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Ecco come possono crescere i finanziamenti alle startup

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Gli ultimi dati pubblicati dall’Ocse sul mondo delle startup “suggeriscono che l’offerta di imprenditori innovativi non è molto diversa in Italia rispetto agli altri Paesi. Pertanto, l’esiguo numero di operazioni di venture capital in Italia sembra dipendere principalmente dalla mancanza di offerta di finanziamenti, piuttosto che da una mancanza di domanda in tal senso”. Per parlare di questo scenario, Fortune Italia ha intervistato un esperto di settore, Andrea Di Camillo, presidente e Ad di P101 SGR, società di gestione fondi di venture capital specializzata in investimenti in società innovative e technology driven.

Di Camillo, qual è il suo commento sui dati delle startup analizzati dall’Ocse?

La ricerca dimostra quello che con P101 sosteniamo da tempo, ovvero che in Italia ci sono le buone idee, gli imprenditori capaci di realizzarle e molti che le stanno già realizzando. Manca ancora una rete di investitori capitalizzati per sostenere gli investimenti di alto livello e per supportare i necessari processi di internazionalizzazione e globalizzazione. Ma la strada è aperta: il mercato italiano del venture capital si sta evolvendo verso la maturità. Le scaleup e le grandi startup nate nel nostro Paese sono sempre più in grado di attirare le attenzioni degli operatori internazionali (basti pensare alla recente acquisizione di Musement da parte del gruppo tedesco TUI), e gli investitori esteri hanno cominciato ad affiancarsi nel capitale delle aziende ai fondi italiani già presenti (si vedano Brumbrum e Soldo in cui ha investito il fondo Accel, oppure Shopfully in cui ha investito HighLand). Ora serve che gli investimenti di queste dimensioni li possano fare anche i fondi di venture capital italiani, che seppure in crescita sono ancora sotto capitalizzati rispetto ai colleghi internazionali.

Come mai gli studenti e gli inventori di brevetti sono sotto rappresentati tra i creatori di startup in Italia?

Secondo l’Ocse questo dato “può indicare una maggiore distanza tra gli istituti universitari e di ricerca italiani, da un lato, e le startup e l’imprenditorialità in generale, dall’altro”. In effetti in Italia questi due ambiti sono sempre stati un po’ lontani tra loro e le caratteristiche imprenditoriali non sono storicamente state stimolate dal mondo accademico, anche se grazie alla qualità dei nostri atenei molti imprenditori si sono comunque formati in quell’ambito. Anche in questo caso le cose stanno cambiando e le università stanno cercando di stringere partnership con il mondo delle aziende per favorire il trasferimento tecnologico dell’innovazione (si veda ad esempio il progetto ItaTech promosso da CDP e EIF) ma anche per favorire e stimolare l’imprenditorialità già durante il percorso accademico.

Come si può superare in Italia il problema legato alla mancanza di offerta di finanziamenti?

La creazione del Fondo per l’innovazione che farà capo a Cassa Depositi e Prestiti, dotato di risorse importanti che potrebbero nel tempo superare il miliardo di euro, sarà un elemento centrale per la regia di questo mercato, non solo in termini di capitalizzazione complessiva, ma anche di creazione di nuovi attori. Se al suo fianco verranno affiancate le risorse degli investitori istituzionali italiani, che ad oggi sono sostanzialmente e quasi totalmente assenti da questa asset class, avremo molti degli elementi necessari per raggiungere un equilibrio ottimale e traghettare il nostro mercato da una situazione dinamica ma troppo “sottile” ad una dotata di capitali e attori sufficienti anche, probabilmente, ad attrarre risorse internazionali. Per costruire i campioni del futuro in un mondo soggetto ai grandi cambiamenti a cui stiamo assistendo, servono i talenti e le idee e di questi in Italia siamo ricchi, ma senza la cultura ed i capitali per sostenerli rischiamo di perdere molte e grandi opportunità.