6 Settembre 2019

Riscaldamento globale, il patto dei big della moda

Carlotta Balena

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La svolta ‘ambientalista’ al G7 di Biarritz l’ha data il presidente francese Emmanuel Macron. Mettendo, da un lato, la tragedia dell’Amazzonia in fiamme in cima all’agenda dei potenti seduti al suo tavolo, e poi presentando al mondo un inedito ‘patto per la moda’, che ha coinvolto 32 tra le più grandi aziende del lusso e del fast fashion mondiale, che si sono impegnate a rendere il settore più sostenibile. Con tre obiettivi chiave: arrestare il riscaldamento globale, andando ad azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050, e cercando di contenere il global warming al di sotto di 1,5 gradi; ripristinare la biodiversità e salvaguardare le specie a rischio; proteggere gli oceani, attraverso il monitoraggio dell’impatto del settore moda sugli oceani e la riduzione degli imballaggi monouso.

Lo scorso aprile Il titolare dell’Eliseo ha affidato il compito di chiamare a raccolta le aziende più importanti del settore a François-Henri Pinault, presidente e ceo del gruppo Kering (che possiede i marchi Gucci, Balenciaga, Saint Laurent, Bottega Veneta, Alexander McQueen, Brioni). Qualche mese dopo il “Fashion Pact” è stato presentato a Biarritz. A siglarlo sono stati marchi del lusso, fornitori e retailers: Adidas, Bestseller, Burberry, Capri holdings limited (che possiede i marchi Versace, Jimmy Choo e Michael Kors), Carrefour, Chanel, Ermenegildo Zegna, Everybody & everyone, Fashion3, Fung group, Galeries Lafayette, Gap inc., Giorgio Armani, H&M group, Hermes, Inditex (che possiede Zara), Karl Lagerfeld, Kering, La Redoute, Matchesfashion.com, Moncler, Nike, Nordstrom, Prada group, Puma, Pvh corp., Ralph Lauren, Ruyi, Salvatore Ferragamo, Selfridges group, Stella Mccartney, Tapestry. “Le sfide globali che stiamo affrontando sono complesse – ha detto Pinault – Non conoscono confini. Solo le coalizioni possono superarle, riunendo governi, imprese e società civili”. Fa rumore, tuttavia, la mancanza nella lista del colosso francese Lvmh, presieduto da Bernard Arnault e proprietario della maison Louis Vuitton.

Il documento che queste aziende hanno sottoscritto si apre con una presa di posizione: “L’industria della moda è una delle più grandi, più dinamiche e più influenti al mondo, con un giro d’affari annuo di 1,5 trilioni di dollari. Ed è uno dei settori industriali con l’impatto più pesante: proprio per questo dovrebbe ricoprire un ruolo di primo piano nel passaggio verso un futuro più sostenibile”. La moda, infatti, inquina. Secondo un report delle Nazioni Unite, dipende dal settore circa il 10% delle emissioni di gas serra mondiali, il 20% di tutte le acque reflue, con un altissimo consumo medio di energia. I giovani sono sempre più sensibili al tema: mentre i grandi del mondo si riunivano a Biarritz, la paladina del clima Greta Thunberg stava solcando l’oceano in barca a vela per diminuire l’impatto ambientale dei suoi viaggi, e la ragazza svedese guida ormai un movimento di giovani attivisti che si stanno facendo sentire in tutto il mondo. Sempre di più, millennials e giovanissimi fanno attenzione ai capi che acquistano, e stanno alimentando un mercato dell’usato che cresce già da alcuni anni: un report di GlobalData per Thredup stima che la second-hand economy – spinta da siti e startup che permettono la compra-vendita di usato – crescerà del 50% da qui al 2028.

Anche per questo, le iniziative ‘green’ si sono fatte pian piano strada nei negozi, dove sono spuntati bidoni per il riciclo di abiti usati in cambio di buoni sconto. E cresce l’impegno a usare materiali riciclabili. Inditex, per esempio, che possiede i marchi Zara, Oysho, Bershka e Massimo Dutti, ha annunciato che produrrà tutte le sue collezioni con materiali sostenibili entro il 2025. Anche Scap, che raccoglie sotto la sua ala marchi come Primark e Asos, si è impegnata a ridurre l’uso dell’acqua e dell’impatto ambientale dei suoi processi produttivi. Proprio Primark, spesso criticata per proporre un modello di consumo usa-e-getta (prezzi stracciati e un’offerta sterminata) sta sperimentando l’uso di “bidoni da riciclo” in alcuni suoi punti vendita nel Regno Unito. La stessa strategia già usata dal colosso svedese H&M (che possiede anche i marchi Cos, &Other Stories): in cambio dei vestiti da riciclare il cliente riceve un buono spesa. H&M si è impegnata ad usare il 100% di materiali riciclati o sostenibili entro il 2030: per ora la percentuale di abiti confezionati in questo modo è il 57%, stando ai dati dell’azienda.

L’attenzione all’ambiente ormai non può essere solo un atteggiamento di facciata, ci vuole un impegno concreto a livello mondiale. Ed ecco perché un patto che accolga quanti più player possibile: fare le cose insieme permette di condividere best practice e trovare soluzioni concrete per il futuro della moda.

Il presidente di Prada, Carlo Mazzi, ha sottolineato in una intervista all’AdnKronos come l’azienda tenga molto al fattore della sostenibilità: “La consideriamo da tempo sotto molti aspetti. A cominciare dalla sua declinazione in termini ecologici, e qui parliamo di risparmio energetico, utilizzo di fonti di energia ‘green’, selezione di tutti i componenti chimici; oltre alla tradizione di non consumare terreno agricolo per fare i nostri stabilimenti ma utilizzare sempre o quasi sempre siti industriali dismessi da ristrutturare. Qualche dato: 26 milioni di euro di investimenti nella comunità; un terzo dei negozi full led e i rimanenti parzialmente a led; 82% di carta riciclata o certificata; 7 impianti di fotovoltaico”. Proprio l’azienda italiana ha annunciato recentemente che dal 2021 userà solo nylon rigenerato per i suoi capi: la prima capsule è stata già presentata e si chiama Prada Re-Nylon. Il nylon è un materiale simbolo del marchio, le cui collezioni di borse e zaini hanno reso storicamente famoso il brand. Per continuare a produrre l’iconico tessuto, Prada ha stretto un accordo con Aquafil, un’azienda trentina che produce un filo di nylon realizzato dai rifiuti della plastica recuperati negli oceani o di altri scarti produttivi che vengono portati a nuova vita, in un processo che può essere riprodotto all’infinito.

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