo si è fatto nonostante la priorità numero uno, evitare l’aumento dell’Iva. Il problema, di anno in anno, è stato spostato in avanti. Con un calcolo sempre tarato sulla prospettiva elettorale, nella certezza che prima o poi spettasse a qualcun altro l’onore di trovare una soluzione. 

Questo governo, pur di trovare le risorse per le due misure di bandiera, una gialla e una verde, il reddito di cittadinanza e quota 100, ha alzato la posta, gravando di 23 mld la manovra per il prossimo anno e stringendo ancora di più il margine per varare misure che siano effettivamente di sostegno alla crescita. Ora, solo per tornare a zero, servono tagli alla spesa o nuove tasse per 23 mld. 

Anche perché, nel frattempo, da quando la scommessa sull’Iva è stata rilanciata, la situazione è notevolmente peggiorata. La crescita si è completamente fermata, il debito è continuato a crescere, la promessa di tenere il deficit al 2,4% (passata anche per l’illusione ottica del 2,04%) difficilmente potrà essere onorata. E l’ipotesi dell’apertura di una procedura di infrazione da parte della Ue, con conseguente maxi manovra allegata, sta diventando un passaggio inevitabile. 

L’aumento dell’Iva ha per definizione conseguenze negative sull’andamento dei consumi, oltre che sull’equità sociale, e andrebbe evitato. Ma se per non aumentare l’Iva si paralizza tutto il resto, si taglia ulteriormente la spesa per i servizi o si dirotta il carico fiscale altrove, e’ bene che prima o poi si faccia anche una riflessione sul male minore. 

Il problema principale di questa legislatura resta l’assenza di un piano strutturale, di una prospettiva concreta di sviluppo. Per fare scelte, anche azzardate come quella di non sterilizzare una parte dell’aumento dell’Iva, servirebbe un governo capace di indicare una direzione coerente con degli obiettivi almeno di medio termine. Invece, ci sono le parole di Salvini. E un bluff difficile da andare a vedere, anche per i giocatori più ingenui. 

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