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Internet dallo spazio: la gara per le connessioni via satellite

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Il prossimo miliardo di persone che si connetterà a Internet potrebbe farlo grazie allo Spazio, più precisamente grazie a un satellite. È lì che è in corso una gara per fornire l’accesso online da flotte di satelliti, guidata da giganti del tech e da numerose startup.

L’obiettivo è quello di aiutare le persone che vivono nei paesi in via di sviluppo a connettersi, fornire un accesso online rapido soprattutto agli utenti che abitano in zone rurali e dipendono da servizi Internet satellitari che oggi sono lenti e costosi, e soddisfare i clienti che per lavoro necessitano di informazioni in tempo reale, ad esempio per le apparecchiature usate sulle piattaforme petrolifere e sulle boe oceaniche.

A prendere parte alla gara alcuni dei maggiori colossi del tech come Facebook, SpaceX di Elon Musk e OneWeb, sostenuta dal miliardario giapponese e ad del SoftBank Group Masayoshi Son. Devono fronteggiare dozzine di esperti del settore come Swarm Technologies, Astrocast e Sky and Space Global che stanno tentando di mandare in orbita satelliti economici, in formato tostapane, chiamati cubesats.

Attenti alla concorrenza, i provider dell’Internet via satellite già sulla piazza – come Viasat e EchoStar’s Hughes Network Systems – si stanno muovendo per difendere le loro attività e stanno progettano di lanciare nuovi satelliti molto più potenti di quelli attualmente utilizzati.

Per ora, l’industria della banda larga satellitare è relativamente piccola, con un mercato che quest’anno ha contato solo 4 mld di dollari di entrate, secondo Morgan Stanley. Ma con tutti i network in via di sviluppo e il cambiamento delle abitudini dei consumatori, le vendite dovrebbero raggiungere la stratosfera. Entro il 2024, le entrate dovrebbero salire a 22 miliardi fino ad arrivare a 41 miliardi nel 2029.

L’attuale corsa per raggiungere lo spazio risale agli anni ‘90, quando diverse aziende satellitari si lanciarono con simili aspirazioni. Teledesic, sostenuta da Bill Gates, così come Iridium e Globalstar, si vantavano dei loro grandi progetti ma finirono per andare in bancarotta dopo che i costi crebbero e il denaro degli investitori venne prosciugato.

Anche se non è prudente dirlo, questa volta dovrebbe veramente essere diverso. Grazie alle nuove aziende spaziali, tra cui SpaceX e Blue Origin di Jeff Bezos, i costi di lancio dei satelliti stanno andando via via riducendosi, mentre la miniaturizzazione dei computer ha permesso di realizzare veicoli spaziali più piccoli ed economici.

“Ogni chilogrammo che si può lanciare a 300 miglia sopra la superficie terrestre è di molti ordini di grandezza superiore a quelli degli anni ‘90”, spiega l’analista di Morgan Stanley Adam Jonas.

Le aziende che stanno puntando sul business dell’Internet via satellite rientrano in diverse categorie, in base alle dimensioni dei satelliti che intendono utilizzare e all’altezza che sperano di raggiungere in orbita. Si differenziano anche in funzione del target che hanno come clienti e al di tipo di accesso a internet che desiderano fornire.

Ad esempio, l’iniziativa di SpaceX ribattezzata Starlink prevede l’invio nello spazio di 12mila satelliti nei prossimi anni. I satelliti, delle dimensioni di un mini-frigo, orbiterebbero a circa 340 miglia, ben al di sotto dei satelliti di comunicazione che tipicamente sono parcheggiati a un’orbita geostazionaria di 22.300 miglia.

Lanciando così tanti satelliti, afferma Starlink, ce ne sarà sempre uno che svolazza sulla testa di un cliente. Sebbene possa essere difficile per Starlink eguagliare la velocità della banda larga terrestre, come AT&T e Comcast, l’obiettivo è quello di fornire un servizio ad alta velocità accessibile su vaste aree del globo che non dispongono di un accesso cablato di alto livello, dalle zone rurali dell’Arkansas all’Africa.

L’anno scorso, Starlink ha inviato i suoi primi due test di prova – soprannominati Tintin A e Tintin B come i personaggi del fumetto belga – e ha ricevuto l’approvazione del governo degli Stati Uniti per una flotta di 12.000 apparecchi. Un notevole stacco da Facebook, che ha appena presentato una richiesta al governo federale per far volare un singolo satellite sperimentale ad un’orbita bassa. Facebook non si è impegnato a implementare una rete a tutti gli effetti né ha rivelato molto sulla sua strategia.

Alcune startup stanno cercando di approfittare del crollo dei prezzi per acquistare mini-satelliti a forma di cubo che possono costare poche centinaia di migliaia di dollari ciascuno. Un risparmio elevatissimo se paragonato a quello dei satelliti classici che possono costare centinaia di milioni di dollari.

L’amministratore delegato di Swarm Sara Spangelo, ingegnere aerospaziale che in precedenza aveva lavorato anche per l’incubatore sperimentale Google X e alla Nasa, racconta che la sua flotta, più piccola e più economica, sarà operativa molto prima rispetto a quelle dei grandi player. Dei 150 satelliti che l’azienda ha pianificato di mandare in orbita, sette sono già stati inviati.

Sicuramente, la rete non fornirà un’accesso internet ad alta velocità a milioni di abbonati. Molti dei primi clienti saranno aziende che hanno bisogno di raccogliere dati o che necessitano di connettersi solo sporadicamente. A gennaio, ad esempio, Swarm ha collaborato con Ford, mettendo a disposizione il proprio network di satelliti come supporto per consentire comunicazioni di emergenza dalle automobili, proprio come fa OnStar, il network di GM, che si affida a reti wireless normali.

Paradossale il confronto di questi progetti con l’iniziativa da 1,4 mld di dollari di Viasat, che vuole inviare due satelliti in orbita nei prossimi due anni, ciascuno più grande di uno scuolabus. In questo modo Viasat avrà il doppio della capacità combinata di tutti i 400 satelliti di comunicazione attualmente nello spazio, spiega l’azienda. Ma secondo gli analisti, in un mercato affollato, anche i piccoli player potrebbero avere successo con le loro reti più economiche. Avere un punto d’appoggio non richiede più un enorme investimento iniziale. Ancora, Tim Farrar, presidente della società di consulenza satellitare Tmf Associates, dubita che tutti i player sulla piazza sopravviveranno, in particolare i nuovi arrivati. Anche se oggi la tecnologia è economicamente più accessibile, avranno bisogno di un sacco di soldi per pagare le loro reti e per mantenerle.

“Ci sarà sicuramente uno scossone”, conclude Farrar.

 

Articolo di Aaron Pressman apparso sul numero di Fortune Italia di marzo 2019.