19 Agosto 2019

Perchè la Cina non sopprime le proteste di Hong Kong?

Fortune

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Di Eamon Barrett – Mentre giovedì scorso le truppe cinesi si muvevano lungo il confine di Hong Kong, l’ambasciatore cinese nel Regno Unito assicurava ai giornalisti che Pechino ha “soluzioni sufficienti e abbastanza potere per reprimere rapidamente i disordini” a Hong Kong. Eppure le manifestazioni imperversano in tutta la città da undici settimane. Allora perché Pechino non ha già inviato le truppe?

A lungo termine, l’uso di truppe per sottomettere Hong Kong potrebbe innescare un esodo di talenti e capitali. Una simile mossa infiammerebbe le relazioni già tempestose della Cina con gli Stati Uniti, scatenando probabilmente sanzioni economiche. Se la repressione causasse vittime civili, potrebbe portare più gente nelle strade e un’occupazione prolungata danneggerebbe immediatamente l’immagine di Hong Kong come ‘Asia’s World city’, un luogo unico a ‘metà strada’ tra Cina e Occidente.

Protesters make space for an ambulance to travel during a rally in Hong Kong Sunday, Aug. 18, 2019. Heavy rain fell on tens of thousands of umbrella-ready protesters as they started marching from a packed park, where mass pro-democracy demonstrations have become a regular weekend activity. (AP Photo/Vincent Thian)

Un luogo a metà strada

Quando Hong Kong fu restituita alla sovranità cinese nel 1997, divenne una delle due regioni amministrative speciali in Cina con privilegi particolari – l’altra era Macao, ex colonia portoghese. Tale status è sancito dalla Basic law, una mini costituzione che stabilisce il quadro per le relazioni di Hong Kong con la Cina continentale.

Ai sensi della Basic law, Pechino e Hong Kong aderiscono a un principio noto come ‘One Country, Two Systems’, in base al quale la città è una ‘parte inseparabile’ della Cina ma ha un sistema giudiziario, esecutivo e legislativo indipendente. Pertanto, la Basic law proibisce a Pechino di schierare forze militari a Hong Kong a meno che l’organo di governo locale, il Consiglio legislativo, non richieda un intervento. Ma pochi analisti ritengono che le proteste scateneranno il dispiegamento di truppe. Per quanto disastrose possano essere le manifestazioni per l’economia della città – che secondo il segretario finanziario Paul Chan Mo-po si sta dirigendo verso una recessione – consentire ai militari cinesi di pattugliare le strade di Hong Kong avrebbe un impatto molto peggiore sulla comunità economica internazionale di Hong Kong.

Fuga di capitali

Secondo il Credit Suisse, la città ospita 179.000 milionari (milionari in dollari Usa, per la precisione) 835 dei quali hanno un patrimonio personale di oltre 100 milioni. Dall’inizio delle proteste, si sono diffuse le voci secondo le quali industrie e individui stanno portando via denaro da Hong Kong, con banchieri privati ​​e gestori di family office che hanno riportato un aumento delle attività di offshoring dei clienti.

Tommy Wu, economista senior della Oxford Economics di Hong Kong, afferma che non sarà facile per le industrie lasciare la città. “Molte aziende hanno investito parecchio in città, nel senso che è un centro finanziario in Asia e anche la porta per entrare nella Cina continentale. Quindi non è una decisione facile uscirne”, afferma Wu.

Circa 9.000 aziende straniere operano nella Regione amministrativa speciale, secondo i dati del Dipartimento di censimento e statistiche della città, e oltre 1.500 servono come quartier generale nella regione. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad), la città è il terzo destinatario mondiale di investimenti esteri diretti, dietro gli Stati Uniti e la Cina, con 116 mld di dollari nel 2018.

Unctad osserva che la Cina continentale è spesso la destinazione finale degli investimenti della città. Il denaro si trasferisce nella Cina continentale anche attraverso la borsa di Hong Kong, leader mondiale delle IPO lo scorso anno con 135 società che hanno raccolto 36,5 mld collettivi. Ci sono oltre 1.100 aziende continentali quotate a Hong Kong con un totale di 2,6 trilioni di dollari di capitalizzazione di mercato, una quota del 64% del mercato cinese alla fine del 2018. Hong Kong è anche una via di uscita per gli investimenti della Cina continentale. Secondo Bloomberg Economics, circa il 58% degli investimenti cinesi in uscita viene trasferito attraverso Hong Kong, compresi i fondi per la Belt and Road Initiative di Xi Jinping. Questo perché, grazie alla Basic law, le nazioni trattano Hong Kong come un’entità economica separata dalla Cina, aiutando l’ex colonia britannica a evitare sanzioni economiche generali imposte alla Cina.

People gather in Lafayette Square in front of the White House in Washington, Sunday, Aug. 18, 2019, in solidarity with the “Stand With Hong Kong, Power to the People Rally”. (AP Photo/Carolyn Kaster)

Mentre la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina infuria, ad esempio, gli Stati Uniti devono ancora imporre tariffe sulle importazioni dala città. Tuttavia, alcuni senatori degli Stati Uniti hanno avvertito che la maggiore interferenza di Pechino minaccia di minare questa distinzione politica.

La valuta locale, il dollaro di Hong Kong, ancorato al dollaro USA, è anche uno strumento di investimento più stabile rispetto allo yuan cinese. Shanghai aveva sperato di soppiantare Hong Kong come capitale finanziaria della Cina entro il 2020, ma secondo la Camera di commercio americana, è destinata a fallire a causa dei suoi controlli sui capitali, che impediscono ai soldi di spostarsi facilmente dentro e fuori dalla città.

Hong Kong e il ricordo di Tienanmen

Inoltre, l’immagine delle truppe cinesi che reprimono una protesta politica ricorderebbe a troppi occidentali piazza Teinanmen, la repressione di Pechino sulle proteste studentesche nel 1989, e rischierebbe di danneggiare seriamente la già precaria posizione di Pechino sulla scena internazionale. Gli Stati Uniti, chiusi in una guerra commerciale, potrebbero sfruttare l’opportunità per imporre ulteriori sanzioni alla Cina.

Pechino, questo, lo sa. Mentre il tema delle proteste di Tiananmen è generalmente censurato in Cina, la scorsa settimana il Global Times, un tabloid di proprietà statale, ha affermato che Pechino ha l’opzione di usare la forza, ma che “non si ripeterà l’incidente politico del 4 giugno 1989. La Cina è molto più forte e più matura e la sua capacità di gestire situazioni complesse è notevolmente migliorata”, ha scritto il Global Times, lasciando comunque intatta la minaccia di un intervento. Ma  il rischio che l’intervento armato diventi sanguinoso è forse troppo grande, anche per la Cina.

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