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Gli effetti in Borsa della crisi di governo: bruciati 15 mld

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All’indomani della fine della giornata che ha scritto i titoli di coda sul Governo Conte, terminata con gli attacchi dello stesso Presidente del Consiglio a Matteo Salvini, criticato anche dall’altro ex collega Luigi Di Maio, gli effetti di uno scenario politico quanto mai caotico si sono fatti sentire anche sulle Borse, e sullo spread.

Dopo un’apertura a -1,61%, la Borsa di Milano chiude in profondo rosso. L’indice Ftse Mib cede il 2,48% a 20.324 punti mentre il Ftse All-Share ha perso il 2,55%. Piazza Affari ha bruciato oltre 15 miliardi di capitalizzazione.

Lo spread tra Btp e Bund tedesco chiude la seduta a 238 punti dopo essere salito oggi fino a quota 240 punti base. Ieri in fine di giornata segnava 209 punti. Il rendimento del titolo decennale italiano è all’1,80%. Le tensioni nel governo con la crisi e lo spettro di elezioni in autunno pesano indistintamente su tutto il listino. Male soprattutto le banche: Banco Bpm e Ubi (-8%), Mps (-7%), Bper (-6,6%). In profondo rosso anche Poste (-6,5%).

Con le tensioni commerciali che tornano alla ribalta in realtà soffrono un po’ tutte le Borse europee ma l’Italia scivola più rapidamente degli altri listini sulla prospettiva di nuove elezioni. Più contenuto infatti il calo di Madrid e Francoforte (-1,2%), Parigi (-1%) e Londra (-0,3%). “Il presidente Mattarella autorizzerà questa nuova elezione in autunno? In caso affermativo, ciò ritarderebbe il progetto di bilancio italiano alla Ue” commentano gli analisti.

Tra i dati macro da segnalare a livello europeo c’è quello dell’export tedesco che a giugno segna la flessione più forte da tre anni su base annua con un -8%. I dati confermano il peggioramento del manifatturiero per l’impatto delle tensioni commerciali. In Francia invece la produzione industriale segna a giugno un netto calo, ben peggiore delle attese. L’indice registra una flessione del 2,3% su base annua. Poi c’è la Gran Bretagna: sullo sfondo delle incertezze e dei timori sulla Brexit il Pil cala dello 0,2% nel secondo trimestre del 2019, facendo segnare il risultato peggiore dal 2012. Stando le indicazioni diffuse oggi dall’Office for National Statistics (Ons), a trascinare al ribasso il dato è stata in particolare la produzione manifatturiera, contrattasi dell’1,4% fra aprile e giugno. Mentre l’unico settore in positivo è rimasto quello dei servizi, con appena un +0,1%.

Come se non bastasse la crisi di Governo, altri dati negativi, sull’Italia, li dà l’Istat: a giugno 2019 le esportazioni italiane su base annua subiscono una diminuzione del -3,5% determinata dalla flessione delle vendite sia per l’area Ue (-4,6%) sia per quella extra Ue (-2,1%). L’Istat aggiunge che analogamente, sempre su base annua, anche le importazioni sono in diminuzione (-5,5%) sia dall’area Ue (-6,1%) sia dai mercati extra Ue (-4,7%). Su base mensile, invece, l’Istat stima una crescita congiunturale per le esportazioni (+1,2%) e una flessione per le importazioni (-2,1%). L’aumento congiunturale dell’export è determinato dall’incremento delle vendite verso i mercati extra Ue (+3,9%) mentre quelle verso i paesi Ue risultano in diminuzione (-1%). Nel secondo trimestre del 2019 si registra un aumento congiunturale per entrambi i flussi commerciali con l’estero, più intenso per le esportazioni (+1,7%) che per le importazioni (+1,2%).